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I cimiteri degli animali: come congedarsi dal proprio animale domestico

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Chi possiede un animale domestico al giorno d’oggi lo considera, di fatto, parte della famiglia. Un cane, un gatto, o qualunque altra specie animale, può offrire il calore e la compagnia che spesso mancano in un mondo in cui si è sempre più isolati. Allora perché si incontra tanta resistenza all’idea che anche gli animali possano avere un loro cimitero? Scopriamo come è cambiato il modo di dire addio ai nostri amici a quattro zampe negli ultimi 100 anni.

Addio

Fonte: Antiquity/Eric Tourigny

La parola addio è quella più difficile da pronunciare. Quando bisogna congedarsi da qualcuno che è defunto, il nostro cuore sembra andare in mille pezzi. Nutriamo la speranza di un nuovo incontro, se abbiamo una qualche fede religiosa. Quello che sappiamo con certezza, però, è che per il momento non vedremo più colui o colei che è venuto a mancare. E lo stesso vale per gli animali.

Gli animali domestici sono in grado di riempire la nostra quotidianità come forse nessun altro essere umano da fare. Quasi sempre, essi vengono a mancare prima di noi. Il senso di perdita e di vuoto è enorme, ma difficilmente accettato dalla società. Quello che è morto è “solo un animale”, non meritevole di conseguenza di essere salutato con gli stessi rituali che si adottano per gli esseri umani.

Sappiamo che nel remoto passata dell’umanità, però, non era così. C’erano animali che venivano tenuti nella stessa considerazione degli esseri umani, ad esempio, i gatti in Egitto, così come i tori. E anche in tempi più recenti ci sono state nazioni che hanno sviluppato una sorta di “culto dei morti” riservato agli animali, creando cimiteri a loro dedicati. Dobbiamo spostarci oltre la Manica, in Gran Bretagna.

Le indagini del dottor Eric Tourigny

Fonte: Antiquity/Eric Tourigny

Il dottor Eric Tourigny è docente presso la Newcastle University ed ha pubblicato un interessante studio sull’argomento che stiamo trattando sulla rivista “Antiquity”. Il professore ha deciso di esplorare un ambito raramente (diciamo pure mai) considerato dagli studiosi prima di lui: ovvero l’uso di costruire cimiteri per gli animali domestici. In Inghilterra tale usanza ebbe inizio nel 1881.

Nello specifico, il professor Tourigny ha condotto la sua indagine su quattro cimiteri per animali:  quello presente in Hyde Park, The People’s Dispensary for Sick Animals di Ilford, e i cimiteri Jesmond Dene e Northumberland Park di Newcastle. Il primo ad essere aperto fu quello di Hyde Park. Nel 1881 un uomo perse il suo amato cagnolino, Cherry. Chiese al guardiano del parco che gli facesse la cortesia di seppellirlo lì.

La tomba di Cherry fu la prima, ma ad essa ne seguirono molte altre, con tanto di lapide. Secondo quanto rilevato da Tourigny, i periodi in cui si conta il maggior numero di sepolture sono quelli compresi tra il 1890 e il 1910, e poi tra il 1945 e il 1980. In questi archi di tempo si notano alcune differenze che permettono di capire meglio perché i proprietari di animali domestici defunti desiderassero dare loro una tomba.

Ci ritroveremo

La lapide di Bobbit/Foto di Eric Tourigny, scattata con il permesso di The Royal Parks

In epoca vittoriana vi era una forte sensibilità nei confronti dell’altro mondo. Si credeva negli spiriti, e nella possibilità di comunicare con essi. Ciononostante, restava un pesante giudizio della società rispetto al desiderio di dare degna sepoltura ad un animale. Sembrava una frivolezza, un modo sciocco di spendere il denaro quando tante persone povere non avevano di che pagare il proprio funerale.

Secondo il professor Tourigny, il desiderio di avere un cimitero dove andare a trovare i propri animali domestici non attiene ad un desiderio di conferire loro “pari dignità” all’uomo. Insomma, nessuno si è trovato a discutere sull’annosa questione se gli animali possiedano, o meno, un’anima. Né tantomeno se abbiano un loro “paradiso”. In un primo momento, quello che contava era avere un luogo dove poter tornare a piangere qualcuno che si era molto amato.

Le lapidi più datate, infatti, riportano informazioni scarne: il nome dell’animale, forse la data del decesso. Con il tempo, però, si aggiungono altre informazioni. Diventa sempre più forte la necessità di non dare un addio, quanto più un “arrivederci”. Dalle iscrizioni si evince la necessità di sperare in un incontro futuro. Si legge su una lapide di un animale domestico (forse un cane, o un gatto) di nome Bobbit:

When our lonely lives are o’er and our spirits from this earth shall roam, we hope he’ll be there waiting to give us a welcome home.

