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I processi alle streghe di Cavalese: una storia che ha effetto ancora oggi

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C’è una pagina molto buia della nostra storia passata, che spesso si associa a luoghi lontani dall’Italia ma che ha riguardato, purtroppo, anche il nostro Paese. C’è stato un tempo, un tempo oscuro, in cui alcune donne, che spiccavano rispetto alla massa per un qualche motivo, assai sovente per saggezza, vennero date alle fiamme e bruciate come streghe. In Italia, uno degli eventi più tristemente noti in tal senso riguarda il rogo seguito ai processi alle streghe di Cavalese, comune della Val di Fiemme. Ripercorriamo quella storia antica, e scopriamo come mai se ne parla ancora oggi.

La caccia alle streghe

Fonte: www.milwaukeeindependent.com

Il deplorevole fenomeno della cosiddetta “caccia alle streghe” devastò l’Europa, e non solo, per oltre due secoli, all’incirca dal XV al XVIII secolo. Storicamente, questo fenomeno si lega alla Chiesa e soprattutto ad uno dei suoi organi più temibili, la Santa Inquisizione. La Santa Inquisizione era nata nel XII secolo per scovare e sconfiggere le eresie, particolarmente comuni in quel periodo. Con il tempo, però, il suo controllo sulla vita dei fedeli si fece sempre più rigido. Oltre a cercare di debellare gli eretici, gli inquisitori si prefiggevano anche il compito di spazzare via i residui di paganesimo e di superstizione legata a riti magici e all’uso di formule rituali.

Già, perché devi sapere che nonostante la Chiesa abbia combattuto le streghe per secoli, non ha mai riconosciuto la loro esistenza, relegandole a frutto della fantasia popolare. Di fatto, i processi contro le cosiddette streghe, ivi compresi i processi alle streghe di Cavalese, erano condotti da tribunali laici. Le persone accusate erano considerate delle minacce contro la comunità nel suo complesso. Questo è, in maniera molto semplificata, il modo in cui ebbe inizio la stagione dei roghi e delle denunce anonime.

Chiaramente, in breve tempo la possibilità di accusare qualcuno di stregoneria divenne un’arma politica. Era facile accusare qualcuno di aver stipulato un patto con il Demonio e così metterlo nei guai. Dimostrare la propria innocenza era molto difficile, per non dire impossibile. Chiudiamo questa breve introduzione dicendo che il fenomeno della stregoneria non è tipico dell’era cristiana, ma risale a civiltà antiche dove però aveva connotati molto diversi. Chi praticava “arti magiche” era ben tollerato (basti pensare agli astrologi o agli indovini, tenuti in altissima considerazione). Solo se l’attività magica aveva in qualche modo leso allo stato, le autorità intervenivano senza però entrare nel merito dell’attività praticata dalla presunta “strega” o del cosiddetto “stregone”.

Il Malleus Maleficarum e la prassi dei processi alle streghe

Fonte: poddtoppen.se

Alcuni degli episodi più famosi della caccia alle streghe si svolsero fuori dai nostri confini nazionali. Ad esempio, avrai di certo sentito parlare delle streghe di Salem (complici film e libri) ma forse potresti non conoscere nulla dei processi alle streghe di Cavalese. Le streghe erano presenze molto diffuse nel centro e nord Italia fin dalla più remota antichità. Non erano affatto considerate creature malvage, ma erano per lo più donne sagge (Sibille?) che possedevano doti di guaritrici e che conoscevano bene la Natura e i suoi segreti. Ad un certo punto, però, la considerazione nei loro confronti cominciò a mutare.

Le streghe erano anime immonde che stipulavano patti con le creature infernali, che tramavano contro l’umanità e l’Unico Vero Dio, ed erano un cancro da estirpare. Venne redatto un libro che diventò il vademecum per riconoscere e condannare una strega, il Malleus Maleficarum. Al suo interno si riportano alcune procedure a dir poco stravaganti che avrebbero dimostrato in modo inequivocabile la pratica della stregoneria nel soggetto accusato. Dunque gli accusati subivano anche penose torture, al fine di estorcere una confessione che comunque non serviva a salvare la vita.

Tanto per dare una rapida idea dei metodi usati, la presunta strega poteva essere legata e buttata in acqua. Si legava alla mano destra il piede sinistro, e al piede destro la mano sinistra. Se la sventurata galleggiava, era innocente. Oppure, lo era qualora il suo peso fosse stato inferiore a quello stimato dai giudici. Insomma, non serve andare oltre ed esplorare metodi ancora più cruenti per capire che il destino dei processati era, sostanzialmente, già segnato.

La Val di Fiemme e le streghe del centro-nord Italia

Fonte: www.roma.com

La stragrande maggioranza dei processi alle streghe di cui abbiamo testimonianza in Italia si concentra nelle regioni del nord. Premesso che questo potrebbe essere legato solo al fatto che molti dei documenti di altri episodi simili accaduti altrove siano andati distrutti o perduti, si annovera questo fatto ad un’influenza germanica, dove spiriti simil-demoniaci abbondavano ed erano visti di cattivo occhio dalle istituzioni ecclesiastiche. Tra i vari episodi di cui abbiamo memoria, uno dei più noti è il rogo seguito ai processi alle streghe di Cavalese, in Val di Fiemme. Fino a pochi anni fa si svolgeva una rievocazione storica riguardo l’episodio, e si mormora che il luogo in cui si tenne il rogo delle presunte streghe sia ancora oggi maledetto.

Ricostruiamo però i fatti. L’evento si svolge nei primi anni del XVI secolo. Nel 1501 tale Giovanni delle Piatte finì al centro dell’attenzione delle autorità di Cavalese. L’uomo aveva fama di essere veggente, e pare che avesse previsto una terribile alluvione che nel 1499 aveva fatto molti morti, con l’esondazione del torrente Avisio. Vigilio Firmian, all’epoca capitano vescovile della zona, volle vederci più chiaro e trascinò in giudizio il Delle Piatte, che se la cavò con l’esilio. L’uomo però ebbe l’impudenza di tornare nel territorio della Val di Fiemme nel 1504, dove lo catturarono nuovamente. Sotto tortura, rivelò di essere coinvolto in oscuri riti con creature malvage e di essere stato nel Venusberg, il monte di Venere.

Fece il nome di alcune donne che avrebbero compiuto riti stregoneschi con lui, trascinandole nella sua disgrazia. Alla fine, l’uomo riuscì a cavarsela, ma non altrettanta fortuna ebbero coloro che erano caduti sotto il giogo dei processi alle streghe di Cavalese. 28 persone finirono sotto l’occhio del ciclone: 6 fuggirono; 3 morirono in carcere. Le restanti bruciarono sul rogo, cinque a Cavalese, sul Dos del Rizzol. Le donne rispondevano al nome di Ursula Strumenchera di Trodena, Ottilia Della Giacoma di Predazzo, Margherita Tessadrela di Tesero, Elena la Serafina di Varena, Margherita dell’Agnola di Cavalese e Barbola Marostega di Carano.

La rievocazione storica e la maledizione legata ai processi delle streghe di Cavalese

Fonte: www.visittrentino.info

Stando a quanto riportato dalle cronache dell’epoca, così come si legge nel manoscritto 617 conservato nella Biblioteca Comunale di Trento, e in base ai verbali redatti dal notaio del tribunale di Fiemme, il bavarese Silvestro Leittner di Schlierssee, l’unica donna a non essere condannata al rogo fu Barbola, che però perì in carcere. I processi si tennero nella piazza antistante il Palazzo Vescovile. Qui si trovava il Banco de la Resòn, una struttura circolare fatta di blocchi di pietra e di due cerchi concentrici che contenevano una sorta di tavola con un foro nel mezzo. La struttura serviva per le votazioni e per prendere decisioni relative alla comunità, con il voto segreto deposto dentro al foro.

Fu dunque con questo strumento che si decise la sorte delle sventurate streghe di Cavalese. Esse, in realtà, non erano altro che donne con una profonda conoscenza delle erbe, in grado di curare i malanni e dedite ad aiutare la comunità. La loro drammatica storia, fino a qualche tempo fa, veniva rievocata ogni anno, con minuzia di dettagli, il giorno 6 Gennaio, durante la festa dell’Epifania. Ad un certo punto però si decise di interrompere questa tradizione, forse per via delle molte polemiche che non mancava di suscitare.

Ma lo spirito delle streghe della Val di Fiemme non è sopito. C’è chi dice, con un filo di voce, che le loro anime infestino il luogo in cui sono state bruciate. Infatti lì sono accadute altre disgrazie anche in tempi recenti, non ultima la morte dei 19 passeggeri della cabinovia che nel 1998 risaliva il fianco del Cermis. I cavi furono tranciati di netto da un aereo militare statunitense. Un evento luttuoso simile ebbe luogo nel 1976. Secondo alcuni, le cabine caddero esattamente nel luogo dove le cinque donne vennero arse come streghe nel 1505.

Tremate, tremate?

Fonte: The Guardian

Davvero è così? Può l’anima di un innocente infestare il luogo in cui ha subito l’estrema offesa? Non daremo una risposta, visto che esula dal mondo empirico per approdare nel mondo della fede nell’invisibile. Quello che sappiamo, per certo, è che la caccia alle streghe non ha mai avuto fine. Ancora oggi bruciamo sul rogo chi è diverso, chi spicca dalla massa, chi in qualche modo ci mette in soggezione con il suo modo di pensare e di essere. Onoriamo le streghe, diventiamo anche noi eretici, riscopriamo il valore di essere unici e indistinguibili per quanto possa essere pericoloso, o poco conveniente.

Fonti:

I 12 giorni di Yule (fino alla dodicesima notte di Natale)

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Nella tradizione cattolica non si festeggiano soltanto il Natale, il Capodanno e l’Epifania come tre feste scollegate tra di loro. C’è un filo rosso che le unisce, sancito nientemeno che dalla Chiesa nel 576 nell’ambito del Concilio di Tours. In quella sede si decise che i 12 giorni che separano il Natale dall’Epifania fossero considerati un arco di tempo, nel suo complesso, festivo e religioso. Secondo alcuni era solo un modo per unire alcune festività tra le più importanti per il mondo cristiano. Secondo altri, questo è un modo per mascherare un antichissimo retaggio pagano, tanto radicato da non essere del tutto spento né dimenticato neppure al giorno d’oggi.

