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I 12 giorni di Yule (fino alla dodicesima notte di Natale)

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Nella tradizione cattolica non si festeggiano soltanto il Natale, il Capodanno e l’Epifania come tre feste scollegate tra di loro. C’è un filo rosso che le unisce, sancito nientemeno che dalla Chiesa nel 576 nell’ambito del Concilio di Tours. In quella sede si decise che i 12 giorni che separano il Natale dall’Epifania fossero considerati un arco di tempo, nel suo complesso, festivo e religioso. Secondo alcuni era solo un modo per unire alcune festività tra le più importanti per il mondo cristiano. Secondo altri, questo è un modo per mascherare un antichissimo retaggio pagano, tanto radicato da non essere del tutto spento né dimenticato neppure al giorno d’oggi.

I 12 giorni di Yule (o Yuletide)

“La caccia selvaggia di Odino” di Peter Nicolai Arbo (1872); Fonte: Wikimedia

Per i pagani il tempo scorreva in modo molto diverso che per noi. Non era il calendario liturgico a definire il calendario degli uomini, ma era il tempo della natura a definire le liturgie, per così dire. Nelle tradizioni antiche, soprattutto nordiche, i 12 giorni erano quelli che separavano il Solstizio d’Inverno dalla fine dell’Anno. Questo periodo è carico di un profondo significato mistico. I giorni tra il Solstizio e il 25 Dicembre, data in cui noi oggi celebriamo il Natale, sono quelli più bui e grevi dell’anno. Le ore di luce sono brevi, il sole sembra fermo nel cielo, come se non dovesse più muoversi.

Poi però il sole riprende il suo corso, le ore di luce cominciano a crescere, fino a portare la nuova promessa della primavera. Quindi questi 12 giorni erano colmi di silenzio e attesa, ma anche di riflessioni e desiderio di festeggiare il ritorno prossimo venturo della vita che sarebbe fiorita sui campi. Il ciclo composto dai 12 giorni è tipico delle culture antiche in quanto per lo più ci si basava sui cicli della luna, seguendo i quali in un anno ci sono 12 mesi. Restano però 12 giorni “in avanzo”, e sono giorni speciali, magici, in cui il velo tra i mondi si assottiglia.

Nel complesso questo periodo è chiamato Yuletide e in realtà anche in passato non aveva una definizione molto netta. Ad esempio, c’erano popolazioni che lo celebravano tra il 23 Dicembre e il 3 Gennaio. Nell’Antica Roma i Saturnalia duravano una settimana. Da qualunque parte la si guardi, si capisce comunque che questo periodo dell’anno era considerato speciale un po’ da tutte le culture, e il cristianesimo ha avuto gioco facile a collocare un evento fondante per il suo culto, la nascita di Cristo, proprio in questo lasso di tempo.

La Dodicesima Notte

Fonte: Pinterest

Calcolare il momento esatto in cui cade la “dodicesima notte” non è quindi così facile, né univoco, anche decidendo con chiarezza il periodo di riferimento. Se infatti facciamo riferimento a Yuletide, che inizia il 21 Dicembre, la dodicesima notte è quella di Capodanno. Se invece ci riferiamo alla tradizione cristiana, la dodicesima notte potrebbe essere o quella tra 5 e il 6 gennaio, nel qual caso l’Epifania sarebbe il Tredicesimo Giorno, oppure quella tra il 6 e il 7, facendo dell’Epifania il Dodicesimo Giorno.

C’è un altro arco di tempo di 12 giorni che dimostra come questo numero avesse un particolare significato. Il 13 Dicembre si festeggia oggi Santa Lucia, figura cristiana che riassume le dee pagane legate alla luce. Tra il 13 Dicembre e il 25 Dicembre intercorrono esattamente 12 giorni. Secondo una delle varie versioni della sua storia che si raccontano, Santa Lucia portava luce ai cristiani, che si nascondevano alle persecuzioni nelle catacombe, indossando una corona fatta di candele accese. Il simbolismo è chiaro, ed è quello della luce che permette di attraversare il mondo dell’oscurità e della morte.

