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Le Fate di Pretare, Nata dal Terremoto

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Tra le molte leggende che sono nate tra le balze e le forre dei Monti Sibillini, ce n’è una in cui la nostra Sibilla non fa una bella figura. La povera Sibilla infatti a volte è stata dipinta come donna saggia e veggente, ma in altri casi come una malvagia fattucchiera pronta a scatenare i disastri più terribili. Questo è il ruolo che riveste nella storia di Pretare.

Pretare

Pretare è una frazione di Arquata del Tronto, le cui case in pietra si ergono sotto lo sguardo vigile del Monte Vettore. Purtroppo dovremmo usare più correttamente il passato e dire “si ergevano”. Il terremoto del 24 agosto 2016, e le scosse successive, hanno praticamente distrutto ogni cosa. Ma noi, se permettete, continueremo ad usare il presente.



Sorgendo lì, all’incrocio di tanti luoghi magici (la Grotta della Sibilla, il lago di Pilato), Pretare non poteva non aver sviluppato una sua particolare mitologia. Secondo quanto narra la tradizione locale, Pretare fu fondata nientemeno che dalle Fate. Ecco come andarono le cose.

Sibilla Invidiosa

“La giovinezza di Bacco”, 1884, William Adolphe Bouguereau

C’era una volta un paesino ameno che sorgeva sulle falde del Monte Vettore e che si chiamava Colfiorito. Il suo nome era dovuto al fatto che si trovava davvero su un colle che era sempre ricoperto di erba e fiori. Questi fiori venivano fatti sbocciare dalle Fate che amavano scendere dalla Grotta della Sibilla per incontrare i pastori e i contadini con i quali ballavano tutta la notte.



Una sera però qualcuno un po’ su di giri prese ad insultare una delle Fate, per via dei suoi piedi caprini. Offese, le creature magiche tornarono al loro rifugio e lì si lamentarono sonoramente con la Sibilla. La sua reazione non si fece attendere. Sibilla, che era in grado di governare le forse della Natura, scatenò la furia della Terra. Un terremoto scosse la montagna e una frana di pietre ricoprì l’amena località di Colfiorito.

Solo molti, molti anni dopo, dei nomadi decisero di fermarsi in questo luogo ora pietroso, che perciò chiamarono Pretare. E le Fate, che dimenticano in fretta i torti subiti, tornarono a ballare con pastori e contadini, facendo scrocchiare i lor piedi caprini. Stavolta nessuno si sognò di prenderle in giro, e così ebbe origine il ballo del saltarello.

Una Storia che si Ripete

La leggenda fu così narrata da Secondo Balena, studioso di folklore piceno, in un suo articolo intitolato “Le fate del Vettore”. Ogni tre anni gli abitanti di Pretare erano soliti tenere un grande spettacolo in cui si rievocavano quei fatti, a cui si aggiungeva anche l’intervento del buon Guerin Meschino. Poi, due anni fa, Sibilla deve essersi adirata di nuovo, perchè la storia si è ripetuta davvero.

Il 24 agosto del 2016 un grande terremoto ha buttato giù le case di Arquata, Pescara del Tronto, Amatrice, Accumoli, tante altre frazioni, e Pretare. Da allora un silenzio surreale è sceso su quelle case un tempo piene di sorrisi e luci, su quel che ne resta. Ma io ho detto di volerne parlare al presente perchè, se le case crollano e le persone muoiono, lo Spirito sopravvive.

Il dispettoso e caparbio genius loci sibillino non ha dato pace ai superstiti. Anche se costretti prima a vivere lontani dai luoghi del cuore, e poi ad abitarli in ripari di fortuna, quest’anno gli abitanti di Pretare hanno deciso di far rivivere quell’antica leggenda e il grande spettacolo che la narra, “La Discesa delle Fate”.

Auspicio e Monito

https://www.facebook.com/pretare/

Così tanto resta da fare: le case ferite, deturpate, aperte a metà, sono ancora lì, rocce tra le rocce. Pretare è tornata la pietraia sassosa che era, e in due anni molto, molto poco è stato fatto. Troppo poco. Allora perché fare uno spettacolo? Non è solo un modo per cercare un po’ di normalità da parte di chi ha visto il proprio mondo distrutto e lacerato.



Io credo che lo spettacolo sia insieme un auspicio e un monito. Auspicio che, come narra la leggenda, Pretare possa risorgere da quelle pietre che sembrano aride, ma sono intrise della magia dei Sibillini. Monito a rispettare la Montagna, Madre Terra, a non deridere le Forze della Natura.

Chi ha subito il terremoto è un passo avanti a noi, anche se non lo sa. Il suo mondo è già stato squadernato sotto il cielo, il velo di apparenza che cela la Verità è stato diviso in due. Ora loro possono guardare oltre, dritto negli occhi del Futuro, un Futuro che spaventa ma che non può più essere frainteso.

Sibilla ha parlato: fragile Uomo, ibis redibis non morieris in bello. Da questa guerra possiamo uscire morti, o vivi: sta a noi interpretare le parole di Sibilla. Il genius loci è forte, più forte delle inadempienze, della mancanze, delle bugie, delle promesse non mantenute. La Montagna è forte: essa resiste contro il vento che soffia, contro la neve e il Sole che spacca. E chi è nato ai suoi piedi è così, indomito. Resistete, Gente della Montagna: sulle Rocce che siete noi ricostruiremo.

Tempo di tornare: la Sibilla e il Terremoto

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Il 24 agosto del 2016 una scossa di terremoto ha percorso in un lungo e devastante brivido il centro Italia. A quella prima scossa ne sono seguite altre. Il terremoto ha seminato morte e distruzione, questo lo avrete letto, così come avreste letto una favola lontana.

Io sono tornata a quei luoghi, luoghi che hanno visto sorgere il mito di Sibilla, non una ma molte volte dopo il terremoto. Ecco cosa ho visto: ho visto i giorni passare e i rovi invadere le macerie di Pescara del Tronto.

Ho visto nuove case costruite da mani straniere sorgere estranee al paesaggio e alla gente, che pure ci è entrata pur di avere un posto da chiamare casa.

Ho visto i giorni passare e nulla mutare.

Ho visto un caminetto dove qualcuno una sera mi aveva arrostito i funghi più squisiti che io avessi mai assaggiato solo e al freddo senza più mura intorno da scaldare.

Ho visto l’indifferenza di chi per mero calcolo economico ha deciso che non valeva la pena ricostruire nonostante le tante promesse. Chi sentirà la mancanza di piccole case di pietra e di qualche torre diruta?

Il miracolo della resilienza

Poi, pochi giorni fa, ho visto questo.

L’uomo può rendere il suo cuore di pietra e pensare che il Bello non serva e che quindi non debba essere salvato. Ma il Bello scandaloso e brutale di un fiore che nasce dove non dovrebbe, per tenere insieme con spine e profumo ciò che non dovrebbe più essere, mi ha ricordato che stare con i vincenti è facile per chiunque ed è tipico dei mediocri. Stare con le cose spezzate per dare loro la forza di tornare ad alzarsi è quello che voglio fare.

Io sto con questa piccola chiesa sorretta da un roseto impertinente e profano. Io sto con chi lotta anche se pensa che non servirà. Io sto con chi crede che sotto la montagna viva una grande maga che osserva e attende e sa che il Tempo è una ruota e che tutto attraverso esso muta e cambia forma, ma se ha radici profonde tornerà sempre a rinascere.

“Come il corpo anche l’anima può morire: dateci il pane ma dateci anche le rose” (James Oppenheim)