I 12 giorni di Yule (o Yuletide)

“La caccia selvaggia di Odino” di Peter Nicolai Arbo (1872); Fonte: Wikimedia

Per i pagani il tempo scorreva in modo molto diverso che per noi. Non era il calendario liturgico a definire il calendario degli uomini, ma era il tempo della natura a definire le liturgie, per così dire. Nelle tradizioni antiche, soprattutto nordiche, i 12 giorni erano quelli che separavano il Solstizio d’Inverno dalla fine dell’Anno. Questo periodo è carico di un profondo significato mistico. I giorni tra il Solstizio e il 25 Dicembre, data in cui noi oggi celebriamo il Natale, sono quelli più bui e grevi dell’anno. Le ore di luce sono brevi, il sole sembra fermo nel cielo, come se non dovesse più muoversi.

Poi però il sole riprende il suo corso, le ore di luce cominciano a crescere, fino a portare la nuova promessa della primavera. Quindi questi 12 giorni erano colmi di silenzio e attesa, ma anche di riflessioni e desiderio di festeggiare il ritorno prossimo venturo della vita che sarebbe fiorita sui campi. Il ciclo composto dai 12 giorni è tipico delle culture antiche in quanto per lo più ci si basava sui cicli della luna, seguendo i quali in un anno ci sono 12 mesi. Restano però 12 giorni “in avanzo”, e sono giorni speciali, magici, in cui il velo tra i mondi si assottiglia.

Nel complesso questo periodo è chiamato Yuletide e in realtà anche in passato non aveva una definizione molto netta. Ad esempio, c’erano popolazioni che lo celebravano tra il 23 Dicembre e il 3 Gennaio. Nell’Antica Roma i Saturnalia duravano una settimana. Da qualunque parte la si guardi, si capisce comunque che questo periodo dell’anno era considerato speciale un po’ da tutte le culture, e il cristianesimo ha avuto gioco facile a collocare un evento fondante per il suo culto, la nascita di Cristo, proprio in questo lasso di tempo.

La Dodicesima Notte

Fonte: Pinterest

Calcolare il momento esatto in cui cade la “dodicesima notte” non è quindi così facile, né univoco, anche decidendo con chiarezza il periodo di riferimento. Se infatti facciamo riferimento a Yuletide, che inizia il 21 Dicembre, la dodicesima notte è quella di Capodanno. Se invece ci riferiamo alla tradizione cristiana, la dodicesima notte potrebbe essere o quella tra 5 e il 6 gennaio, nel qual caso l’Epifania sarebbe il Tredicesimo Giorno, oppure quella tra il 6 e il 7, facendo dell’Epifania il Dodicesimo Giorno.

C’è un altro arco di tempo di 12 giorni che dimostra come questo numero avesse un particolare significato. Il 13 Dicembre si festeggia oggi Santa Lucia, figura cristiana che riassume le dee pagane legate alla luce. Tra il 13 Dicembre e il 25 Dicembre intercorrono esattamente 12 giorni. Secondo una delle varie versioni della sua storia che si raccontano, Santa Lucia portava luce ai cristiani, che si nascondevano alle persecuzioni nelle catacombe, indossando una corona fatta di candele accese. Il simbolismo è chiaro, ed è quello della luce che permette di attraversare il mondo dell’oscurità e della morte.

Così come una figura femminile apre il periodo che porta a Natale, così sembra che Yuletide venisse aperto il giorno del Solstizio da una celebrazione chiamata Mother’s Night, la Notte della Madre. Nella sua opera De temporum ratione il Venerabile Beda (VII-VIII secolo circa) racconta di una tradizione anglosassone chiamata Módraniht. Si trattava di un rituale di cui si sa molto poco, ma che onorava delle divinità femminili assimilabili alle Dsir della mitologia norrena. In definitiva, il ritorno di una matrice femminile nei culti dei 12 giorni che intercorrono tra la fine di un ciclo e l’inizio di uno nuovo dimostrano come l’idea della fertilità, della rinascita e del grembo materno pronto a fiorire siano centrali in tale periodo, dal punto di vista simbolico e liturgico.

Festeggiando i 12 giorni di Yuletide/Natale

Fonte: BCC

Ma, nel concreto, cosa ci dobbiamo aspettare in questi 12 giorni? Ancora una volta ci troviamo davanti a diverse chiavi di lettura. Secondo alcune mitologie nordiche, queste notti sono oscure e piene di pericoli. Spiriti errabondi camminano sulla Terra, proprio in virtù del fatto che alcuni varchi si aprono. Dall’altro lato ci sono i fuochi: grandi falò che illuminano la notte proprio per fugare gelo e paura. La tradizione del ceppo di Natale, che preferibilmente deve essere in legno di quercia e deve ardere per l’intera notte, si collega proprio all’uso antico di accendere grandi fuochi all’aperto.

Nei Paesi anglosassoni ancora oggi sono molto vive alcune tradizioni come quella della Twelfth Night Cake, o King Cake. Questa torta veniva preparata celando al suo interno un fagiolo e un pisello. L’uomo che avesse trovato il fagiolo diventava re per una notte, mentre la donna che avesse trovato il pisello sarebbe stata la regina. Inoltre, c’era anche l’uso di preparare una bevanda speziata chiamata Wassail, un termine che viene dall’inglese antico e che è un augurio di fortuna, salute e prosperità.

A Yuletide si possono far afferire tante immagini e figure che ancora oggi popolano il nostro immaginario, anche se ne abbiamo perso i contorni originari. Ad esempio, la Yule Goat, o capra di Natale, era l’antenata del nostro Babbo Natale. Apparteneva alle tradizioni del nord, specie della Scandinavia, dove ancora oggi si costruiscono capre di paglia. Questo tipo di simbologia, però, è stato demonizzato nel vero e proprio senso della parola, visto che per il cristianesimo la capra è uno dei simboli che raffigurano il Diavolo.

La spiritualità dei 12 giorni

Fonte: www.kulturjam.it

C’è anche un altro modo per leggere e interpretare i 12 giorni di Natale, ed è quello intimistico e spirituale proposto da Rudolf Steiner (1861 – 1925). Steiner, grande pensatore e fondatore dell’antroposofia, esoterista e teosofo, riferì le sue osservazioni al suo discepolo Herbert Hahn, che trascrisse le parole del maestro. Per Steiner, chi “cerca la luce” poteva trarre particolari spunti di riflessione dal periodo dell’Avvento e da quello che lo seguiva. Le 12 “notti sante”, così le definisce, secondo lui avevano inizio con il 24 Dicembre. Ognuna di queste 12 notti era associata ad una “forza” che abita nell’uomo.

La notte del 24 Dicembre bisognerebbe restare svegli fino al mattino, perché si “pianta il seme” che poi dovrà germogliare nel resto dell’anno. Durante le altre notti, si deve riposare in modo regolare. La prima notte si associa al Capricorno e comporta il confronto con le proprie debolezze. La seconda notte è legata all’Acquario e spinge a confrontarsi con il karma, con la decisione se vivere per sé o per gli altri. La terza notte è quella dei Pesci, quando l’anima lotta per elevarsi e non essere trascinata di nuovo in basso.

La quarta notte, quella dell’Ariete, è dedicata alla purificazione dell’anima in cui ogni sentimento diventa assoluto amore. Durante la quinta notte, quella del Toro, bisogna mutare ogni pensiero negativo in pensiero positivo. Dalla sesta notte, quella dei Gemelli, hanno inizio i 3 giorni in cui ognuno deve forgiare la sua arma, la sua spada, che serva a garantire il giusto discernimento. La settima notte è del Cancro, l’ottava del Leone, la nona della Vergine, che dà il via alle tre notti della Corona in cui le bassezze dell’animo umano, poco alla volta, si elevano.

La decima notte, della Bilancia, è dedicata al sacrificio di sé. L’undicesima è la notte dello Scorpione, in cui ci si consacra a ciò che è elevato e divino, al Sacro Graal. La dodicesima e ultima notte, quella del Sagittario, è quando il tempo diventa infinito, l’inizio coincide con la fine, e tutto è eterno e santo.

Un periodo di purificazione, rinascita, speranza

Fonte: www.letseatcake.com

Chiaramente, da qualunque punto di vista li si voglia osservare, i 12 giorni, che siano pagani, cristiani, teosofici, o di qualunque altra confessione o filosofia, sono giorni di cesura. Si passa dal buio alla luce, dal male al bene, dalla paura alla speranza. E questo accade non solo perché un anno termina e ne inizia uno nuovo. Questo accade perché attraverso le tenebre più profonde, col progressivo ascendere del sole, l’uomo può sposare le sue ombre e non più rinnegarle.

Una lieta canzoncina tradizionale celebra i 12 giorni di Natale. Che siano non solo un momento di festa, ma anche di vera riscoperta delle proprie radici, del nucleo fondante la nostra cultura, di sincera spiritualità. Che siano un percorso che ci porti alla Dodicesima Notte non come ad un traguardo, ma come ad un nuovo inizio.

Fonti:

Ecate, la dea dei trivi e della notte

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Il pantheon greco era estremamente ricco di dei e divinità di vario grado e genere. Alcune le conosciamo bene: Apollo, Zeus, Atena. Molte di loro, infatti, sono poi passate a far parte anche del pantheon romano. Ci sono poi dei meno importanti, potremmo dire, che però hanno avuto una curiosa sorte. Pur essendo, un tempo, dei “minori”, sono rimasti nell’immaginario collettivo in modo assai più vivo e vivido dei loro fratelli e sorelle maggiori. Una di tali divinità è la misteriosa e multiforme Ecate la quale, nel corso dei secoli, ha assunto volti e valenze diverse e la cui fama, ancora oggi, non è spenta.

Le origini di Ecate

Fonte: archaeologynewsnetwork.blogspot.com

Le origini di Ecate non sono molto chiare, e questo è un primo punto che dimostra come la statura di questa dea sia assai più elevata di quanto non si pensasse un tempo. La prima menzione ufficiale che troviamo di lei con questo nome è nella Teogonia di Esiodo, scritta nell’VIII secolo avanti Cristo, dove la si dice figlia di una ninfa, Asteria, e di un titano, Perse. Di fatto, quindi, Ecate apparterrebbe alla genia dei titani, creature mostruose che si ribellarono a Zeus. Lei fu la sola a rientrare tra le fila del sovrano degli dei. Secondo altre fonti, Ecate era invece figlia dello stesso Zeus. Ma la storia della dea ha inizio, molto probabilmente, molto prima.

Sono parecchi, infatti, a ritenere che questa figura sia confluita nella religione greca venendo da culti assai più antichi. L’ipotesi più accreditata è che la dea fosse originariamente venerata in Caria, una regione dell’Anatolia (odierna Turchia). Oppure, potrebbe essere associata alla dea della fertilità Hequet, venerata in Egitto. In definitiva, Ecate sarebbe una delle tante multiformi figure assunte dal remoto culto della Grande Madre, che però si veste di alcuni aspetti più oscuri e meno solari.