Così come una figura femminile apre il periodo che porta a Natale, così sembra che Yuletide venisse aperto il giorno del Solstizio da una celebrazione chiamata Mother’s Night, la Notte della Madre. Nella sua opera De temporum ratione il Venerabile Beda (VII-VIII secolo circa) racconta di una tradizione anglosassone chiamata Módraniht. Si trattava di un rituale di cui si sa molto poco, ma che onorava delle divinità femminili assimilabili alle Dsir della mitologia norrena. In definitiva, il ritorno di una matrice femminile nei culti dei 12 giorni che intercorrono tra la fine di un ciclo e l’inizio di uno nuovo dimostrano come l’idea della fertilità, della rinascita e del grembo materno pronto a fiorire siano centrali in tale periodo, dal punto di vista simbolico e liturgico.

Festeggiando i 12 giorni di Yuletide/Natale

Fonte: BCC

Ma, nel concreto, cosa ci dobbiamo aspettare in questi 12 giorni? Ancora una volta ci troviamo davanti a diverse chiavi di lettura. Secondo alcune mitologie nordiche, queste notti sono oscure e piene di pericoli. Spiriti errabondi camminano sulla Terra, proprio in virtù del fatto che alcuni varchi si aprono. Dall’altro lato ci sono i fuochi: grandi falò che illuminano la notte proprio per fugare gelo e paura. La tradizione del ceppo di Natale, che preferibilmente deve essere in legno di quercia e deve ardere per l’intera notte, si collega proprio all’uso antico di accendere grandi fuochi all’aperto.

Nei Paesi anglosassoni ancora oggi sono molto vive alcune tradizioni come quella della Twelfth Night Cake, o King Cake. Questa torta veniva preparata celando al suo interno un fagiolo e un pisello. L’uomo che avesse trovato il fagiolo diventava re per una notte, mentre la donna che avesse trovato il pisello sarebbe stata la regina. Inoltre, c’era anche l’uso di preparare una bevanda speziata chiamata Wassail, un termine che viene dall’inglese antico e che è un augurio di fortuna, salute e prosperità.

A Yuletide si possono far afferire tante immagini e figure che ancora oggi popolano il nostro immaginario, anche se ne abbiamo perso i contorni originari. Ad esempio, la Yule Goat, o capra di Natale, era l’antenata del nostro Babbo Natale. Apparteneva alle tradizioni del nord, specie della Scandinavia, dove ancora oggi si costruiscono capre di paglia. Questo tipo di simbologia, però, è stato demonizzato nel vero e proprio senso della parola, visto che per il cristianesimo la capra è uno dei simboli che raffigurano il Diavolo.

La spiritualità dei 12 giorni

Fonte: www.kulturjam.it

C’è anche un altro modo per leggere e interpretare i 12 giorni di Natale, ed è quello intimistico e spirituale proposto da Rudolf Steiner (1861 – 1925). Steiner, grande pensatore e fondatore dell’antroposofia, esoterista e teosofo, riferì le sue osservazioni al suo discepolo Herbert Hahn, che trascrisse le parole del maestro. Per Steiner, chi “cerca la luce” poteva trarre particolari spunti di riflessione dal periodo dell’Avvento e da quello che lo seguiva. Le 12 “notti sante”, così le definisce, secondo lui avevano inizio con il 24 Dicembre. Ognuna di queste 12 notti era associata ad una “forza” che abita nell’uomo.

La notte del 24 Dicembre bisognerebbe restare svegli fino al mattino, perché si “pianta il seme” che poi dovrà germogliare nel resto dell’anno. Durante le altre notti, si deve riposare in modo regolare. La prima notte si associa al Capricorno e comporta il confronto con le proprie debolezze. La seconda notte è legata all’Acquario e spinge a confrontarsi con il karma, con la decisione se vivere per sé o per gli altri. La terza notte è quella dei Pesci, quando l’anima lotta per elevarsi e non essere trascinata di nuovo in basso.

