I petroglifi indiani di Maharashtra, frutto di conoscenze antidiluviane

A partire dal 2012 Sudhir Risbood e Manoj Marathe, due ingegneri appassionati di escursioni, hanno iniziato un’appassionante ricerca. Dopo circa sei anni, nel 2018, quello che sono riusciti a scoprire nelle loro peregrinazioni attraverso lo stato indiano del Maharashtra è stato reso di dominio pubblico. Scopriamo insieme cosa sono, e che importanza hanno, i petroglifi indiani di Maharashtra, frutto di conoscenze antidiluviane.

Una scoperta fortuita

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Fonte: allthatsinteresting.com

Come quasi sempre accade quando si parla di grandi scoperte archeologiche, anche quella di cui stiamo per parlare si è originata per caso e per curiosità. Sudhir Risbood e Manoj Marathe amavano esplorare le regioni occidentali dell’India, e un giorno, nello stato di Maharashtra, si sono imbattuti in un grande petroglifo. I petroglifi sono disegni incisi nella roccia. Ben presto i due si sono resi conto che ciò che avevano visto non era un unicum, ma che di quei disegni ce ne erano tanti altri.

Così hanno cominciato ad indagare più a fondo, facendosi aiutare dalle comunità locali e dai giovani studenti delle scuole del posto. Tutti hanno dato una mano, permettendo ai due esploratori di scoprire un intero mondo. Ben presto infatti hanno capito che di quei petroglifi era cosparsa l’intera regione. Alla fine, quando hanno presentato il risultato delle loro indagini, il computo ammontava a circa 200 disegni, sparsi in 52 villaggi, localizzati prevalentemente nelle aree di Ratnagiri e Rajapur.

Solo cinque di quei villaggi erano consapevoli dei petroglifi incisi sulle pietre piatte del Konkan, lungo le coste del Mar Arabico. Chi li conosceva, li venerava come sacri. Quelli presenti nei restanti villaggi erano ricoperti da uno spesso strato di terra e detriti e sono stati riportati alla luce dal nutrito gruppo di entusiasti volontari. Quando Risbood e Marathe hanno parlato ai media e agli studiosi della loro scoperta, si sono cominciate a trarre le prime conclusioni.

Sembra che i petroglifi risalgano a 10.000 anni fa, ovvero al periodo successivo a quello definito Giovane Drias. I geologi sono concordi nel dire che durante il Giovane Drias ci furono dei cambiamenti climatici globali piuttosto drammatici, e che probabilmente a quest’era risale il “Grande Diluvio” ricordato in tante narrazioni antiche (non ultima, la Bibbia).

Cosa raffigurano i petroglifi di Maharashtra

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Fonte: www.smithsonianmag.com

Le immagini riportate alla luce dai ricercatori stupiscono per la loro grande bellezza. Sono molto raffinate, affatto primitive, e gli animali raffigurati sembrano quasi pronti a muoversi. Le figure principali sono infatti animali: ma appaiono anche esseri umani, in forme più stilizzate, e anche simboli astratti. La prima deduzione che è stata fatta è che la civiltà che ha inciso i petroglifi doveva essere nomade e cacciatrice.

Si deduce questo per via del fatto che non sembra esservi alcun accenno all’agricoltura o ad alcuna forma di coltivazione. Bisogna anche tenere presente che le colline rocciose del Konkan sono un luogo impervio, che durante la stagione dei monsoni era inondato completamente. Quindi è assai improbabile che qui potesse aver trovato sede una civiltà stabile.

Il significato dei disegni, il motivo della loro creazione, o chi li abbia fatti, tutti questi interrogativi restano senza risposta. Il governo indiano ha stanziato fondi di tutto rispetto per poter portare avanti gli studi circa questa nuova scoperta, che stupisce i ricercatori e gli studiosi soprattutto per un’anomalia a cui davvero non si sa dare una spiegazione.