Il nome “Ecate” infatti sarebbe derivato da un epiteto di Apollo che voleva dire “colui che arriva lontano”. La dea sarebbe una sorta di “doppio oscuro” di Artemide, sorella del dio Apollo. Quest’ultima avrebbe assunto su di sé tutti i connotati positivi, mentre Ecate si sarebbe fatta portatrice dei significati più magmatici e primigeni dell’essere femminile. Vedremo infatti come, specie nel tempo, la dea Ecate sia diventata sinonimo di magia, stregoneria, e associata con la notte e la morte.

I connotati della dea

Ecate o le Tre Parche, William Blake, 1795, Fonte: Wikimedia

Nell’ambito della religione greca, i compiti di Ecate come divinità erano piuttosto variegati. Essa era protettrice della casa, ma anche dei viaggiatori, in quanto i suoi busti erano messi agli incroci delle strade, specie ai trivi. Era la dea della magia e della notte, colei che poteva mettere in contatto due mondi, quello dei vivi e quello dei morti. In tal senso va letta la sua presenza all’interno del mito di Ade e Persefone. Secondo questo mito il dio degli Inferi, Ade, si invaghì di Persefone, figlia di Demetra, dea delle messi. La rapì e ne fece la sua sposa nel regno oltremondano.

Ma sua madre cercò Persefone in lungo e in largo, e fu Ecate a dirle di averla vista nel regno di Ade. Ecco che si evince il ruolo di intermediaria della dea tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Quindi, essa è la dea dei luoghi di confine e di passaggio, e la sua più comune raffigurazione, con tre teste o addirittura con tre corpi distinti, si riferisce esattamente a questo. La dea guarda in tre direzioni reggendo in mano una torcia per fare luce, una chiave per aprire i varchi, e un serpente, che è uno degli animali associati ad essa insieme al cane e al cavallo nero. Il serpente è anche simbolo del labirinto, una delle immagini frequentemente associate alla dea.

Ecate è divinità femminile per eccellenza, e in quanto tale legata alla luna e ai suoi cicli. In quanto una e trina, essa è raffigurata come la giovane, la madre e la vecchia. Essa è anche psicompompa, ovvero traghettatrice di anime, e secondo alcune tradizioni possiede un potere che tra gli altri dei è posseduto solo da Zeus, ed è quello di agevolare o, al contrario, impedire la realizzazione dei desideri degli uomini. Insomma, davvero tanti significati importanti per una divinità che dovrebbe essere “minore”, che ci fanno intuire, al contrario, le sue radici lontane e antiche. Inoltre, non va trascurato il suo legame con la Sibilla e con le arti divinatorie.

Ecate e la Sibilla Cumana

Antro della Sibilla Cumana, Fonte: www.21secolo.news

Ogni Sibilla era ispirata da una divinità diversa. Per la Sibilla di Delfi l’ispirazione veniva da Apollo; per la Sibilla Cumana, che risiedeva presso il lago d’Averno, essa veniva da Ecate. Questo perché la dea era in grado, come abbiamo già detto, di comunicare con il mondo degli spiriti. Da qui derivò, con il tempo, anche la sua associazione con le arti magiche e con la negromanzia addirittura. In tempi più recenti, essa è divenuta addirittura una divinità centrale nei culti misterici: viene spesso citata negli Inni orfici e negli Oracoli Caldaici.

Gli Oracoli Caldaici sono uno dei testi fondamentali del neoplatonismo e furono composti intorno al II secolo dopo Cristo. Sono un’opera molto importante, che tenta di riassumere tutta la scienza e la filosofia antica ed è ispirata alle teorie di Zoroastro e al culto del sole. Un parallelo, in Egitto, sono gli scritti attribuiti ad Ermete Trismegisto. Ancora una volta appare chiaro come Ecate sia una divinità che assorbe in sé molte istanze diverse che risalgono a ben prima dell’epoca ellenica.

La sua qualità principale è quella di essere una e trina. In questa triplice veste, Ecate trova tanti parallelismi in tutte le altre religioni pagane, e soprattutto incarna sia il volto della madre benevola (che troviamo anche nel cristianesimo) che quello della megera o strega o fattucchiera. Si tratta cioè di una dea composita, non univoca, affascinante perché ha in sé la luce e l’oscurità, esattamente come Luna che a volte è Nuova e a volte è Piena.

La trottola di Ecate

Fonte: hexandbalances.tumblr.com

Alla dea sono associati molti oggetti, simboli e molte immagini archetipiche. Il serpente, ad esempio, è uno dei suoi simboli, così come la stilizzazione delle fasi lunari o le due torce incrociate. Uno dei manufatti più interessanti collegato alla dea è la cosiddetta “trottola di Ecate”, detta anche Iugx o strophalos. Stando alle testimonianze scritte dello storico bizantino Michele Psello, la trottola aveva forma sferica. Era d’oro, con uno zaffiro al centro, e veniva fatta ruotare con una cinghia di cuoio.

Il rumore che la trottola emetteva nel suo movimento rotatorio veniva interpretato dall’indovino, in quanto era la voce del dio o degli spiriti dell’oltre. Ecco quindi che, ancora una volta, la dea è Sibilla, ovvero consente la divinazione del futuro, o risponde a domande che vengono fatte non per sua diretta conoscenza, ma come intermediaria e psicopompa. Il grande potere di Ecate è forse quello di non essere attrice ma coadiuvatrice, colei che aiuta e soccorre ma resta sempre, per certi versi, imparziale.

Quando giungi al crocevia, Ecate non ti indica quale strada prendere tra quelle che ti si presentano davanti. Essa ti invita a fare luce dentro di te per capire tu stesso qual è la direzione giusta, in quanto non esiste la direzione giusta per tutti, ma solo quella più adatta a te. Ecate a volte, semplicisticamente, è detta “dea della notte”, come se avesse connotazione negativa. Ma ella è la portavoce di tutte quelle donne che vennero considerate “streghe” solo perché vedevano oltre, e dell’uomo non ignoravano né il bello, né il brutto.

Fonti:

Demoni e dei all’incrocio delle strade: la mitologia dei crocicchi

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Uno dei bluesman più famosi di ogni tempo si chiamava Robert Johnson ed è diventato famoso per due motivi. Il primo è che fa parte del famigerato “Club 27, di cui fanno parte altri giovanissimi artisti morti prematuramente a quest’età, come Janis Joplin e Jim Morrison. L’altro è che si vocifera che la sua straordinaria abilità alla chitarra sia frutto di un patto con il Demonio, stipulato a mezzanotte ad un crocicchio. Ma perché proprio ad un crocicchio? Scopriremo che i crocicchi sono fin dagli albori dei tempi considerati luoghi “magici”, in cui possono accadere cose straordinarie. Avventuriamoci allora ai crocicchi della storia, in questi luoghi in cui i mondi si possono incontrare.

I crocicchi e l’antichità

Uno dei luoghi a noi più vicini dove possiamo vedere onorati i crocicchi con l’erezione di erme è l’Antica Grecia. C’erano due divinità, in particolar modo, che venivano associate agli incroci stradali, dove venivano eretti dei busti che le raffiguravano (le erme, appunto). La prima divinità era Hermes, il Mercurio romano, e l’altra era Ecate, detta spesso “Trivia” in quanto associata agli incroci di tre strade. Il motivo per cui Hermes veniva venerato ai crocicchi è facile da capire: era il dio messaggero e viaggiatore, e in quanto tale proteggeva chi viaggiava.

Più intrigante è la mitologia riferita a Ecate, una divinità ctonia legata alla terra, alla magia e agli incantesimi. Essa non solo presiedeva gli incroci di tre vie, ma a sua volta era raffigurata con tre teste e tre corpi. Non serve ricordare la profonda simbologia legata al numero tre, da sempre (e non solo con l’avvento del cristianesimo) considerato sinonimo di perfezione e equilibrio. Ad Ecate si offrivano cibi, lasciati proprio al crocicchio, ed era venerata come la dea della notte e dell’oscurità. Forse è qui che troviamo i primi germi della più tarda associazione con il Diavolo.

Uno degli episodi più famosi della mitologia greca che riguarda un crocicchio però non riguarda gli dei, ma un uomo, il celebre e sfortunato Edipo. Ben tre tragediografi dedicarono una loro opera a questo personaggio: Eschilo, Euripide e Sofocle. Solo quella di quest’ultimo è giunta fino a noi. Andando a Tebe per interrogare la Sfinge sui suoi natali, Edipo incontra il suo destino ad un crocicchio. Così come era stato profetizzato, uccide suo padre e più tardi sposa sua madre. A seguito dei suoi crimini l’uomo, una volta conosciuta la verità, si acceca volontariamente.

Altri dei venerati agli incroci

Fonte: www.whats-your-sign.com

Non è solo nell’Antica Grecia che i crocicchi assumono un ruolo di tale rilievo. Anche i Celti ritenevano che nei punti in cui diverse strade si intersecavano abitassero creature benevole. Si trattava di divinità, creature fatate, e più in generale spiriti di altri mondi. Infatti nel folklore pagano è frequente immaginare l’incrocio come luogo in cui diverse realtà si confondono e possono comunicare tra di loro. La gente lasciava delle offerte per propiziare la benevolenza verso i viandanti. Gli incroci erano ricchi di magia, luoghi in cui incontrare le anime dei morti che avevano smarrito la strada verso l’altro mondo.

Le divinità celtiche venerate ai crocicchi erano per lo più Cernunnos, dio della natura e della vita e della morte, quindi preposto a stare di guardia ai confini, e Lugh, il dio della luce, il quale faceva in modo che i viandanti giungessero alla loro destinazione. Un’usanza che era tipica dei Celti irlandesi era quella di porre una pietra, un monolite, agli incroci. Una delle più famose si trova nella contea di Sligo ed è chiamata Speckled Stone, o Tobernaveen, e si dice che abbia la capacità di curare i bambini ammalati.

Un po’ tutte le popolazioni germaniche hanno dei miti o delle leggende legate ai crocicchi. In Belgio si racconta di una creatura che può assumere la forma di un cane o di un cavallo nero, chiamata Oschaert, e che abita proprio agli incroci delle strade per ingannare i malcapitati. Agli incroci in Bretagna c’è invece un gatto nero, il “gatto delle monete”, che ti attende all’intersezione di diverse strade e se adeguatamente coccolato può elargire monete d’argento. In Galles la notte di All Hallows Eve si pensa che i morti tornino ad abitare i crocicchi. In Danimarca credono invece che, se ti metti al centro di un crocicchio la notte di capodanno, potrai sentire il vento che sussurra i nomi di coloro che moriranno l’anno prossimo venturo.