La quarta notte, quella dell’Ariete, è dedicata alla purificazione dell’anima in cui ogni sentimento diventa assoluto amore. Durante la quinta notte, quella del Toro, bisogna mutare ogni pensiero negativo in pensiero positivo. Dalla sesta notte, quella dei Gemelli, hanno inizio i 3 giorni in cui ognuno deve forgiare la sua arma, la sua spada, che serva a garantire il giusto discernimento. La settima notte è del Cancro, l’ottava del Leone, la nona della Vergine, che dà il via alle tre notti della Corona in cui le bassezze dell’animo umano, poco alla volta, si elevano.

La decima notte, della Bilancia, è dedicata al sacrificio di sé. L’undicesima è la notte dello Scorpione, in cui ci si consacra a ciò che è elevato e divino, al Sacro Graal. La dodicesima e ultima notte, quella del Sagittario, è quando il tempo diventa infinito, l’inizio coincide con la fine, e tutto è eterno e santo.

Un periodo di purificazione, rinascita, speranza

Fonte: www.letseatcake.com

Chiaramente, da qualunque punto di vista li si voglia osservare, i 12 giorni, che siano pagani, cristiani, teosofici, o di qualunque altra confessione o filosofia, sono giorni di cesura. Si passa dal buio alla luce, dal male al bene, dalla paura alla speranza. E questo accade non solo perché un anno termina e ne inizia uno nuovo. Questo accade perché attraverso le tenebre più profonde, col progressivo ascendere del sole, l’uomo può sposare le sue ombre e non più rinnegarle.

Una lieta canzoncina tradizionale celebra i 12 giorni di Natale. Che siano non solo un momento di festa, ma anche di vera riscoperta delle proprie radici, del nucleo fondante la nostra cultura, di sincera spiritualità. Che siano un percorso che ci porti alla Dodicesima Notte non come ad un traguardo, ma come ad un nuovo inizio.

Fonti:

Il Museo delle Profezie: miti e leggende della misteriosa Islanda

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Più si va verso il nord Europa, più si scopre che le credenze e le tradizioni dei popoli settentrionali si ammantano di mistero. Lassù dove le notti sono buie, ma si può ammirare l’aurora boreale, credere nell’ignoto sembra più facile. Non dovrebbe quindi stupirci scoprire che l’unico museo al mondo dedicato alle varie forme di divinazione si trova lassù, ai confini dei ghiacci artici. Ecco di cosa parla il Museo delle Profezie: miti e leggende della misteriosa Islanda.

Islanda, dove si toccano il noto e l’ignoto

Fonte: www.tripsavvy.com

L’Islanda è, a tutti gli effetti, parte del continente europeo. In realtà però è un’isola che si trova all’estremo nord: talmente estremo che speso, mentalmente, la accostiamo più all’Artico che alle terre abitate dagli uomini. Invece scopriremo come la sua terra brulla e relativamente giovane sia ricchissima di aspetti interessanti, di cultura e tradizioni che affondano nella notte dei tempi.

Quello che si dice è che l’Islanda, vista la sua posizione decisamente non comoda, sia stata popolata solo in tempi recenti. Però molti racconti antichi ne parlano, forse trasfigurata in luoghi mitici come l’Ultima Thule o la leggendaria terra di Iperborea. Le prime colonizzazioni comunque partirono grazie ai navigatori vichinghi, che presero a popolare quelle lande squassate da sismi ed eruzioni vulcaniche.

Non è un caso che l’Islanda sia nota come l’isola del ghiaccio e del fuoco. Trovandosi sulla dorsale medio-atlantica, è una terra geologicamente irrequieta. Allo stesso tempo è avvolta del gelo del Polo. In Islanda si trova infatti il più grande ghiacciaio d’Europa chiamato Vatnajökull. Sempre sull’isola si trova anche la più grande colata lavica del mondo.

In cielo è frequente ammirare fenomeni atmosferici non osservabili ad altre latitudini: a parte il fenomeno stupefacente dell’aurora boreale, si può incappare in quello che viene definito “Fata Morgana”. Si tratta di una sorta di miraggio che si crea all’incontro di aria molto fredda con aria molto calda: a volte lo si osserva anche nel deserto. L’Islanda è, per molti versi, una terra affascinante, vergine, e anche un po’ misteriosa agli occhi di noi “meridionali”.

