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Le incredibili novità su Gobekli Tepe: il disegno complessivo della struttura

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Su Gobekli Tepe sappiamo già molte cose, ma molte di più sono quelle che restano da scoprire. Le ultime indagini condotte su questo antichissimo sito megalitico che si trova in Turchia parlano chiaro: solo il 10% di quello che è sepolto è stato riportato alla luce. Man mano che gli scavi vanno avanti emergono nuovi indizi che confermano quanto apparso chiaramente fin dall’inizio. Coloro che hanno costruito Gobekli Tepe avevano conoscenze e mezzi davvero straordinari per quei tempi.

Un disegno architettonico ben preciso

Fonte: www.disclose.tv

La cosa più stupefacente riguardo a Gobekli tepe è la sua datazione: una datazione che, per una volta tanto, non viene messa in dubbio nemmeno dall’archeologia dichiarata. Il sito, per quanto straordinario possa sembrare vista la sua incredibile complessità, risale ad oltre 11.500 anni or sono. A quell’epoca l’Uomo era ancora un pastore nomade, e iniziava appena a sperimentare la stanzialità e la pratica dell’agricoltura. Prima che venisse scoperto Gobekli Tepe in Turchia, intorno agli anni Novanta, non si pensava che un uomo del Neolitico potesse essere in grado di costruire qualcosa di simile.

Su una collina sono stati ritrovati, poco alla volta, monoliti di grande bellezza. Sono enormi, alcuni alti fini a sei metri, pesanti svariate tonnellate. Sono spesso incisi con disegni, bassorilievi e incisioni di fattura squisita. Esclusa la possibilità che potesse trattarsi di un insediamento abitativo, l’ipotesi più concreta fatta finora è che questo fosse un luogo di culto, forse un tempio astronomico.

Nel mese di gennaio 2020 è stato pubblicato lo studio di due ricercatori israeliani, Gil Haklay and Avi Gopher dell’Università di Tel Aviv. Quello che i due studiosi hanno evidenziato, a seguito di calcoli condotti in modo approfondito sul sito archeologico turco, fa capire come la complessità di Gobekli Tepe sia addirittura maggiore di quanto creduto finora, e che la gente che l’ha eretto aveva una mente tutt’altro che preistorica.

Il triangolo equilatero

Fonte: Ancient Origins

Migliaia di anni prima dell’invenzione della ruota e della scrittura, i costruttori di Gobekli Tepe dimostrano di aver posseduto invece solide conoscenze nel campo della geometria. La struttura complessiva del sito è formata da una serie di cerchi in pietra, che sembrano tutti partire da un punto centrale formato da due alti pilastri a forma di “T”. Sono quattro i cerchi riportati alla luce finora, ma sembra ve ne siano almeno altri quindici tutt’intorno. Questi quattro sono indicati come A, B, C e D.

B, C e D appaiono antecedenti ad A e finora si pensava che fossero stati eretti nel corso del tempo, poco alla volta. Le scoperte degli archeologi israeliani dimostrerebbero invece che i tre cerchi fanno parte di un unico progetto complessivo che si sviluppa attorno ad un triangolo equilatero. Quindi, è assai più probabile che siano stati costruiti contestualmente. Ciò implica lo sforzo di almeno il doppio, se non il triplo, degli uomini ipotizzati finora. Un’impresa a dir poco ciclopica.

Usando un algoritmo è stato individuato il centro di ognuno dei tre cerchi summenzionati. Tutti e tre cadono tra i due pilastri centrali, e questo non è sorprendente. Quello che sorprende è che i tre punti costituiscano i vertici di un triangolo equilatero pressoché perfetto. Ogni lato misura all’incirca 19,25 metri. Secondo il dottor Hacklay, che è anche architetto, è impossibile, o quantomeno altamente improbabile, che ciò sia il mero frutto di una coincidenza.

Gobekli Tepe e le stelle

Fonte: www.meristur.com.tr

Detto con altre parole, la scoperta fatta dai due studiosi di Tel Aviv dimostra che chi ha cominciao a costruire Gobekli Tepe aveva un disegno ben preciso in mente, che aveva la capacità di riprodurlo in scala per poi realizzarlo a dimensioni reali, e che questo disegno non era legato al caso ma seguiva delle direttive precise. Ad ora, una delle ipotesi più concrete circa la ragione degli orientamenti delle costruzioni di Gbekli Tepe riguarda le stelle, cosa che confermerebbe la sua natura di osservatorio astronomico.