Il Diavolo al crocicchio

Fonte: Medium

Da tutte queste tradizioni, come si è arrivati a parlare di patti con il Diavolo da stipulare all’incrocio delle strade? Fino a qui abbiamo visto come gli incroci siano semplicemente considerati da tutte le popolazioni antiche dei luoghi di grande potere. Il potere è di per sé neutro, non è né buono né cattivo, quindi si può usare per fare il male, o il bene. Nel medioevo, però, i crocicchi vennero assumendo sempre di più un aspetto malvagio e diabolico. Era infatti qui che si seppellivano i suicidi e i criminali, poiché di solito si trovavano al di fuori dei confini dei centri abitati.

Uno dei personaggi che maggiormente si lega all’invocazione dei demoni all’incrocio delle strade è quello del dottor Faust, che è stato rivisitato parecchie volte nella letteratura ma che in un testo del 1587, la “Historia von D. Johann Fausten”, viene decritto proprio nell’atto di evocare il Diavolo ad un incrocio. Per arrivare alla mitologia moderna, quella legata alle abilità musicali di cui abbiamo parlato all’inizio, dobbiamo però spostarci fuori dall’Europa, in Africa. Infatti, è nelle tradizioni africane che i crocicchi diventano particolarmente carichi di valenze magiche.

Nei crocicchi si incontrano la vita e la morte dell’uomo, essi simboleggiano il suo ciclo vitale. Ancora una volta, qui è possibile dialogare con spiriti e creature che abitano altri piani di esistenza. Da qui, la possibilità di entrare in contatto con creature angeliche chiamate Loa, gli intermediari tra le divinità e gli uomini, simili ai nostri angeli. Nei rituali Voodoo uno dei Loa più amati è Papa Legba, il guardiano dei varchi, che può concedere grazie, o negarle, a seconda del volere degli spiriti superiori. Papa Legba offre anche in dono della profezia.

Robert Johnson, o come vendetti l’anima al Diavolo

Fonte: www.sacurrent.com

Robert Johnson (1911-1938) visse e morì nel territorio del Mississippi. Di lui si sa poco o nulla, gran parte della sua breve vita è avvolta nel mistero e nella leggenda. Quello che resta, ed è indubitabile, è la sua maestria alla chitarra. Infatti gran parte delle registrazioni dei suoi brani sono arrivate fino a noi, specie raccolte nell’album “King of the Delta Blues Singers“. Nella storia della musica il nome di Johnson è di capitale importanza, ma la sua vita è un enigma che nessuno studioso è riuscito a svelare del tutto.

Il motivo della sua morte in età tanto giovane, ad esempio, resta ignoto. C’è chi parla di una malattia congenita, chi di una lite per una donna che degenerò in un accoltellamento, chi addirittura dice che venne avvelenato da un marito geloso. Ma la storia più curiosa su Johnson dice che all’inizio egli non fosse affatto bravo con la musica. Improvvisamente, però, divenne bravissimo, il migliore di tutti. Ma come? Pare che una notte, Johnson si fosse recato al crocicchio in cui si intersecavano due strade. Lì stipulò il suo patto col Demonio, che poi venne presto a reclamarne l’anima.

Ad avvalorare questa storia c’è una delle canzoni più famose del bluesman, che si intitola “Crossroads Blues”. In verità, nel testo non si fa menzione di un patto con il Diavolo ma, si sa, certe cose vanno dette tra le righe. Ecco così che il folklore dei tempi antichi arriva fino ai giorni nostri, a ribadire il grande potere che si cela nei crocicchi delle strade. Magari pensi che siano solo vecchie storie, credenze che attualmente non hanno più motivo di esistere. Sarà perché andiamo sempre tanto di fretta, e odiamo i semafori che ci rallentano all’incrocio. Ma la prossima volta che ti fermi al rosso, guardati intorno con maggiore attenzione. Magari l’occasione che aspettavi è lì, che ti aspetta al crocicchio della tua esistenza con altre migliaia di esistenze.

Fonti:

Il Museo delle Streghe di Peio: una collezione unica

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Che cos’è per davvero la magia? Sappiamo che ci sono state in passato persone in grado di padroneggiarla, attraverso riti, incantesimi e formule magiche. Oggi, per noi, la magia è poco più che un gioco di prestigio, un trucco per ingannare i gonzi. Ciononostante, la parola “strega” ancora oggi evoca pensieri orribili, patti col diavolo e oscuri antri tenebrosi. Ma chi erano davvero le streghe? Lo spiega molto bene un piccolo museo del trentino: il Museo delle Streghe. Nome semplice e lapidario, che ci fa subito capire che cosa contiene. Si trova a Peio e diciamo che è piccolo per estensione, ma contiene molti reperti e tante storie interessanti. Preparati a ricevere un bel po’ di sorprese: scoprirai che streghe e magia sono molto diversi da come li hai sempre immaginati.

Il Museo delle Streghe di Peio

Fonte: Facebook/museodellestreghepejo

Peio è una graziosa località del Trentino, che spesso trovi scritta in un altro modo (Pejo). Qui si trova il Museo delle Streghe, inaugurato nel 2019 per la volontà di un grande appassionato della materia, Vittorio Pirri. Il Museo è il più piccolo del Trentino, visto che si estende per soli 35 metri quadrati, ma è praticamente unico nel suo genere, visto che di musei che trattino della medesima tematica ce ne sono solo altri sei in tutta Europa. Non è nemmeno facile da trovare (come è giusto che sia, d’altro canto!) visto che si trova in un cortile interno che Google Maps non sa segnalare direttamente.

Insomma, la visita al Museo delle Streghe va conquistata e non ci si può affidare a qualche aggeggio tecnologico moderno per trovare questo luogo davvero incantato. Il museo è interamente rivestito da teche di legno, quadri e armadi. Tutto è ricolmo di foto e oggetti: non immaginate uno di quei musei moderni pieni solo di schermi al plasma e grandi tableau pieni di foto patinate. Questo è un vero museo: ovvero, ricco di reperti accuratamente catalogati. Molti di essi provengono dal territorio, altri invece da ogni altro angolo del globo. La magia è universale.

In un bel video girato dal gruppo Ethereal si possono ammirare alcuni dei reperti più interessanti del museo, illustrati proprio da Vittorio Pirri che si dimostra un grande conoscitore della materia. Ecco quindi che possiamo addentrarci nel vivo della questione: chi erano davvero le streghe? Togliamoci subito dalla testa il fosco dipinto che ne ha fatto la Chiesa cattolica. Non erano affatto adoratrici del demonio, almeno non in molte tradizioni, tra le quali quella italiana, dove la loro vera natura affonda in un insieme di tradizioni e credenze che sono state accuratamente studiate dal punto di vista etnografico.

Le streghe, donne sagge

Fonte: Facebook/museodellestreghepejo

Come spiega bene il curatore del Museo delle Streghe di Peio, le streghe erano prima di tutto donne sagge, che avevano una profonda conoscenza dell’uomo e dell’equilibrio naturale che governa ogni cosa. Esse appartengono ancora ad un retaggio pagano e primigenio, dove alcune credenze permettevano di dominare gli aspetti più nascosti e anche terribili dell’esistenza umana. Pensiamo, ad esempio, alla morte: la morte per noi uomini moderni è qualcosa di spaventoso. Anche chi ha fede e crede in un aldilà, cerca però di rimuovere il pensiero della morte. Le streghe, invece, vivevano a cavallo di due mondi, quello dei vivi e quello dei morti. Non solo le streghe: i nostri antenati non temevano la morte, anzi, la accoglievano in casa.

Vi era ad esempio l’uso di tenere in casa i crani dei defunti, cosa che a noi potrebbe sembrare un po’ macabra. In realtà, era solo un modo per avere sempre accanto le persone amate. Quei teschi venivano anche decorati in modo fantasioso, spesso usando i fuori. La Chiesa però vietò tale pratica, e la gente sostituì i crani veri con crani di cera. Spesso, a quella cera si univano frammenti ossei: un reperto del genere è esposto al Museo delle Streghe di Peio. Si capisce allora come le streghe non fossero altro che espressione di un credo popolare, diffuso tra le persone, che si componeva di tanti piccoli rituali.

Una cosa importante, che Vittorio Pirri ribadisce con chiarezza, è sapere che la magia e la quotidianità non erano disgiunte. Ogni oggetto magico era anche un oggetto di uso pratico. Ad esempio, all’ingresso delle case c’era una soia con una coppella, ovvero una sorta di concavità in cui venivano messi dei granelli di sale. Il sale serviva a tenere impegnata la strega venuta a lanciare il malocchio: essa infatti doveva contare tutti i grani, ma non ci riusciva prima del sorgere del sole. Quel sale poi veniva mangiato dagli animali da allevamento, come le capre.

Reperti da tutto il mondo

Fonte: Facebook/museodellestreghepejo

Quello che potrebbe stupire maggiormente, entrando nel Museo delle Streghe di Peio, è che in un piccolo museo di provincia si trovino reperti provenienti anche da molto lontano, persino dall’Africa e dal Tibet. Si trovano figure in legno, simulacro dei demoni a cui fare offerte e chiedere favori; maschere dipinte, pugnali e ogni sorta di amuleto. Questo dimostra che la magia non è qualcosa che possa confinarsi ad un’unica tradizione o ad un unico territorio, ma che è davvero “patrimonio dell’umanità”.

L’etnografia delle streghe è mondiale, non si confina al Trentino o a Peio ma valica i confini regionale e persino quelli nazionali. La storia delle streghe parla di saggezza antica, di modi per tenere a bada l’oscurità in un mondo dominato dal buio. Purtroppo, la storia delle streghe ha pagine davvero tristi, come ricorda lo stesso percorso museale che si chiude con il ricordo delle donne che vennero condannate per il loro modo di essere, che ad un certo punto non venne più visto di buon occhio. Eppure, quelle streghe avevano aiutato tanti bambini a guarire, tanti innamorati a trovarsi, avevano aiutato tante persone nelle piccole e grandi incombenze quotidiane.

La caccia alle streghe ebbe inizio per oscurantismo e per ignoranza. C’è chi credeva che la croce rovesciata fosse un simbolo satanico, e che per questo le streghe adorassero il diavolo. In realtà, come detto, le streghe erano coloro che tenevano aperta la porta con il mondo dei morti, dove tutto è rovesciato, come in uno specchio. La croce rovesciata non era un modo per dileggiare Dio, ma per consentirne la visione anche a chi non era più.