Elfi e Natale

Fonte: www.icelandwonder.com

In qualche modo, sembra che tutto quello che per noi non è altro che mito e leggenda possieda un po’ più di concretezza. Secondo dei recenti sondaggi, oltre la metà della popolazione islandese crede negli elfi, i quali fanno parte soprattutto delle tradizioni natalizie. Non mancano, naturalmente, anche fate e gnomi. Le terre spazzate dai forti venti e attraversate dalle onde sismiche brulicano di creature che noi consideriamo immaginarie, ma che qui hanno vita reale.

Il periodo del Natale dura ben 26 giorni, in quanto ha inizio con l’11 Dicembre e termina con il 6 Gennaio. Il Natale vero e proprio non cade il 25 ma il 24 sera e si chiama Jòl. Questo è il periodo dell’anno più importante: il solstizio d’inverno ha rilevanza cruciale per i popoli nordici, specie per gli islandesi che vivono decisamente più a nord di chiunque altro (eccezion fatta che per gli eschimesi).

A portare i doni ai bambini non è Babbo Natale, e nemmeno Gesù Bambino, ma sono 13 elfi chiamati jólasveinar. Questi elfi scendono di notte dalle montagne e sono un po’ dispettosi: combinano piccoli pasticci in giro per casa, ma lasciano dei regalini per i bambini che sono stati bravi. Quando poi tornano sulle montagne, fanno terminare il periodo delle feste di Natale.

Tutte queste tradizioni si stanno un po’ perdendo con il tempo, ma pare anche che il popolo islandese tenga molto alla sua identità. Secondo le statistiche, è uno dei Paesi in cui c’è la miglior qualità della vita. Una riprova di ciò? L’Islanda è uno dei Paesi in cui si legge di più, e il Natale è il periodo dell’anno per eccellenza in cui scambiarsi libri in dono e poi leggerli insieme accanto al camino acceso.

Qui fa molto buio – dicono gli islandesi – e quando scende la notte e arriva l’inverno, quello che preferiamo fare è raccontarci storie. Ed è raccontandole che non vengono dimenticate, aggiungeremmo.

Il Museo delle Profezie

Fonte: www.sagatrail.is

Alla luce di quanto narrato fin qui (e ci sarebbe ancora molto da raccontare) non ci stupisce dunque scoprire che in Islanda si trova un museo molto particolare. La sua esatta collocazione è nel paesino di Skagaströnd, che si trova nella parte settentrionale dell’isola. Visto dall’esterno non sembra un gran che, ma l’interno è davvero molto interessante.

Il museo è stato aperto nel 2011 da cinque socie, due delle quali si definiscono spákona, ovvero delle divinatrici. Non si tratta cioè di medium in contatto con il mondo degli spiriti, ma di persone in grado di leggere i segni attraverso vari metodi come le carte, la lettura della mano o dei fondi del caffè. Sono queste tecniche ad essere illustrate nelle sale del museo. Chi vuole (e ardisce) può anche farsi leggere la mano al termine del percorso.

La figura che si trova al centro del museo è Þórdís, una profetessa vissuta nel X secolo alle pendici del monte Spákonufell. Una profetessa e una montagna? Ancora una volta, tradizioni rimandano a tradizioni, e le parole riecheggiano nella valli. Þórdís era la “Sibilla” islandese, e ancora oggi la sua figura non manca di suscitare timore e rispetto. La sua storia è narrata in alcuni arazzi posti lungo le pareti del museo.

La donna era solita scalare la montagna in solitudine, per pettinarsi i capelli con un pettine d’oro. Morì tragicamente, e lasciò in eredità un forziere pieno di preziosi. Ma quel forziere a tutti appare come una semplice pietra: solo la predestinata potrà, un giorno, aprirlo, e condividere le sue ricchezze. Si dice che Þórdís sia stata il primo abitante d’Islanda ad avere un nome.