Gli animali che si trovano raffigurati sono sia terrestri che acquatici. Ci sono pesci, balene e squali, ma anche elefanti, tigri, ippopotami e rinoceronti. Il punto è che né gli ippopotami, né i rinoceronti si trovano in India. Come potevano gli antichi artisti della roccia conoscerli, e raffigurarli con tanta precisione? I dettagli, infatti, non permettono di ipotizzare un’opera di pura fantasia. Da qualche parte, quegli animali dovevano pure averli già visti.

Le osservazioni di Hancock

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Fonte: ichef.bbci.co.uk

Sul sito di Graham Hancock si trova una lunga e convincente dissertazione sui misteriosi petroglifi di Maharashtra, di gran lunga più pertinente rispetto all’ipotesi che disegni così grandiosi siano stati fatti da una rozza civiltà di barbari cacciatori. Con un’analisi molto accurata, si fa notare come parecchi dei disegni rinvenuti sulle rocce del Konkan siano simili a simboli altrimenti ben noti nel corso della storia dell’Uomo.

Il primo è lo Scarabeo Alato, noto soprattutto in Egitto per la sua valenza sacra. Osservando con attenzione uno dei petroglifi ritrovati da Risbood e Marathe, si vede come il disegno sia pressoché identico, con l’aggiunta del disco solare. Com’è possibile che una stessa simbologia sia usata in due luoghi così distanti sia fisicamente che temporalmente?

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SCARABEO ALATO
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AQUILA

Ma le analogie non finiscono qui. Tra i petroglifi indiani recentemente riportati alla luce si vedono anche l’Aquila, antichissimo simbolo di potere e dominio usato dagli Antichi Romani prima, e dai nazisti poi. Ci sono i Pesci, intesi come costellazione e come segno zodiacale, nella stessa identica raffigurazione che ne facciamo ancora oggi (due pesci che nuotano in direzioni opposte uniti da un nastro).

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PESCI

C’è una figura umana che tiene due bastoni nelle due mani, che è lo stesso modo con cui gli Inca raffiguravano il dio Viracocha. C’è un’altra figura che invece ha nelle mani nude due tigri: il modo in cui in Mesopotamia e altre civiltà antiche si raffigurava il Signore degli Animali, figura di grande potenza e venerazione. Da ultimo, c’è un’immagine che potrebbe farci pensare ad un canguro, altro animale che non esiste in India ma è autoctono dell’Australia.

Una possibile ipotesi

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Fonte: www.earth.com

La conclusione che si può trarre da queste osservazioni può anche far arricciare il naso ai sostenitori della Storia ufficiale, ma di certo ci appare più pertinente delle altre che sono state fin qui tratte. Sembrerebbe quasi che questi petroglifi siano stati tracciati dai superstiti di una civiltà più antica, quella che ha poi tramandato la sua simbologia a tutte le altre civiltà da essa fiorite.

Coloro che disegnarono le rupi del Konkan erano persone abbrutite perché scampate ad una immane catastrofe che aveva posto fine al loro mondo. Lentamente, sarebbero risorte da quell’abbrutimento, portando con se ancora qualche pallido ricordo della grandezza passata. Grandezza che riverbera in segni e simboli che si sono promanati nel tempo, fino ai giorni nostri.

Quegli animali che non esistono in India esistevano in un continente che erano finito sommerso dalle acque dell’Oceano. Forse Atlantide, forse Mu, forse Kumari Kandam, o forse tutti e tre insieme. Per non perdere completamente la memoria di ciò che era stato, quegli uomini impressero i loro ricordi nella roccia, e lo fecero qui, sulle coste occidentali dell’India, e in tutti gli altri luoghi dove si era sparsa la loro diaspora.

Ancora fantarcheologia? Nel regno delle ipotesi, ogni idea è bene accetta, e i petroglifi di Maharashtra sono una scoperta recente, ancora tutta da decifrare. L’augurio è sempre lo stesso, che ogni studio venga portato avanti con la mente ben sgombra da preconcetti e schemi preconfezionati, ma spazi anche dove fa paura andare. Perché di solito è proprio lì che si trova la verità.

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