Il passaggio del testimone… ops… del mestolo (o del cucchiaino!)

Fonte: YouTube

Una curiosità molto interessante raccontata da Vittorio Pirri riguarda il “passaggio delle consegne” operato dalle streghe quando sentivano che il loro percorso era ormai prossimo a concludersi. La loro conoscenza non era scritta: era orale e soprattutto empirica. Così, per scegliere colei che ritenevano essere degna di ereditare le cose apprese nel corso di un’esistenza stregonesca, passavano il loro mestolo o il loro cucchiaino alla strega in erba. Questo perché il mestolo, o il cucchiaino, erano l’unità di misura usata per realizzare le “pozioni”. Proprio come le nostre nonne erano solite tramandare le ricette senza usare i grammi, unità di misura che sarebbe diventata comune solo ai giorni nostri grazie alla diffusione dell’utilizzo delle bilance.

Se però la strega non trovava nessuna che ritenesse degna, faceva in modo che il suo sistema diventasse inutilizzabile. Così, danneggiava il cucchiaino o il mestolo in modo tale che nessuno potesse usarli più. Nel Museo delle Streghe di Peio ci sono alcune testimonianze di tale usanza. In qualche modo è come se ci volessero dire: l’epoca delle streghe è finita, non c’è più posto per la magia in un mondo che crede solo a ciò che si può vedere e toccare. Il mondo invisibile sembra relegato alle teche di un piccolo, coraggioso museo.

Ma è davvero così? Ci sentiamo di dire di no. Se qualcuno ha impiegato tanto tempo e risorse ed energie per costruire un Museo delle Streghe, non è solo per farne uno sterile simulacro. Il tentativo è invece quello di recuperare tradizioni e credenze passate, abbandonate, a volte persino infangate dalla storia successiva, ma che appartengono ad ognuno di noi in modo viscerale e misterioso. Lo potrà testimoniare chiunque visiterà questo piccolo, magico museo: avrete la strana sensazione di aver già visto quegli oggetti, forse di averli usati. E non è escluso che sia davvero così.

A seguire, ti alleghiamo il video con l’interessante intervista a Vittorio Pirri eseguita dal gruppo Ethereal Paranormal Research

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Non aprite quella porta: il mistero del tempio di Padmanabhaswamy

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L’India è un continente affascinante, con una storia molto antica e una profonda spiritualità che sovente noi occidentali facciamo fatica a comprendere. Per questo, forse, l’India è e resta per noi un luogo misterioso, dove realtà e leggenda si fondono al punto che non sai mai dove finisca l’una e dove cominci l’altra. O forse, semplicemente, ciò che noi consideriamo solo racconti, in India diventa verità. Tra i molti templi che popolano questo luogo ce n’è uno che affascina curiosi, studiosi e visitatori. Parliamo del tempio di Padmanabhaswamy e della sua misteriosa porta sotterranea che nessuno è mai riuscito ad aprire.

Il tempio di Padmanabhaswamy

Fonte: Pinterest

Il tempio di Padmanabhaswamy si trova nella regione di Kerala, nella città di Thiruvananthapuram, lungo la costa sud occidentale del continente indiano. Il nome della città vuol dire letteralmente “la città del Signore Ananta”, riferendosi alla divinità Vishnu. Il dio a cui è dedicata la città, e il tempio che si trova in essa, si chiama “Padma” (che vuol dire fiore di loto), Nabha (ombelico) e Swamy (che vuol dire Signore). Questo dio è Brahma, il creatore, che siede su un fiore di loto sbocciato dall’ombelico di Vishnu. La statua che raffigura Brahma e Vishnu nella posizione sopra descritta è talmente grande che i pellegrini la vedono attraverso ben tre porte.

La colossale statua di Brahma e Vishnu è dunque uno dei motivi per i quali il tempio di Padmanabhaswamy è famoso in India. Nonostante la sua struttura imponente, le molte statue votive conservate al suo interno (oltre a quella di cui ti abbiamo appena parlato) e la sua indubbia importanza devozionale, nessuno sa con esattezza quando il tempio sia stato eretto. Sembra risalire al periodo letterario detto Sangam, quindi ad un lasso di tempo compreso tra il 500 avanti Cristo e il 300 dopo Cristo. Secondo altre fonti il tempio sarebbe più recente, risalirebbe al 600 dopo Cristo e sarebbe stato eretto dalla famiglia reale di Travancore.

Ancora una volta, però, nemmeno questa è la peculiarità per cui il tempio di Padmanabhaswamy è famoso. La sua struttura esterna è ricoperta interamente in oro. Molto più preziose però sono le ricchezze rinvenute al suo interno, e per di più in tempi piuttosto recenti. Si valuta che il tesoro del tempio ammonti a qualcosa come oltre 22 miliardi di dollari. Ma quando leggerai o sentirai parlare del tempio di Padmanabhaswamy, non saranno nemmeno le sue inusitate ricchezze al centro del discorso. Il tempio è famoso per una porta, una semplice porta in metallo e legno che nessuno può e nessuno deve aprire, pena immani catastrofi. Scopriamone di più.

Il tesoro del tempio di Padmanabhaswamy

Fonte: theprint.in

Nel 2011 un ufficiale ormai in pensione della polizia indiana, T. P. Sundarajan, avanzò una richiesta presso la Corte Suprema. Con una petizione avanzò formalmente l’istanza di inventariare il tesoro che da sempre si favoleggiava si trovasse all’interno del tempio di Padmanabhaswamy, che però nessuno mai aveva visto. La sua proposta fu accolta e si procedette dunque all’apertura delle sei camere blindate presenti nei sotterranei della struttura. Per aprire quelle porte fu selezionato un team di persone fidatissime e esperte: ma nessuno di loro poteva immaginare cosa avrebbe trovato. Le ricchezze conservate negli spazi sotterranei dell’edificio erano oltre ogni immaginazione.

Nel 2014 il giornalista Jake Halpern del The New Yorker Magazine condusse un reportage, parlando con coloro che avevano assistito all’apertura delle porte. V.K.Harikumar, all’epoca curatore del tempio, raccontò di aver aperto la porta etichettata con la lettera A con le chiavi in suo possesso. Dopo una prima griglia in metallo, aveva incontrato una semplice porta di legno. Oltre la porta aveva trovato una grossa pietra, simile ad una pietra tombale, appoggiata in terra. Ci vollero 5 uomini e 30 minuti per rimuoverla, ma ne valse la pena.

Dopo alcuni angusti gradini, si entrava in un altro ambiente in cui dovette essere pompato dell’ossigeno per respirare liberamente. Un altro degli uomini presenti all’ingresso del sotterraneo A, M. Balagovindan, disse che all’inizio era tutto buio, come di notte. Poi apparvero le “stelle”: erano le pietre preziose che riverberavano la poca luce che si introduceva dall’esterno. Oggetti di valore incommensurabile, oro, gioielli, statue, tutto era ammucchiato per terra perché i contenitori di legno che un tempo li raccoglievano erano andati distrutti con il passare degli anni. Prima di aprire la porta A, gli esploratori avevano tentato di aprire anche la porta B. Ma non ci erano riusciti.

La Porta che Nessuno deve Aprire

Fonte: bangalorelyf.com

Arriviamo dunque al cuore del mistero che avvolge il tempio di Padmanabhaswamy. Nei sotterranei si trovano in tutto 6 porte (anche se in alcune fonti abbiamo riportato il numero di 8 e non è da escludere che ve ne siano delle altre). Di certo però quella che incuriosisce maggiormente è quella contraddistinta dalla lettera B. Questa porta è di acciaio e ha due enormi cobra dipinti sopra. Dopo aver aperto la porta metallica, esattamente come era accaduto con la porta A, gli uomini in esplorazione trovarono una porta di legno. Era molto semplice, senza maniglie, né serrature. Non ci fu modo di aprirla.

Questo fatto riportò alla memoria una leggenda che veniva tramandata da molte generazioni. Si narrava infatti che quella porta fosse stata sigillata con potenti canti e mantra. Solo un sacerdote di alto grado, intonando alla maniera esatta il Garuda Mantra, avrebbe potuto aprirla. Per tutti gli altri, essa non poteva che portare sventura. Sembrò confermare questa macabra profezia il fatto che Sundarajan, l’uomo che aveva richiesto l’apertura delle camere blindate, morì poco dopo aver avanzato la sua istanza.

Non si trattava solo di una vecchia diceria. Chi aveva cercato di forzare l’ingresso alla camera B aveva incontrato sempre una brutta fine. Si racconta di alcuni ladri che nel 1931 avevano cercato di abbattere quella porta: un gruppo di cobra, spuntati fuori da chissà dove, li aveva aggrediti costringendoli alla fuga. Si racconta anche che secoli prima dei monaci, allo stesso modo, avessero provato ad aprire la camera B. Ma avvicinando l’orecchio avevano sentito il suono dell’Oceano e, spaventati, avevano desistito. Oggi è convinzione comune che ogni tentativo di aprire quella porta con attrezzature moderne condurrebbe a catastrofi inenarrabili.

Che cosa si nasconde sotto il tempio di Padmanabhaswamy

Fonte: www.behance.net

La sesta porta del tempio di Padmanabhaswamy ha su di sé un incantesimo. Dietro è nascosto qualcosa che l’Umanità non può ancora attingere, non finché giunga un uomo abbastanza saggio da saper gestire quel che troverà. Qualora si cercasse di prendere con la forza il “tesoro” nascosto dietro Kallara (questo in nome indiano della porta) B, si attirerebbe su tutti una sciagura di immani proporzioni. Non a caso a sorvegliare l’ingresso alla camera segreta vi sono i due cobra, un demone-vampiro noto come Kanjirottu Yakshi e molte alte divinità.

Per il momento sussiste ancora il divieto di aprire la camera segreta, ma non è detto che tale divieto venga ancora rispettato a lungo. Le antiche credenze oggi svaniscono, come la rugiada al sole del mattino. L’uomo contemporaneo ha fede solo nella scienza, in ciò che tocca e vede, e non considera più nulla sacro. L’uomo contemporaneo non crede che aprire una porta possa portare sciagure, e non ha rispetto delle regole che i suoi padri hanno osservato per secoli.

Forse dietro la porta del tempio di Padmanabhaswamy si cela davvero qualcosa di sconvolgente, una rivelazione che potrebbe cambiare la storia dell’Uomo: non lo sappiamo. Sappiamo che le onde di quel mare che rumoreggia oltre la soglia ci parla di un tempo lontano, e di un luogo remoto, a cui torneremo un giorno, ma solo quando saremo davvero pronti.