Quando le nostre vite solitarie finiranno e i nostri spiriti si libreranno da questa terra, speriamo che sarà lì ad aspettarci, per darci il bentornato a casa

Cimiteri degli animali: dove il legame si perpetua

Foto scattate da Eric Tourigny nel cimitero di Hyde Park, su concessione di The Royal Parks, pubblicate sulla rivista Antiquity

Sempre più, con il tempo, si afferma anche la rivendicazione dell’animale domestico come parte della famiglia. In alcuni casi si scrive il cognome, magari tra parentesi, come a voler mantenere un certo distacco. Distacco che era dettato più che altro dal timore delle critiche della società, delle persone che non possedevano animali domestici. Che, di conseguenza, non potevano capire il legame che si può creare tra un uomo e il suo animale.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, sempre più spesso il proprietario che saluta il suo quattrozampe lo fa firmandosi sulla lapide come “mamma”, “zia, “nonno”. In tempi più recenti, è ormai del tutto sdoganata l’idea per cui un animale può essere considerato, a tutti gli effetti, un membro del nucleo familiare. Ma c’è un altro aspetto che ha stupito il professor Tourigny.

Mentre fotografava e copiava le lapidi, notava tanta gente che frequentava questi cimiteri storici. Erano persone che traevano conforto da quei luoghi. Anche se non si trattava di chi aveva fisicamente seppellito lì un piccolo amico, ma più che altro si preparava a dire addio a quello che lo stava aspettando a casa, presto o tardi. I cimiteri degli animali sono quindi diventati dei luoghi emozionali, che aiutano le persone ad affrontare un passo arduo, ma inevitabile.

Oggi ci sono nazioni che permettono di seppellire insieme un animale e il suo padrone. Il professor Tourigny promette che porterà avanti i suoi studi, per capire come ancora si evolverà il modo di dire addio ad un animale domestico. Perché il grado di civiltà di una società si evince proprio dal rapporto che ha con i morti, dal modo in cui li onora, e in cui riesce a tenere vivo il legame con loro e tutto ciò che rappresentano.

Fonte:

Coppe o urne: l’affascinante mistero della Piana delle Giare

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Nella zona sud occidentale dell’Asia, nella regione del Laos, si trovano numerosi siti archeologici che da quasi un secolo appassionano gli studiosi. Di recente sono stati fatti nuovi ritrovamenti che hanno reso ancora più fitto l’enigma che i ricercatori cercano di svelare. Ancora non si è capito se i reperti sparsi per chilometri e chilometri fossero enormi coppe o urne: l’affascinante mistero della Piana delle Giare deve ancora essere risolto.

La Piana delle Giare

Fonte: Atlas Obscura

I primi ritrovamenti vennero effettuati già agli inizi del Novecento, ma fu solo intorno agli anni Trenta che un’archeologa francese, Madeleine Colani, cominciò a fare studi più approfonditi e ad avanzare le prime ipotesi. Nella parte settentrionale del Laos si trova l‘altipiano di XiangKhoang, detto anche del Tranninh. Questo è un luogo molto fertile, caratterizzato da montagne e colline verdeggianti e vaste estensioni di foresta pluviale.

Su questo territorio si trovano dei curiosi manufatti il cui scopo resta ancora ignoto. Si tratta di grandi orci costruiti in pietra, per lo più in arenaria. Hanno forma svasata, più stretta in cime e più larga alla base. Dall’imboccatura sembra che avessero dei coperchi, ma non sono stati ritrovati: si suppone fossero fatti in materiali deperibili, ad esempio in vimini.

All’insieme dei siti archeologici che sono stati rinvenuti poco alla volta è stato dato il nome di “Piana delle Giare”, la quale sono da luglio 2019 è diventata uno dei siti Patrimonio dell’Umanità voluti dall’UNESCO. Oltre alle giare sono stati ritrovati dei dischi decorati sepolti per lo più a faccia all’ingiù. Le giare invece non hanno decorazioni, tranne che in un unico, singolo caso. Questa giara ha un bassorilievo che raffigura un uomo-rana.

Intorno alle giare sono stati ritrovati alcuni monili, altre giare più piccole fatte in argilla (delle sorta di miniature) e resti umani. Si suppone però che gran parte degli oggetti che ci potevano essere siano stati predati nel corso dei secoli. Le giare vengono infatti datate tra il 500 avanti Cristo e il 500 dopo Cristo. Le più antiche risalgono dunque ad oltre 2000 anni fa.

Oltre 400 giare dallo scopo oscuro

Fonte: Atlas Obscura

I più recenti rinvenimenti nella zona risalgono ad appena pochi anni fa. Nel 2016 gli archeologi Dougald O’Reilly e Nicholas Skopal, provenienti dalla Australian National University, annunciarono di aver trovato ben 15 nuovi siti con oltre 140 giare mai scoperte prima. Questo ha fatto salire il numero complessivo degli enormi recipienti a più di 400, ma soprattutto apre la strada a nuove scoperte.