Così le fredde notti dell’Artico offrono la capacità di vedere oltre e di scrutare il futuro. Si tratta solo di vecchi miti, o della prerogativa di un luogo che si trova al varco tra i mondi, là dove il confine è più sottile? Quel che è certo è che, se davvero gli islandesi sono un popolo felice, forse avere il dono di considerare l’invisibile potrebbe essere davvero la chiave di lettura per una vita migliore.

Yule, o dell’origine germanica del Natale

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Per noi popoli occidentali di tradizione cristiana il 25 Dicembre cade la festività del Natale. Il giorno di Natale si ricorda la nascita di Gesù Cristo da Maria, una donna mortale che divenne la madre del Figlio di Dio. La scelta di questa data non ha alcun fondamento storico ma deriva da un’altra festa che si celebrava nel medesimo periodo. Parliamo di Yule, o dell’origine germanica del Natale.

Un tempo il mondo era buio

Fonte: www.makaniya.org

Capire come nasce Yule per noi oggi è davvero difficile. Siamo abituati a vedere le nostre città vestirsi a festa nel periodo natalizio: le luminarie vengono appese per le strade, le vetrine dei negozi sono piene di luci, grandi alberi vengono allestiti nelle piazze. In mezzo a tante luci, come ricordarsi del fatto che in realtà stiamo attraversando uno dei momenti in assoluto più bui dell’anno?

Nel Nord Europa, un tempo, dicembre e gennaio erano i mesi più oscuri e tenebrosi. Questo non solo per ovvie condizioni climatiche, ma anche perché, come sappiamo, solo dal giorno del solstizio d’inverno (21 o 22 dicembre) le ore di luce cominciano a farsi più lunghe. Fino a quel momento, in un mondo in cui non c’era l’elettricità, il buio era davvero profondo e penetrava fino in fondo al cuore.

Ecco quindi il motivo per cui si festeggiava con tanto ardore il momento in cui il sole ricominciava a “salire”; era la fine dell’oscurità, il ritorno della vita. Yule non era la festa di un solo giorno, ma un intero periodo chiamato Yuletide che si svolgeva a cavallo tra il 22 dicembre e il 2 gennaio. Accomunava un po’ tutte le popolazioni nordiche, dalla remota Islanda fino alle terre dei Celti in Bretagna.

Si dibatte ancora molto circa l’etimologia del termine, che deriverebbe dal norreno e dal germanico. I più sono concordi nel dire che la radice del termine Yule stia ad indicare la ruota. Infatti gli antichi consideravano l’anno una ruota: il solstizio era il momento in cui essa ricominciava a salire, dopo la sua lunga discesa.

Yule e Modranhit, la notte delle madri

Fonte: Wikipedia Autore: Walter Crane

Yule, a differenza del Natale, non aveva solo risvolti gioiosi e festosi. Come sempre accadeva un tempo, la vita veniva celebrata nel suo equilibrio, quindi nel corretto bilanciarsi di luce e oscurità. Per le popolazioni germaniche durante questi giorni le anime dei defunti camminavano sulla terra, e altri spiriti inquieti si aggiravano nell’oscurità.

Ma nel cuore della notte più profonda una luce veniva accesa. Era la rinascita della vita, simboleggiata proprio dal nuovo anno che nasceva nel grembo della Madre Terra fecondata a Samhain. Ecco perché il Natale ha trovato un terreno fertile in Yule: anche con il Natale si celebra una vita che nasce nel grembo di una donna, Maria.

Secondo un rituale celtico, accadeva che nel buio la donna aspettasse. Era l’uomo che veniva da lei recando una fiaccola, una luce accesa, che poi veniva usata per accendere i grandi fuochi che finalmente dissipavano le tenebre notturne. Quello che per noi è l’inizio dell’inverno, in realtà, per queste popolazioni (che vivevano in contatto molto più stretto con la natura) era già l’inizio della rinascita.