Fonti:

Il burrone Golosov: nebbie magiche e viaggi nel tempo

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Sono tanti i luoghi misteriosi sulla faccia della Terra, che non lasciano indifferenti nemmeno i più scettici. E la Russia, vista l’enorme estensione del Paese, ne ospita parecchi. Uno dei più famosi, specie negli ambienti New Age, è il burrone Golosov. Su questo luogo si narrano parecchie cose strane. Si dice che sia abitato da strane creature ricoperte di pelo ma di aspetto umanoide, che il suo fiume abbia acque gelide ma che non ghiacci mai. Inoltre, nel burrone scende spesso una nebbia verde, e chi si perde al suo interno può trovarsi a vagabondare nel tempo. Cosa c’è di vero in tutto questo? Scopriamolo insieme, facendo un viaggio fino al parco Kolomenskoye, in Russia, dove si trova il burrone Golosov.

Un luogo leggendario in cui ci si può perdere nel tempo

Fonte: Wikipedia

La prima cosa che è strana nel burrone Golosov è il suo nome: nessuno sa con esattezza per cosa stia il nome “Golosov” anche se ci sono due interpretazioni tra le più gettonate. La prima dice che potrebbe derivare dal nome di un dio pagano che veniva venerato in questa zone. Aveva forma di serpente e governava sull’oltretomba: il suo nome era Veles. Oppure, potrebbe ricordare il termine “golosa”, che in russo vuol dire voci, ad indicare il richiamo che le anime perdute fanno echeggiare tra le pareti del burrone. Nell’uno e nell’altro caso, la traduzione non sminuisce nemmeno un po’ la fama che nei secoli il burrone Golosov ha acquisito.

Per l’esattezza, però, non si dovrebbe parlare di burrone ma di gravina. Infatti, questa stretta gola dovrebbe essersi formata per via dell’erosione determinata da un fiume che oggi non esiste più. Sul fondo delle strette pareti del burrone, però, scorre ancora un rivo d’acqua che va ad alimentare il fiume Moscova, insieme a molte altre sorgenti che caratterizzano il paesaggio di questo posto. Vedremo come anche questi corsi d’acqua possiedano caratteristiche difficili da spiegare. Il burrone divide a metà l’immenso parco Kolomenskoye, che non dista molta da Mosca e all’interno del quale si trova la residenza dello zar Aleksej Michajlovic Romanov. Quindi è un luogo di turismo ricreativo, ma non esente da leggende anche inquietanti.

Si narra infatti che, a volte, lungo il fondo del burrone Golosov scenda una fitta nebbia verdastra. Alcune testimonianze, alcune più remote e altre più recenti, parlano di persone che si sono infilate in modo incauto in quella nebbia per uscirne solo decenni dopo. Soltanto che a chi si era immerso nella nebbia sembrava fossero passati solo pochi minuti, o poche ore. Potrebbero sembrare le solite leggende metropolitane, ma ci sono anche elementi che sembrerebbero confermare i fatti. Approfondiamo.

I cavalieri dell’Orda d’oro

Fonte: Pinterest

La prima vicenda che si racconta risale nientemeno che al 1621. Accade che un distaccamento di cavalieri si presentasse alle porte dello palazzo dello zar, a Kolomna. A quei tempi la Russia era in guerra con il Khanato dell’Orda d’Oro, ormai in disfacimento, e quei soldati sembravano proprio far parte dell’esercito tataro. Solo che c’era qualcosa di singolare nel loro modo di abbigliare. Le armature che indossavano apparivano desuete, così come gli elmi con lunghe code di cavallo che non si usavano più da tempo. I soldati, pur ben sapendo di rischiare la testa, raccontarono una storia incredibile.

Dissero che erano parte dell’esercito del Khan Devlet I Giray, e che durante una battaglia si erano nascosti nel burrone Golosov. Lì una fitta nebbia li aveva avvolti, e avevano faticato un po’ nel ritrovare la strada. Quando infine erano riusciti ad uscire, pensando bene che l’inseguimento ormai fosse finito, si erano recati a palazzo. Tutto questo però era accaduto nel 1571, durante l’attacco a Mosca. Lo zar diede ordine che venisse condotta un’inchiesta, il cui esito fu il seguente: probabilmente quegli uomini avevano detto la verità. Ahinoi, nessuno racconta che fine abbiano fatto i cavalieri che avevano galoppato attraverso il tempo.

Compagni di bevute

Fonte: www.besthdwallpaper.com

L’altra storia che si racconta risale a tempi più recenti e riguarda due contadini, Arkhip Kuzmin e Ivan Bochkarev. Siamo nel 1810: il loro racconto sarebbe stato riportato sul giornale Moskovskie Vedomosti nel 1832. I due amici stavano tornando a casa, presumibilmente dopo una buona bevuta, quando avevano capito che si era fatto molto tardi. Per abbreviare il tragitto avevano così deciso di tagliare attraverso il burrone Golosov. Qui, ad un tratto, una fitta nebbia li aveva avvolti. I due si erano persi, ma per fortuna avevano incontrato delle strane creature, simili a uomini ma molto pelose, che cercavano a gesti di indicare loro la strada. Alla fine erano riusciti ad arrivare a casa.

Peccato però che né le loro mogli, né i loro figli li aspettassero più: erano spariti da circa 20 anni, mentre per loro non erano trascorse che poche ore. La Polizia iniziò ad investigare sul caso che assurse agli onori delle cronache. Si racconta che uno dei due uomini, forse non sentendosi più a suo agio in un mondo che era andato avanti senza di lui, tornò volontariamente ad immergersi nella nebbia. Non ne è più uscito, almeno finora e per quel che ne sappiamo.

Il burrone Golosov e le sue strane proprietà

Fonte: izi.travel

Una storia molto antica e il racconto di due ubriaconi: sembra non esserci molto per prestare credito a queste storie. In verità, il burrone Golosov è un luogo particolare, dove strane energie si concentrano, e questo viene provato dalle peculiari caratteristiche fisiche che ha dimostrato di possedere. Vadim Aleksandrovic Cernobrov, personaggio molto controverso che però ha trascorso la sua vita a studiare fenomeni fuori dal comune, ha affermato di aver condotto delle indagini nel burrone usando un cronometro in grado di rilevare le differenze di velocità nel tempo anche infinitesimali. Ha quindi verificato che nel burrone Golosov in effetti si verificano crono anomalie frequenti, ma minime, non escludendo che occasionalmente se ne fossero potute verificare anche di maggiori. Come i due esempi sopra riportati.

Sempre Cernobrov condusse degli studi su due pietre che si trovano nel burrone e che sono diventate oggetto di particolare venerazione per i culti neo pagani. Sono chiamate le pietre sacre di Kolomenskoye. Sono due pietre di 10 tonnellate l’una, di granito, quindi diverse dalla composizione delle altre rocce di Golosov, chiamate l’una Diviy (energia femminile) e Gus (energia maschile). Ha detto di non aver trovato particolari radiazioni su di esse, ma di certo in antichità sono state manipolate da mano umana. Non è certo come siano giunte fin qui; dopo alcuni lavori di sistemazione del parco sono state ricollocate diversamente rispetto al loro luogo originale.

Nonostante quanto rilevato da Cernobrov, alcune indagini portate invece avanti dal General Physics Institute hanno dimostrato come il campo elettromagnetico della Terra sia molto più potente all’interno del burrone, 12 volte oltre la norma lungo il burrone stesso, e 27 oltre la norma vicino alle pietre. Altre anomalie rilevate riguardano la propagazione del suono e il punto di congelamento dell’acqua. Se delle campane suonano in cima al burrone, il suono si ode perfettamente anche dal fondo. E l’acqua delle sorgive non ghiaccia mai, per quanto sia gelida, a differenza di quanto accade al fiume Moscova, e nessuno se ne spiega il motivo.

Un luogo sacro agli dei

Fonte: Atlas Obscura

Molti dicono che la venerazione delle pietre sacre di Kolomenskoye sia recente, e nata da dicerie diffuse circa la capacità di guarigione che tali pietre avrebbero. Secondo altri invece la sacralità del burrone Golosov era ben nota fin dall’antichità, e all’antichità risalirebbe il mito delle strane creature che i due contadini raccontarono di aver visto. Si tratterebbe infatti di esemplari di Leshy. Il Leshy è una sorta di Yeti slavo, una creatura umanoide che si aggirerebbe nei boschi a punire chi uccide gli animali senza motivo e senza aver chiesto il suo permesso.

Inoltre, il burrone Golosov probabilmente era un luogo di culto molto antico in cui venivano venerati gli dei elementali, in particolar modo il dio chiamato Veles che dominava sull’Oltremondo. Questa supposizioni però sono rigettate da molti, che credono che il burrone Golosov non sia altro che questo: uno strapiombo tagliato dai fiumi nel corso dei secoli che per qualche motivo è diventato “di moda” tra neopagani e seguaci della filosofia New Age in tempi moderni.

Come sempre, noi crediamo che quando una fiamma si accende spesso risorge da antiche braci. La scienza, che oggi molti venerano come il nuovo dio assoluto, ha dimostrato che, per certi versi, il burrone Golosov viola le leggi naturali e presenta tratti speciali. I nostri antenati erano molto più sensibili di noi a queste cose, e non possiamo che rallegrarci se qualcuno, ancora oggi, torna ad apprezzare e usare ciò che un tempo è stato ritenuto sacro.

Fonti:

Maria Orsic, la misteriosa medium del Vril

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Se fai anche solo una rapida ricerca su Google per immagini, digitando il nome “Maria Orsic”, troverai una gran quantità di foto. Le foto raffigurano una bellissima giovane donna, dagli occhi magnetici e dai lunghi capelli presumibilmente biondi. Le foto sono infatti in bianco e nero, visto che Maria Orsic è vissuta tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento… ammesso che sia mai esistita. Scopriamo chi era questo misterioso personaggio, cosa si racconta su di lei e cosa c’entra con la Germania nazista, con Hitler e con la forza chiamata Vril.

Maria Orsic: biografia

Fonte: nichotemporalalternativo.blogspot.com

Il cognome Orsic appare scritto anche in altri modi (Oršić oppure Orsitch) e si riferisce ad una donna, nota per essere stata una potente medium, nata il 31 ottobre 1895 a Zagabria. Sua madre era austriaca e suo padre croato. Nel 1919 la giovane si trasferì a Monaco, dove si avvicinò ai movimenti nazionalistici che chiedevano l’annessione dell’Austria alla Germania. In particolar modo, entrò in contatto con i componenti della società Thule, da cui avrebbe avuto origine il partito nazionalsocialista guidato da Adolf Hitler.