Chissà quante sono in tutto le giare sparse per il territorio: un territorio difficile da esplorare in quanto costellato anche da bombe inesplose gettate dai soldati Americani tra gli anni Sessanta e Settanta. Questo fatto ha reso sempre molto difficili le operazioni di scavo, e dare una risposta univoca ai molti quesiti che i curiosi manufatti suscitano non è facile.

Ogni giara può essere alta da una cinquantina di centimetri fino a tre metri: alcune sono davvero imponenti e pesano svariate tonnellate. Le cave da cui sono state scavate non sono distanti, ma comunque il trasporto deve aver richiesto uno sforzo improbo. Non si hanno notizie di insediamenti umani sull’altopiano di XiangKhoang nell’Età del Bronzo, quindi non si sa esattamente chi abbia costruito le giare, né come. Sembrano infatti scolpite con utensili di ferro, che però all’epoca non avrebbero dovuto esistere.

L’ipotesi più accreditata, già avanzata a suo tempo dalla Colani, è che questi contenitori fossero delle sepolture. I corpi venivano messi all’interno delle giare per decomporsi e poi essere cremati. Questo spiegherebbe la presenza di resti umani e darebbe una risposta plausibile, ma non del tutto soddisfacente.

Coppe o recipienti per i giganti

Fonte: Daily Mail

I grandi dischi interrati, decorati con cerchi concentrici, figure geometriche o forme animali, sono quindi stati interpretati come pietre tombali. Non si capisce però perché si trovino con la faccia incisa rivolta verso il basso. La spiegazione che viene data alla presenza delle giare dalla gente del posto è molto diversa e affonda – come spesso accade – nella leggenda.

Un tempo vi era un grande sovrano in questa zona del Laos: si chiamava Khun Jeuam, era buono e saggio ed era un gigante. Esisteva anche un altro sovrano, Chao Angka, il quale invece era malvagio ed opprimeva la sua gente. Khun Jeuam perciò gli dichiarò guerra e ci fu una grande battaglia, a seguito della quale il bene trionfò sul male.

Una volta abbattuto il suo avversario, Khun Jeuam decise di festeggiare. Invitò dunque i suoi uomini ad un sontuoso banchetto dove scorrevano fiumi di vino di riso, detto lao lao. Le giare sono le coppe usate dai giganti per festeggiare la vittoria, e sono rimaste in terra, proprio come bicchieri lasciati disordinatamente su un tavolo dopo un lauto pasto.

Naturalmente gli archeologi non prestano alcuna attenzione a questa versione dei fatti, ma hanno avanzato anche un’ipotesi alternativa a quella dei siti di sepoltura. Si pensa che forse le giare servissero a raccogliere l’acqua piovana, che veniva poi bollita e data ai viandanti. L’uso sepolcrale potrebbe essere anche di molto successivo all’effettiva costruzione dei recipienti in pietra.

Un enigma irrisolto

Fonte: New Atlas

Così come accade per molti altri siti archeologici che a noi moderni non dicono molto, non è facile dare una collocazione precisa alle enigmatiche giare del Laos. Dire con certezza a cosa servissero non è possibile, poiché non abbiamo elementi tali da dare una risposta definitiva. Forse erano davvero luoghi di sepoltura, o forse no. Magari avevano uno scopo che non possiamo neppure lontanamente immaginare.

Delle giare non sappiamo quasi niente. Non sappiamo come vennero costruite e poi spostate nei siti dove si trovano oggi; non sappiamo chi le usasse, o perché. Ignoriamo perché siano state costruite in un numero così elevato, o quale significato avessero le incisioni sui dischi in pietra che non sono coperchi (secondo gli studiosi). Ignoriamo anche perché solo una delle giare rinvenute finora riporti una decorazione.

Forse prestare orecchio alle vecchie storie potrebbe essere utile una volta di più, ovvero capire che possiamo avvicinarci alla verità solo se abbandoniamo il nostro modo di ragionare e cerchiamo invece di recuperare la filosofia di vita dei nostri antenati, che era di certo profondamente diversa dalla nostra. E se quelle giare non fossero affatto giare? Se fossero servite per scopi per noi ormai inattingibili?

Ci resta nella mente l’accattivante immagine di una mano gigante che si abbevera a quelle coppe antiche. Viste dall’alto le giare sparpagliate sembrano i residui di un mondo che più non è e che ha incontrato una fine repentina e caotica. Le ricerche e gli studi proseguono, seppure a fatica, e chissà che tra le giare ancora da scoprire non si trovi un indizio determinante per sciogliere infine questo affascinante enigma.