Il nesso molto forte che si instaura tra la notte del solstizio, il suo buio profondo paragonato a quello del ventre materno, probabilmente richiama ad un’altra festività chiamata Modranhit e che era celebrata dai pagani anglosassoni. Ne parla nell’VIII secolo nei suoi scritti il venerabile Beda: era una festività il cui nome vuol dire “la notte delle madri” e si riferisce ad un ancestrale culto tutto femminile in cui si compivano rituali e sacrifici.

La Caccia Selvaggia

Fonte: Pinterest

C’è un altro mito germanico che si ricollega a Yuletide e alla credenza secondo la quale in queste notti oscure demoni e spiriti vaganti popolassero la terra. Si tratta della caccia selvaggia che si svolge, secondo la tradizione, nelle dodici notti che seguono il solstizio d’inverno. Tale racconto folkloristico si trova in tutte le civiltà del Nord Europa, con alcune varianti da Paese a Paese. A condurre la caccia è sempre una divinità maschile.

Secondo il racconto oggigiorno tramandato, il dio guida una masnada di creature infernali che dilagano nell’oscurità portando morte e disastri a chi li incontra. Solo qualora, al passaggio della caccia, si avvertisse una musica che suona, essa sarebbe foriera di buone notizie. In realtà, probabilmente in origine la caccia selvaggia era un mito completamente positivo.

Secondo Jacob Grimm, noto come favolista ma che era soprattutto uno studioso di folklore germanico, la caccia era una parata di divinità nella sua concezione primordiale. In seguito è stato il cristianesimo a trasformarlo in qualcosa di “diabolico”, così come un altro simbolo tipico di Yuletide (ancora oggi usato in Scandinavia) ovvero il caprone.

Il caprone era l’animale che trainava il carro del dio Thor: era usanza dei popoli germanici costruire a Yule un caprone impagliato chiamato julbock. In seguito il caprone divenne invece la raffigurazione del demonio, quello con cui le streghe stringevano il loro sacrilego patto. In realtà, tutto si riconduceva alle celebrazioni del mezzo inverno, prologo al ritorno della luce nel mondo.

Il ciocco, Re Agrifoglio e Re Quercia

Fonte: stairnaheireann.net

Sono numerose le tradizioni nordiche che si legano a Yuletide, questo lungo periodo che non possiamo definire di “festeggiamenti” ma piuttosto di celebrazioni. Ci sono piante che vengono considerate “sacre” per questo periodo dell’anno, come l’Agrifoglio e la Quercia, L’Agrifoglio simboleggia il vecchio anno che se ne va, la Quercia è invece quello nuovo che nasce: la simbologia è celtica e raffigura il ciclo della vita. Al solstizio d’estate, infatti, sarà la Quercia a lasciare spazio all’Agrifoglio.

Sempre nordica è l’usanza di bruciare un ceppo di quercia o frassino nel caminetto: il cosiddetto yulelog. Questi era un succedaneo dei grandi falò accesi nei campi. In casa, inoltre, si stendeva in terra della paglia dove potevano riposare gli spiriti, chiamata Julstroh. Naturalmente nelle celebrazioni per Yule non potevano mancare delle grandi bevute, così come si racconta nel componimento poetico “Haraldskvaedi“, composto da quelli che erano gli aedi norvegesi, chiamati skalden, nel 900 dopo Cristo.

Molti secoli ci separano dall’origine di Yule, festa oggi rinverdita dal neopaganesimo ma a lungo dimenticata perché vestita con abiti nuovi. Per il cristianesimo era molto più facile farsi accettare assumendo forme già note alla gente, ma il Natale ha tolto qualcosa a ciò che era Yule. Soprattutto il suo legame profondo con i cicli vitali del Pianeta e quindi di noi uomini, che ci viviamo sopra.

Oltre gli orpelli e le luci, però, nel buio delle dodici notti di Yule si aggirano ancora spiriti antichi che raccontano sempre le stesse storie. Un fuoco nel camino, un ramo di vischio sopra la porta, un bicchiere caldo di vino speziato in mano: e all’improvviso ciò che era, che è che sempre sarà viene ancora celebrato, con altri nomi ma stessa sostanza.