Fu in quegli anni che la stessa Orsic, insieme ad altre donne dotate di poteri particolari, fondò un’altra società chiamata Alldeutsche Gesellschaft für Metaphysik, più nota come Vril Gesellschaft. La denominazione si rifaceva ad un’opera di fiction pubblicata alla fine del XIX secolo. In quel romanzo si parlava appunto di questa misteriosa forza, il Vril, simile all’energia elettrica ma molto più potente, e in grado persino di modificare l’animo dell’uomo e i suoi pensieri. Lo scopo della Orsic e delle sue affiliate era quello di aiutare a convogliare questa forza cosmica entrando in contatto con intelligenze di altri pianeti.

A tale scopo Maria Orsic e le sue consorelle, tra le quali ricordiamo la misteriosa Sigrud, che si faceva chiamare solo con questo nome della mitologia nordica, e Traute A., tenevano i capelli molto lunghi. Di solito li raccoglievano in una coda di cavallo: essi servivano infatti come “antenne” per comunicare con mondi lontani. Cosa che a Maria riuscì durante una seduta spiritica, in cui avrebbe dovuto mettersi in contatto con Dietrich Eckart. Questi era stato membro della società Thule e voleva essere raggiunto da Rudolf Hess e Rudolf von Sebottendorf, fondatore della Thule Gesellschaft.

Il messaggio raccolto da Maria Orsic

Fonte: tr1b.wordpress.com

Era il 1924, e Maria Orsic si trovava nell’appartamento di Monaco di Hess. La donna entrò in trance e iniziò a parlare prima con la voce di Eckart, poi con un’altra voce sconosciuta. Chi la stava possedendo disse di essere l’abitante di un pianeta lontano, che si trovava nella costellazione del Toro e orbitava attorno ad Aldebaran. Apparteneva, disse ad una razza chiamata Sumi-Er che 500 milioni di anni prima era stata sulla Terra, era sopravvissuta al Grande Diluvio e aveva dato origine alla razza ariana. In seguito, Maria riempì dei fogli con due scritture diverse.

Una delle due risultò essere sumero; l’altra invece era sconosciuta. La medium aveva anche avuto delle visioni, che le avevano mostrato delle strane navi volanti a forma di disco. Da quell’episodio nacque il progetto Aldebaran, che aveva lo scopo di costruire quelle macchine e di usarle per raggiungere il lontano pianeta dei Sumi grazie all’energia del Vril. Accadde però che il progetto prendesse più tempo del previsto. La guerra imperversava, e ben presto apparve chiaro che gli Alleati stavano vincendo e che il nazismo avrebbe incontrato la sua fine.

Maria Orsic, insieme alle altre donne che avevano fatto parte della sua società segreta, fece perdere le sue tracce. Nel 1945 sparì misteriosamente nel nulla lasciando solo un messaggio sibillino che diceva “niemand bleibt hier” (nessuno è qui). Per molti, la bella medium dai lunghi capelli è riuscita a raggiungere Aldebaran nell’attesa di tornare un giorno, e dare una diversa conclusione all’esito della guerra.

Società Vril: realtà o fantasia?

Fonte: Reddit

Queste e molte altre informazioni su Maria Orsic sono reperibili in rete, in molti libri scritti a partire dal dopoguerra, insieme alle sue foto e a documenti che riproducono la sua scrittura automatica, i piani per la costruzione dei dischi volanti, i simboli che venivano usati dai membri della società. Eppure, permane un dubbio fondato. Questa donna è realmente esistita, o si tratta solo del parto della fantasia di alcuni nostalgici del Reich?

Cerchiamo di allineare i fatti, così come è possibile ricostruirli. Quel che è certo è che il Vril, con questo nome, è stata un’invenzione di fantasia dello scrittore Edward Bulwer Lytton. Ben presto però la sua idea fu ereditata da altri pensatori che la trasportarono, per così dire, nel mondo reale. Helena Petrovna Blavatsky, una delle fondatrici della teosofia, recuperò l’idea di questa forza universale chiamandola con un altro nome, Mash-Mak, e collegandola con gli abitanti di Atlantide, progenitori dell’attuale razza umana. In seguito il Vril fu protagonsita di diverse pubblicazioni, la più famosa delle quali risale al 1960.

François Pauwels e Jacques Bergier parlarono diffusamente del Vril nel loro libro Le Matin des Magiciens, che fu un best-seller. Dalle pagine di questo libro nasce l’affermazione, oggi popolarmente condivisa, che il nazismo e Hitler erano ossessionati dall’occulto. Nel volume si fa una ricostruzione del modo in cui il Vril entrò nella sfera d’attenzione della alte sfere naziste, fino a parlare della creazione di una base in Antartide che avrebbe continuato ad essere attiva anche durante tutto il periodo della Guerra Fredda, portando avanti la sperimentazione per la creazione dei dischi volanti. Da cui i numerosi avvistamenti UFO di quegli anni.

Negli anni Novanta, la narrazione circa la società Vril in epoca nazista fu portata avanti dagli scrittori Norbert Jürgen-Ratthofer e Ralf Ettl i quali raccontarono anche la storia di Maria Orsic, che da allora è diventata di dominio pubblico accendendo la fantasia di tutti, con la narrazione della bellezza sovrumana della medium svanita come nel nulla.

Prove e supposizioni

Fonte: www.classifiedufo.com

Esistono, di fatto, dei documenti che testimoniano l’esistenza di gruppi che, già prima della Seconda Guerra Mondiale, in Germania si interessavano al Vril. Che il Vril fosse considerato molto di più della mera invenzione di uno scrittore, lo prova il fatto che fu al centro delle speculazioni filosofiche ed esoteriche di molti liberi pensatori di quegli anni. Innegabile è anche che poi siano nate molto storie più o meno credibili attorno a questa radice centrale. Resta una domanda senza risposta, ovvero se Maria Orsic sia mai esistita, o meno.

Risalire alla verità volendo trovare le tracce di qualcuno vissuto in uno dei periodi storici più travagliati e tormentati degli ultimi decenni è praticamente impossibile, poiché la guerra ha distrutto molte testimonianze dell’epoca con la sua violenza. Possiamo solo ragionare sulla verosimiglianza di quanto autori successivi hanno narrato, e da questo punto di vista non si può eccepire nulla. Le società segrete esistevano, in quegli anni esoterismo e credenza in fenomeni paranormali erano pane quotidiano. Credere nell’invisibile era più facile, quasi scontato.

Al giorno d’oggi, per noi moderni, è meno facile credere che un grande dittatore abbia fondato gran parte del suo potere su convinzioni basate su eventi accaduti secoli, millenni, milioni di anni prima. Eppure sappiamo che il delirio di onnipotenza di Hitler aveva cercato fin dagli esordi delle solide giustificazioni scientifiche e filosofiche, nell’affannarsi a dichiarare la supremazia della razza ariana. Così come ancora oggi il potere strumentalizza storia, scienza e fatti ai suoi scopi, così accadeva allora. Ma ciò non vuol dire che, dietro le ideologie, mascherata ad arte, non si nasconda anche un fondamento di verità.

Fonti:

John Keely: imbroglione o detentore dei segreti del Vril?

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Dare un giudizio storico su alcuni personaggi non è mai facile, specie quando si parla di coloro che sono stati etichettati come “imbroglioni”. John Keely è uno di questi personaggi. Se cerchi la sua storia, il giudizio su di lui sarà senza dubbio negativo. Eppure c’è chi pensa che Keely avesse in sé un potere “magico”, il potere che i nostri antenati hanno usato per costruire le meraviglie che oggi non ci sappiamo spiegare. Scopriamo chi è stato John Keely, cosa ha fatto e cosa a che vedere con la sua vicenda il vril.

John Keely e la sua invenzione

Fonte: svpwiki.com

Il nome completo di John Keely era John Ernst Worrell Keely. Nacque nel 1837 e per molti anni la sua figura rimase pressoché sconosciuta. Orfano, fece diversi lavori fino a quando non decise di assurgere agli onori delle cronache. Era il 1872 quando fece un annuncio strepitoso: disse che aveva inventato una macchina che avrebbe rivoluzionato lo stile di vita degli uomini per sempre. Proclamò di aver scoperto una “forza” misteriosa capace di fare cose incredibili senza costare molto. Non si limitò a parlare: decise anche di dare una dimostrazione pratica di quello che asseriva, una dimostrazione che sarebbe stata solo la prima di numerose che si sarebbero susseguite negli anni a venire.

Il 10 Novembre del 1874 Keely ospitò nel suo laboratorio di Philadelphia, al 422 North Twentieth Street, giornalisti, investitori, magnati e industriali. Fu in quell’occasione che impressionò tutti mostrando la sua macchina “vibrazionale”, che più tardi i giornalisti avrebbero ribattezzato in modo più semplice “macchina del moto perpetuo”. L’unico “carburante” di quella macchina era una delle sostanze più comuni sul pianeta Terra, vale a dire l’acqua. Keely spiegò di aver trovato il modo di sfruttare l’energia vibrazionale che scorre tra i vari atomi dell’acqua, inducendola a “muoversi” all’unisono e creando dunque forza e potenza per, ad esempio, sollevare oggetti molto pesanti.

Keely definiva la sua macchina “hydro-pneumatic pulsating vacuo-motor engine”, ovvero “motore vuoto idro penumatico pulsante”. Nella forma, tale macchina era formata da un generatore fatto di un unico pezzo di bronzo, riempito di una quarantina di litri d’acqua. Dentro al generatore c’erano valvole cilindriche collegati da tubi, dotati di rubinetti. C’era poi il “ricevitore”, collegato con un tubo al generatore. La cosa più stupefacente era il modo con cui Keely azionava la sua macchina: suonando uno strumento musicale. Quella dimostrazione lasciò tutti molto impressionati, giacché la macchina funzionava davvero.

La teoria di John Keely

Fonte: www.magnoliabox.com

Secondo quanto tengono a precisare tutte le fonti che raccontano di questo stravagante inventore, Keely era molto geloso circa i progetti della sua macchina. Temeva che qualcuno potesse rubargli l’idea. Fu invece molto prodigo di spiegazioni a livello teorico. Raccontò infatti che l’idea per la macchina ad acqua gli era venuta proprio suonando il violino. Se le onde vibrazionali potevano creare musica, perché non potevano creare anche energia? Mise così a punto un motore che poteva funzionare all’infinito, a sua detta, e che naturalmente aveva un costo irrisorio visto che andava ad acqua. Gli investitori non si fecero pregare e fu così che nacque la Keely Motor Co.