L’allineamento complessivo dei tre anelli considerati è nord-nordovest. Nei cerchi denominati C e D ci sono delle pietre con dei fori, come accade in molti altri dolmen sparsi in tutta l’Europa e l’Asia. Questi fori erano considerati dei “passaggi per le anime”, il luogo da cui lo spirito poteva raggiungere l’aldilà. Si suppone allora che la triangolazione servisse ad orientare il sito verso la fenditura del Cigno, il luogo in cui la Via lattea si biforca. Era credenza comune di molte popolazioni antiche, specie americane, che qui l’anima dovesse scegliere tra due sentieri, uno diretto al male e uno votato al bene.

Fonte: interestingengineering.com

Tenendo per buona questa lettura di Gobekli Tepe, si potrebbe allora interpretare la famosa “stele dall’avvoltoio” come una rappresentazione del viaggio dell’anima. Non a caso, l’avvoltoio era considerato da molte civiltà un animale psicopompo, ovvero accompagnatore delle anime nel viaggio oltremondano. Insomma, Gobekli Tepe potrebbe essere una sorta di enorme “libro dei morti” molto più antico di quello egizio, ma molto simile per svariati aspetti.

Cosa ci può raccontare Gobekli Tepe

Come già detto, l’esplorazione di questo interessantissimo e antichissimo sito non è che agli esordi. Chissà quante cose ancora potrebbe raccontarci Gobekli Tepe e quali altri misteri nasconde. Quello che dice per ora, e con chiarezza, è che 11.500 anni fa sono vissuti uomini capaci di costruire monumenti che non saremmo in grado di erigere nemmeno noi, oggi, pur con le nostre sconfinate conoscenze e con i nostri mezzi iper tecnologici.

Più cose sappiamo su Gobekli Tepe, insomma, più prende corpo e sostanza la storia di Atlantide, di un popolo antico dovuto fuggire dalla sua terra di origine 12.000 anni fa, e le cui immense conoscenze diedero il via alla civiltà come la conosciamo oggi.

Fonti:

L’Arca di Noè: se è davvero esistita e dove approdò

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Dal capitolo 6 del Libro della Genesi, uno dei molti che compongono il libro sacro per Ebrei e Cristiani, la Bibbia, si racconta la storia di Noè. Noè era un uomo giusto, nato dalla discendenza di Adamo quando ancora i giganti camminavano sulla Terra. Dio decise di sterminare l’umanità da lui creata, in quanto si comportava in modo iniquo. Lo fece mandando un grande Diluvio: ma Noè e i suoi figli si salvarono perché Dio fece costruire loro una grande Arca. Quell’Arca è davvero esistita? E se la risposta è si, dove approdò e dove possiamo cercarla ancora oggi?

La Bibbia: la Genesi

“L’Arca di Noè”, Roelant Savery, 1628 – Fonte: Wikimedia Commons

Nel corso dei secoli, le ipotesi sul luogo dove possa essere approdata l’Arca di Noè (dando ovviamente per scontato che sia davvero esistita) sono state numerose. Ogni ricerca degna di questo nome non può che basarsi sulla testimonianza principale del suo viaggio, ovvero la Bibbia. Nella Genesi non solo si danno, in modo particolareggiato, le dimensioni dell’Arca (300 cubiti, la larghezza 50 e l’altezza 30).

Si racconta anche che il Diluvio durò 40 giorni. Quando la pioggia smise di cadere, ci vollero però 150 giorni prima che le acque si ritirassero. Al capitolo 8 si dice “Ai diciassette del settimo mese l’Arca si fermò sulle montagne dell’Ararat.” Ancora però Noè e i suoi non scesero: le acque continuarono ad abbassarsi “fino al decimo mese”. La terra era asciutta “il 27 del secondo mese”. Solo allora Dio disse a Noè che poteva scendere dall’Arca, che nel frattempo era stata “scoperchiata”.

Fin qui sembrerebbero non esserci dubbi: il testo è chiarissimo e dice che l’Arca è approdata sul Monte Ararat, che si trova in Turchia e che misura oltre 5000 metri di altezza. Infatti la maggior parte degli esploratori che si sono avventurati alla ricerca dell’Arca hanno scalato queste inaccessibili vette. Ancora oggi c’è chi è convinto che i resti dell’Arca si possano trovare sull’Ararat.

