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Ecate, la dea dei trivi e della notte

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Il pantheon greco era estremamente ricco di dei e divinità di vario grado e genere. Alcune le conosciamo bene: Apollo, Zeus, Atena. Molte di loro, infatti, sono poi passate a far parte anche del pantheon romano. Ci sono poi dei meno importanti, potremmo dire, che però hanno avuto una curiosa sorte. Pur essendo, un tempo, dei “minori”, sono rimasti nell’immaginario collettivo in modo assai più vivo e vivido dei loro fratelli e sorelle maggiori. Una di tali divinità è la misteriosa e multiforme Ecate la quale, nel corso dei secoli, ha assunto volti e valenze diverse e la cui fama, ancora oggi, non è spenta.

Le origini di Ecate

Fonte: archaeologynewsnetwork.blogspot.com

Le origini di Ecate non sono molto chiare, e questo è un primo punto che dimostra come la statura di questa dea sia assai più elevata di quanto non si pensasse un tempo. La prima menzione ufficiale che troviamo di lei con questo nome è nella Teogonia di Esiodo, scritta nell’VIII secolo avanti Cristo, dove la si dice figlia di una ninfa, Asteria, e di un titano, Perse. Di fatto, quindi, Ecate apparterrebbe alla genia dei titani, creature mostruose che si ribellarono a Zeus. Lei fu la sola a rientrare tra le fila del sovrano degli dei. Secondo altre fonti, Ecate era invece figlia dello stesso Zeus. Ma la storia della dea ha inizio, molto probabilmente, molto prima.

Sono parecchi, infatti, a ritenere che questa figura sia confluita nella religione greca venendo da culti assai più antichi. L’ipotesi più accreditata è che la dea fosse originariamente venerata in Caria, una regione dell’Anatolia (odierna Turchia). Oppure, potrebbe essere associata alla dea della fertilità Hequet, venerata in Egitto. In definitiva, Ecate sarebbe una delle tante multiformi figure assunte dal remoto culto della Grande Madre, che però si veste di alcuni aspetti più oscuri e meno solari.

Il nome “Ecate” infatti sarebbe derivato da un epiteto di Apollo che voleva dire “colui che arriva lontano”. La dea sarebbe una sorta di “doppio oscuro” di Artemide, sorella del dio Apollo. Quest’ultima avrebbe assunto su di sé tutti i connotati positivi, mentre Ecate si sarebbe fatta portatrice dei significati più magmatici e primigeni dell’essere femminile. Vedremo infatti come, specie nel tempo, la dea Ecate sia diventata sinonimo di magia, stregoneria, e associata con la notte e la morte.

I connotati della dea

Ecate o le Tre Parche, William Blake, 1795, Fonte: Wikimedia

Nell’ambito della religione greca, i compiti di Ecate come divinità erano piuttosto variegati. Essa era protettrice della casa, ma anche dei viaggiatori, in quanto i suoi busti erano messi agli incroci delle strade, specie ai trivi. Era la dea della magia e della notte, colei che poteva mettere in contatto due mondi, quello dei vivi e quello dei morti. In tal senso va letta la sua presenza all’interno del mito di Ade e Persefone. Secondo questo mito il dio degli Inferi, Ade, si invaghì di Persefone, figlia di Demetra, dea delle messi. La rapì e ne fece la sua sposa nel regno oltremondano.

Ma sua madre cercò Persefone in lungo e in largo, e fu Ecate a dirle di averla vista nel regno di Ade. Ecco che si evince il ruolo di intermediaria della dea tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Quindi, essa è la dea dei luoghi di confine e di passaggio, e la sua più comune raffigurazione, con tre teste o addirittura con tre corpi distinti, si riferisce esattamente a questo. La dea guarda in tre direzioni reggendo in mano una torcia per fare luce, una chiave per aprire i varchi, e un serpente, che è uno degli animali associati ad essa insieme al cane e al cavallo nero. Il serpente è anche simbolo del labirinto, una delle immagini frequentemente associate alla dea.