La macchina, però, era solo un prototipo, così John Keely continuò a lavorarci sopra mentre i suoi finanziatori attendevano risultati concreti. Man mano che Keely perdeva credito, c’era chi non cessava di sostenerlo strenuamente. Si trattava di Mrs. Clara Jessup Bloomfield-Moore, una vedova facoltosa che profuse il suo denaro per far proseguire gli studi e le ricerche di Keely. La donna riteneva che la “forza eterica” scoperta e incanalata da John Keely fosse “il sole del futuro dell’Uomo e le basi di ogni sua successiva evoluzione”.

Nelle dimostrazioni che Keely continuava a tenere l’inventore usava il diapason, il violino, il flauto e altri strumenti per avviare la macchina che si faceva sempre più complessa, ma che poteva tagliare la legna o far muovere un treno. Un evento improvviso però impedì all’uomo di terminare i suoi lavori: nel 1898 Keely morì. Fu allora che vennero fuori tutti i dubbi che la comunità scientifica aveva sempre nutrito nei confronti della sua fantomatica macchina, e che il nome di Keely venne definitivamente screditato.

John Keely, l’imbroglione

Fonte: svpwiki.com

Nel 1884 un articolo pubblicato sulla rivista Scientific American aveva avanzato l’ipotesi che lo straordinario motore di Keely funzionasse semplicemente ad aria compressa. Quando poi l’inventore morì, di lì a poco lo seguì anche la sua principale finanziatrice e sostenitrice, la signora Moore. Il figlio di lei, che non aveva gradito vedere sua madre dilapidare il patrimonio che aveva intenzione di ereditare, decise quindi di smantellare il laboratorio di Keely permettendovi l’ingresso ai giornalisti. Fu così che nel 1898 sul Philadelphia Press uscì un articolo in cui tutto il castello di menzogne di Keely veniva smantellato.

Nel seminterrato del laboratorio era infatti stata trovata una grossa sfera di ghisa, che si suppose essere il meccanismo ad aria compressa che realmente faceva funzionare il motore vibrazionale. Sul The New York Journal furono anche pubblicate delle foto in cui si mostrava il complesso sistema usato per convogliare l’energia dal seminterrato alla presunta macchina a moto perpetuo. Non sembravano esserci più dubbi: per 25 anni Keely aveva ricevuto soldi attraverso una clamorosa e ben riuscita truffa.

Eppure, non tutti si convinsero di questo. Restarono anche i sostenitori dell’uomo che, di fatto, per la sua ritrosia a condividere i risultati delle sue ricerche, non aveva lasciato alcun documento, alcuna carta, alcun brevetto. Parte del suo laboratorio era già stato smantellato, quindi era difficile dire a cosa servisse quello che era rimasto. Forse era ad un passo dal traguardo, quando era morto? Era davvero solo un volgare imbroglione, o magari era un Nikola Tesla che ancora non è stato riabilitato?

John Keely, il mago

Fonte: Wikimedia

Allora, siccome a noi piace sempre considerare le questioni da ogni possibile angolazione, ti forniamo anche un’altra chiave di lettura. Questa chiave di lettura parte dal presupposto che la misteriosa “forza eterica” scoperta da Keely esista davvero: è quella che Sir Edward George Earle Bulwer-Lytton chiamò nel suo libro “The Coming Race” vril. In seguito, Hitler avrebbe fondato una società con lo stesso nome, andando alla ricerca di questa fonte di energia illimitata e potenzialmente distruttiva.

Ma che cosa sarebbe il vril? Il vril è la fonte primordiale di ogni altra forma di energia: è il nucleo primigenio della vita, l’afflato vitale, è ciò che interscorre tra tutto ciò che è e che lo fa vivere. Il libro di Bulwer-Lytton era di fantasia, ma il vril era tremendamente reale per i teosofi e gli ermetici. Il vril assomiglia all’elettricità ma non è la stessa cosa; deriva da una vibrazione universale che può essere incanalata e che, ad esempio, Nikola Tesla voleva provare a dare gratuitamente a tutta l’Umanità con la costruzione della sua Torre.

Il vril è anche la forza che, secondo alcuni, aiutò gli egiziani a costruire le piramidi, o che coadiuvò l’erezione di tanti altri monumenti megalitici. Una forza straordinaria e dirompente che, se non usata in modo corretto, potrebbe distruggere il mondo. Ecco perché la conoscenza del modo di usarla è stata sepolta: forse con Atlantide. Eppure, ci sono uomini che possono attingere ad essa: sono i “maghi”.

Secondo alcune interpretazioni, John Keely era un “mago”. La sua macchina funzionava solo se ad azionarla era lui, perché aveva trovato il modo di convogliare il vril attraverso il suo corpo. Forse quello che cercava era proprio il modo per cui la macchina potesse funzionare con tutti. Non ha avuto modo di portare a termine i suoi studi, magari perché i tempi non erano maturi. E magari dovranno passare ancora molte migliaia di anni prima che l’Uomo sia in grado di amministrare saggiamente questa forza cosmica che pure esiste, ed è tutt’attorno a noi.

Fonti:

Le Antiche Tradizioni con cui si celebrava Halloween

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Halloween affonda le sue radici nel mondo pagano e celtico, contaminandosi poi con il cristianesimo che se ne impadronì, trasformandolo nella Festa di Tutti i Santi. Il Paese europeo in cui questa festività è maggiormente avvertita è sicuramente l’Irlanda, dove ancora oggi si rinverdiscono tradizioni antiche quanto l’Irlanda stessa. Scopriamo quali sono, e quale è il loro significato.

Origini di Halloween

Fonte: Pinterest

Per approfondire la storia delle origini di Halloween rimandiamo i nostri affezionati lettori ad un altro articolo di questo sito. Qui ci limitiamo a ricordare che in origine Halloween era la festività celtica di Samhain, che si celebrava tra il 31 ottobre e il 1 Novembre. Samhain era uno dei momenti topici della “ruota dell’anno” dei Celti, a metà strada tra l’equinozio d’autunno e il solstizio invernale.

In questo periodo si celebrava la festa del raccolto, ma era credenza comunque anche che il velo tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliasse, permettendo agli uni di comunicare con gli altri. Oltre agli spiriti dei defunti, potevano tornare sulla Terra anche esseri soprannaturali chiamati Aos sì. Nell’VIII secolo d.C., papa Gregorio III diede ordine ai missionari di integrare la nuova religione con le antiche credenze.

Per questo la celebrazione di Tutti i santi (All Saints’ Day o All Hallows Day) venne spostata dal 13 Maggio al 1 Novembre. La notte precedente è dunque “la veglia di tutti i Santi” o “All Hallows Eve”, da cui Halloween. Ecco perché le tradizioni che riguardano questa festa sono una commistione degli antichi riti e delle nuove tradizioni introdotte dal cristianesimo.

Costumi

Fonte: www.horrorgrinder.com

L’uso di mascherarsi deriva dal fatto che si credeva, come detto, che gli spiriti e le creature soprannaturali potessero tornare a circolare liberamente sulla Terra per la notte di Halloween. Indossare un costume che mimasse le loro fattezze era dunque un modo sicuro per “evitarli”. Gli spiriti avrebbero scambiato l’umano travestito per uno di loro, e sarebbero passati oltre.

Nero e Arancione

Fonte: depositphotos.com

I colori emblematici della festa di Halloween sono il nero e l’arancione, per un motivo ben preciso che affonda in Samhain. Il nero è il colore della lunga notte, dell’inverno ormai prossimo che accorcia la durata delle giornate. Inoltre, è anche il colore della morte, che riprende il suo dominio sulla Terra, anche se solo per una notte. L’arancione è associato al fuoco, alla luce che fuga le tenebre.

Fuochi

Fonte: Pexels

Nella notte di Halloween è uso comune accendere fuochi. Al tramonto del sole del 31 Ottobre, i Druidi irlandesi si radunavano sul luogo sacro, la Hill of Ward, nella Contea di Meath, e accendevano un grande fuoco. Poi elargivano i loro doni per gli esseri invisibili che avrebbero passato la notte con loro, vicino al fuoco, in attesa del primo raggio di luce del giorno. Ancora oggi è uso comune accendere una luce: anche solo una candela da tenere in vita per tutta la notte.

Jack O’Lantern

Fonte: www.10wallpaper.com

Uno dei simboli per eccellenza di Halloween è la zucca intagliata con il lumino all’interno. In origine, in Irlanda, la zucca era una rapa. Stava a ricordare la storia dello sbruffone Jack, che al momento della morte fu rifiutato sia dall’Inferno che dal Paradiso. Costretto a vagare per sempre, chiese solo una luce. Il diavolo gli diede un tizzone ardente infilato dentro una rapa. Accendere ancora oggi una luce in una zucca è un modo per indicare a Jack il cammino, nel suo eterno vagabondare.

Predire il futuro

Fonte: www.newstalk.com

Nella notte di Halloween i Druidi facevano delle divinazioni per prevedere come sarebbe andato l’anno a venire. In seguito, la cosa divenne soprattutto un gioco in cui si cercava di indovinare qualcosa in merito a lavoro, fortuna e amore. Le ragazze, ad esempio, dovevano estrarre una rapa dal terreno. Quanta terra fosse rimasta addossa alla rapa avrebbe indicato la ricchezza della persona amata. Poi dovevano dare un morso alla rapa, e il suo sapore (amaro o dolce) avrebbe indicato il destino del loro matrimonio.

Scherzi

Fonte: www.forgetthebox.net

Molta parte della sinistra fama di Halloween deriva forse da quello che accadde nel XVII secolo. Tradizionalmente, era uso fare degli scherzi durante la notte del 30 Ottobre, ovvero quella precedente ad Halloween. Lo scopo era allontanare gli spiriti in arrivo. Nel XVIII secolo però vi fu un’escalation di vandalismo e violenza, tanto che la notte del 30 Ottobre divenne nota come “Notte del Diavolo”. Piccoli scherzi innocenti invece caratterizzano ancora oggi il modo di celebrare questa festività, specie tra i più piccoli.

Queste sono le antiche tradizioni, che sempre dovrebbero essere rinverdite. Non è sciocco ripetere i rituali che hanno caratterizzato la vita dei nostri antenati. Questo è il modo che abbiamo per restare ancorati alle nostre origini, per non smarrire il vero senso della vita, per non perdere di vista la strada da percorrere. Halloween, come ogni altra festa, non è solo una manifestazione ludica: è una manifestazione di uno spirito collettivo che mai dovrebbe venire meno.

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