In passato sono stati annunciati molti ritrovamenti clamorosi, tra i quali un ambiente in legno, diviso in scomparti, del tutto compatibile con le descrizioni dell’Arca. Sono però molti di più coloro che negano recisamente che l’Arca di cui si parla nella Bibbia sia la montagna turca: si ritiene che il termine si riferisca piuttosto ad una regione dell’Armenia non distante dall’omonima montagna. A favore di questa ipotesi deporrebbe un fatto geologico innegabile: il monte Ararat, che ha origine vulcanica, si sarebbe formato ben dopo il Diluvio.

Mesha-Naxuan

Fonte: dailymysteries.com

Se invece prestiamo ascolto alle tesi di David Allen Deal, autore del libro “Noah’s Ark—The Evidence: The Bible, The Flood, Gilgamesh & The Mother Goddess Origins”, ci sarebbero molte più evidenze del fatto che la biblica Arca approdò nella regione dell’Ararat, e più precisamente su un monte di poco più di 2000 metri dove sarebbe anche possibile apprezzare l’effetto dello slittamento che, a causa di un terremoto, la grande imbarcazione subì circa 100 anni dopo essersi arenata.

Un’ulteriore prova a favore del fatto che difficilmente il monte Ararat avrebbe potuto rappresentare l’ultimo approdo di Noè è che il vegliardo, che stando al racconto biblico aveva 600 anni e non era certo uno sprovveduto, non si sarebbe mai sognato di sbarcare su una vetta di oltre 5000 metri. Molto meglio scegliere un luogo, per così dire, un pochino più comodo: e per dire questo basta usare un po’ di buon senso.

L’altra località indicata come possibile approdo dell’Arca si trova a 17 miglia a sud del monte Ararat, dove secondo Deal venne costruita la prima città post-diluvio chiamata Mesha-Naxuan. Pare che il nome della località sia un “nome parlante”: Mesha infatti vuol dire “tirato fuori dall’acqua” mentre Naxuan potrebbe essere un’interpretazione greca dell’ebraico e vorrebbe dire semplicemente “la città di Noè”, nome con cui divenne nota in seguito.

Non a caso, inoltre, Mesha ricorda il nome di Mosè, un altro personaggio che fu “salvato dalle acque”, e quello di Gilgamesh, protagonista di un’epopea sumera in cui si parla del grande diluvio e il cui nome vorrebbe dire “colui che ha rivelato Mesha”. Nell’epica di Gilgamesh, inoltre, si parla delle “mura del paradiso”, sul monte Mesha, che corrisponderebbero alla conformazione geografica della montagna individuata da Deal.

Evidenze dell’Arca di Noè

Fonte: dailymysteries.com

Deal si recò personalmente sul sito di Mesha-Naxuan, trovando delle indicazioni geomorfologiche che confermerebbero la sua identificazione. Vi è infatti, a oltre 2000 metri sul livello del mare, un costone che sarebbe compatibile con lo slittamento di una grande chiglia di nave. Inoltre, questo luogo corrisponde alla descrizione delle “mura del Paradiso”. Però non ha trovato altro.

Si potrebbe obiettare che, se davvero l’Arca è approdata qui, allora dovrebbero essercene dei resti. Basta ragionare un attimo per capire che invece è assai più probabile che resti non ve ne siano. Non solo per l’ovvio motivo che l’Arca era in legno, e il legno in tutti questi millenni si è di certo degradato. Bisogna tener conto anche del fatto che è fondata ipotesi ritenere che il legno dell’Arca fu usato per costruire le case di Mesha-Naxuan.

Le tesi di Deal, ad ogni modo, non sono universalmente condivise. C’è chi identifica ancora l’arca sul monte Ararat, chi dice che si trovi in Iran, e chi liquida tutta la faccenda dicendo che molto più semplicemente non è mai esistita. L’aspetto interessante della ricerca di Deal è che collega il luogo di approdo dell’Arca con una figura femminile molto interessante, quella di Noema, discendente della linea di Caino.

Noema era molto probabilmente a bordo dell’Arca, e la sua figura avrebbe poi dato origine a quella di tante altre dee che hanno costellato la storia dell’uomo, dalla Nammu dei sumeri fino ad Isis e Atena. La storia dell’Arca, quindi, traccia una storia che risale a prima del Diluvio, alle origini stesse dell’Umanità. Forse non troveremo mai l’Arca, ma è dalla sua pancia che siamo scesi tutti noi.