Ecate è divinità femminile per eccellenza, e in quanto tale legata alla luna e ai suoi cicli. In quanto una e trina, essa è raffigurata come la giovane, la madre e la vecchia. Essa è anche psicompompa, ovvero traghettatrice di anime, e secondo alcune tradizioni possiede un potere che tra gli altri dei è posseduto solo da Zeus, ed è quello di agevolare o, al contrario, impedire la realizzazione dei desideri degli uomini. Insomma, davvero tanti significati importanti per una divinità che dovrebbe essere “minore”, che ci fanno intuire, al contrario, le sue radici lontane e antiche. Inoltre, non va trascurato il suo legame con la Sibilla e con le arti divinatorie.

Ecate e la Sibilla Cumana

Antro della Sibilla Cumana, Fonte: www.21secolo.news

Ogni Sibilla era ispirata da una divinità diversa. Per la Sibilla di Delfi l’ispirazione veniva da Apollo; per la Sibilla Cumana, che risiedeva presso il lago d’Averno, essa veniva da Ecate. Questo perché la dea era in grado, come abbiamo già detto, di comunicare con il mondo degli spiriti. Da qui derivò, con il tempo, anche la sua associazione con le arti magiche e con la negromanzia addirittura. In tempi più recenti, essa è divenuta addirittura una divinità centrale nei culti misterici: viene spesso citata negli Inni orfici e negli Oracoli Caldaici.

Gli Oracoli Caldaici sono uno dei testi fondamentali del neoplatonismo e furono composti intorno al II secolo dopo Cristo. Sono un’opera molto importante, che tenta di riassumere tutta la scienza e la filosofia antica ed è ispirata alle teorie di Zoroastro e al culto del sole. Un parallelo, in Egitto, sono gli scritti attribuiti ad Ermete Trismegisto. Ancora una volta appare chiaro come Ecate sia una divinità che assorbe in sé molte istanze diverse che risalgono a ben prima dell’epoca ellenica.

La sua qualità principale è quella di essere una e trina. In questa triplice veste, Ecate trova tanti parallelismi in tutte le altre religioni pagane, e soprattutto incarna sia il volto della madre benevola (che troviamo anche nel cristianesimo) che quello della megera o strega o fattucchiera. Si tratta cioè di una dea composita, non univoca, affascinante perché ha in sé la luce e l’oscurità, esattamente come Luna che a volte è Nuova e a volte è Piena.

La trottola di Ecate

Fonte: hexandbalances.tumblr.com

Alla dea sono associati molti oggetti, simboli e molte immagini archetipiche. Il serpente, ad esempio, è uno dei suoi simboli, così come la stilizzazione delle fasi lunari o le due torce incrociate. Uno dei manufatti più interessanti collegato alla dea è la cosiddetta “trottola di Ecate”, detta anche Iugx o strophalos. Stando alle testimonianze scritte dello storico bizantino Michele Psello, la trottola aveva forma sferica. Era d’oro, con uno zaffiro al centro, e veniva fatta ruotare con una cinghia di cuoio.

Il rumore che la trottola emetteva nel suo movimento rotatorio veniva interpretato dall’indovino, in quanto era la voce del dio o degli spiriti dell’oltre. Ecco quindi che, ancora una volta, la dea è Sibilla, ovvero consente la divinazione del futuro, o risponde a domande che vengono fatte non per sua diretta conoscenza, ma come intermediaria e psicopompa. Il grande potere di Ecate è forse quello di non essere attrice ma coadiuvatrice, colei che aiuta e soccorre ma resta sempre, per certi versi, imparziale.

Quando giungi al crocevia, Ecate non ti indica quale strada prendere tra quelle che ti si presentano davanti. Essa ti invita a fare luce dentro di te per capire tu stesso qual è la direzione giusta, in quanto non esiste la direzione giusta per tutti, ma solo quella più adatta a te. Ecate a volte, semplicisticamente, è detta “dea della notte”, come se avesse connotazione negativa. Ma ella è la portavoce di tutte quelle donne che vennero considerate “streghe” solo perché vedevano oltre, e dell’uomo non ignoravano né il bello, né il brutto.

Fonti:

Gli dei della Grecia erano davvero dei?

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Chiunque abbia studiato la mitologia greca e l’affascinante (e troppo spesso dimenticato) retaggio antico di questo popolo, conosce bene le tante divinità del nutrito pantheon greco. A dirla tutta, per conoscerle basta aver visto i cartoni animati da bambini! Quello che si legge nei libri di scuola suona più o meno così.

Gli dei venerati dai greci, in un primo tempo, erano la personificazione dei fenomeni naturali, come era tipico dei popoli nomadi. In seguito divennero anche incarnazione dei sentimenti e degli ideali umani. Ma c’è una cosa che anche al più ingenuo dei commentatori moderni salta all’occhio: le divinità greche sembrano terribilmente umane. E se non fossero altro che… uomini?

Divinità poco divine

Fonte: http://www.ancientfacts.net

Basta leggere un qualunque volume che tratti del pantheon greco per rendersi conto quanto Zeus, il sovrano di tutti gli dei, e il suo vasto stuolo di sudditi, abbiano comportamenti molto molto terrestri. Stuprano, uccidono, si vendicano, provano odio e rabbia e invidia. Un comportamento molto poco “olimpico”, in verità.

E in verità sembra anche strano che un popolo come quello greco abbia dovuto elaborare una religione tanto complessa. A quei tempi (la civiltà greca fiorì nel suo massimo splendore intorno al VI secolo a.C., ma aveva iniziato ad affermarsi già nel XII secolo a.C., durante il cosiddetto “medioevo ellenico”) si adoravano per lo più dei legati al cielo e alla terra.

Il discorso relativo alle religioni primitive ci potrebbe portare molto lontano, ma partiamo da un semplice assunto. Per sua natura l’uomo primordiale era portato a venerare ciò che i suoi occhi vedevano e a cui non poteva dare spiegazione. Quindi, il cielo immenso con il Sole al suo centro, o la Madre Terra.

I primi culti elaborati nati sul nostro pianeta, per quel che ne possiamo sapere, erano relativi a Gea, la Grande Madre, o al Sole, il dio che dava la vita. I Celti veneravano la Grande Madre, in Egitto il Faraone era figlio del dio Sole. Da dove escono fuori i rissosi e politically incorrect dei greci?

Un’ipotesi

Fonte: www.greekschannel.com

Il primo a far notare questa anomalia, altrimenti presentata come un dato di fatto sui libri di storia, fu il nostro solito Ignatius Donnelly nel suo libro “Platone, l’Atlantide e il Diluvio”. Agli dei greci dedica un intero capitolo, partendo da un’affermazione che Platone, nel dialogo in cui si parla di Atlantide, mette in bocca a Crizia.

“O Solone, Solone, voi Greci siete sempre fanciulli […] tutti siete giovani dell’anima, imperocché in essa non avere serbato niuna vecchia opinione di tradizione antica”

Questo è il modo in cui uno dei sacerdoti egizi apostrofa Solone. Per noi europei la cultura greca è la più antica di tutte, tanto da essere definita “la culla della civiltà”. Eppure lo stesso Platone la definisce una nazione “giovane”, che ha perso memoria di una “tradizione antica”.

Da questo Donnelly fa un passo in avanti: perché in Grecia non si venerava semplicemente il dio Sole? Forse perché questa popolazione “giovane” aveva finito per divinizzare qualcos’altro, anzi, qualcun’altro. Qualcuno di cui non serbava memoria, ma che un tempo aveva camminato sulla Terra e che non era affatto immortale.

Donnelly ipotizza che il Monte Olimpo non fosse altro che una montagna del continente di Atlantide e che Zeus, con i suoi dodici dei-sudditi, fosse il primo re di Atlantide, che aveva diviso il territorio tra i suoi figli. Può essere questa ipotesi plausibile?

Perchè crediamo che gli dei Greci fossero i re di Atlantide

Fonte: http://ancientgreekmythologyatlantis.weebly.com/

Nel suo libro Donnelly porta alcune prove a sostegno della sua teoria. In primis ci ricorda che gli dei greci sono tutt’altro che immortali. A Creta si vociferava dell’esistenza di una tomba che era quella dello stesso Zeus. Pare infatti che esistesse già a quei tempi la convinzione che Zeus non fosse altro che un mortale.

Nel suo racconto Platone ci dice che Poseidone si innamorò di Clito, la prese in moglie, e insieme ebbero dieci figli tra i quali il Dio del Mare divise il regno di Atlantide. Gli dei dell’Olimpo sono in tutto dodici: Zeus stesso, era, Poseidone, Apollo, Demetra, Efesto, Atena, Artemide, Ares, Afrodite, Hermes, Hera, Hestia. Dodici, come i dodici mesi dell’anno che abbiamo ereditato.

La descrizione del reame di Atlantide parla del palazzo in cui dimoravano Clito e Poseidone come di un luogo magnifico, che torreggiava sulla pianura circostante. L’Olimpo potrebbe non essere altro che una trasfigurazione di quel palazzo, in cui “gli dei si cibavano di ambrosia e nettare“. Un modo, secondo Donnelly, di dire che avevano possibilità non attingibili dai comuni mortali.

Secondo la tradizione il Monte Olimpo si trovava “al confine occidentale del mondo conosciuto”, dove Atlante “sosteneva il cielo”. Vale a dire, oltre le colonne d’Ercole, nell’Oceano Atlantico, proprio dove si trovava Atlantide.

Donnelly presenta anche una prova etimologica: secondo lui il termine “Olimpo” non è altro che una traslitterazione di “Atlantide”. In che modo? La “A” era pronunciata con un suono molto ampio, come nella lingua inglese, tanto che il suo suono somigliava molto a quello della “O”. ATLANTIS sarebbe dunque diventato OTLONTIS, da cui OLUNTOS e, infine, OLUMPOS.

Le età dell’Uomo

Peter Paul Rubens, “Deucalione e Pirra”, 1636, fonte. Wikipedia

C’è poi un’altro aspetto che suffraga in modo singolare le tesi di Donnelly, ed è la tradizione greca del susseguirsi sulla terra di diverse età, come narrato da Esiodo ne “Le Opere e i giorni( Ἔργα καὶ Ἡμέραι). Qui si racconta che un tempo ci fu l’Età dell’Oro, quando gli uomini erano buoni e belli (καλός καὶ ἀγαθός ).

Seguì l’Età dell’Argento, poi del Bronzo e degli Eroi. L’ultima Età è quella del Ferro, l’attuale, cominciata con un “grande diluvio”. Stupisce osservare come questo “mito”, scritto da Esiodo nell’VIII secolo a.C., sia stato confermato persino dall’archeologia, che fa precedere l’Età del Bronzo a quella del Ferro.

Per la scienza, però, a queste ere precede l’Età della Pietra. Per Esiodo prima vi era stata l’Età dell’Oro: Atlantide, i cui abitanti vennero trasformati in dei. E davvero le loro straordinarie capacità, il loro incredibile avanzamento tecnologico, doveva renderli divinità agli occhi della gente. Poi ci fu il Diluvio, l’ultimo, grande diluvio, come dicono le cronache egizie, e Atlantide sparì con le sue conoscenze, o almeno con la maggior parte di esse.

Questo è più o meno ciò che accadde anche ai popoli precolombiani della mesoamerica, che tramutarono nei loro dei quegli uomini alti venuti da oltre il mare.

Fantascienza o pseudoscienza: questo è il lapidario giudizio degli scienziati paludati. Prova a riaprire il tuo libro di mitologia greca dopo aver letto questo articolo, o il lavoro di Donnelly. Di certo lo farai con occhi nuovi, e potresti notare cose che non avevi mai visto.