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I processi alle streghe di Cavalese: una storia che ha effetto ancora oggi

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C’è una pagina molto buia della nostra storia passata, che spesso si associa a luoghi lontani dall’Italia ma che ha riguardato, purtroppo, anche il nostro Paese. C’è stato un tempo, un tempo oscuro, in cui alcune donne, che spiccavano rispetto alla massa per un qualche motivo, assai sovente per saggezza, vennero date alle fiamme e bruciate come streghe. In Italia, uno degli eventi più tristemente noti in tal senso riguarda il rogo seguito ai processi alle streghe di Cavalese, comune della Val di Fiemme. Ripercorriamo quella storia antica, e scopriamo come mai se ne parla ancora oggi.

La caccia alle streghe

Fonte: www.milwaukeeindependent.com

Il deplorevole fenomeno della cosiddetta “caccia alle streghe” devastò l’Europa, e non solo, per oltre due secoli, all’incirca dal XV al XVIII secolo. Storicamente, questo fenomeno si lega alla Chiesa e soprattutto ad uno dei suoi organi più temibili, la Santa Inquisizione. La Santa Inquisizione era nata nel XII secolo per scovare e sconfiggere le eresie, particolarmente comuni in quel periodo. Con il tempo, però, il suo controllo sulla vita dei fedeli si fece sempre più rigido. Oltre a cercare di debellare gli eretici, gli inquisitori si prefiggevano anche il compito di spazzare via i residui di paganesimo e di superstizione legata a riti magici e all’uso di formule rituali.

Già, perché devi sapere che nonostante la Chiesa abbia combattuto le streghe per secoli, non ha mai riconosciuto la loro esistenza, relegandole a frutto della fantasia popolare. Di fatto, i processi contro le cosiddette streghe, ivi compresi i processi alle streghe di Cavalese, erano condotti da tribunali laici. Le persone accusate erano considerate delle minacce contro la comunità nel suo complesso. Questo è, in maniera molto semplificata, il modo in cui ebbe inizio la stagione dei roghi e delle denunce anonime.

Chiaramente, in breve tempo la possibilità di accusare qualcuno di stregoneria divenne un’arma politica. Era facile accusare qualcuno di aver stipulato un patto con il Demonio e così metterlo nei guai. Dimostrare la propria innocenza era molto difficile, per non dire impossibile. Chiudiamo questa breve introduzione dicendo che il fenomeno della stregoneria non è tipico dell’era cristiana, ma risale a civiltà antiche dove però aveva connotati molto diversi. Chi praticava “arti magiche” era ben tollerato (basti pensare agli astrologi o agli indovini, tenuti in altissima considerazione). Solo se l’attività magica aveva in qualche modo leso allo stato, le autorità intervenivano senza però entrare nel merito dell’attività praticata dalla presunta “strega” o del cosiddetto “stregone”.

Il Malleus Maleficarum e la prassi dei processi alle streghe

Fonte: poddtoppen.se

Alcuni degli episodi più famosi della caccia alle streghe si svolsero fuori dai nostri confini nazionali. Ad esempio, avrai di certo sentito parlare delle streghe di Salem (complici film e libri) ma forse potresti non conoscere nulla dei processi alle streghe di Cavalese. Le streghe erano presenze molto diffuse nel centro e nord Italia fin dalla più remota antichità. Non erano affatto considerate creature malvage, ma erano per lo più donne sagge (Sibille?) che possedevano doti di guaritrici e che conoscevano bene la Natura e i suoi segreti. Ad un certo punto, però, la considerazione nei loro confronti cominciò a mutare.

Le streghe erano anime immonde che stipulavano patti con le creature infernali, che tramavano contro l’umanità e l’Unico Vero Dio, ed erano un cancro da estirpare. Venne redatto un libro che diventò il vademecum per riconoscere e condannare una strega, il Malleus Maleficarum. Al suo interno si riportano alcune procedure a dir poco stravaganti che avrebbero dimostrato in modo inequivocabile la pratica della stregoneria nel soggetto accusato. Dunque gli accusati subivano anche penose torture, al fine di estorcere una confessione che comunque non serviva a salvare la vita.

Tanto per dare una rapida idea dei metodi usati, la presunta strega poteva essere legata e buttata in acqua. Si legava alla mano destra il piede sinistro, e al piede destro la mano sinistra. Se la sventurata galleggiava, era innocente. Oppure, lo era qualora il suo peso fosse stato inferiore a quello stimato dai giudici. Insomma, non serve andare oltre ed esplorare metodi ancora più cruenti per capire che il destino dei processati era, sostanzialmente, già segnato.

La Val di Fiemme e le streghe del centro-nord Italia

Fonte: www.roma.com

La stragrande maggioranza dei processi alle streghe di cui abbiamo testimonianza in Italia si concentra nelle regioni del nord. Premesso che questo potrebbe essere legato solo al fatto che molti dei documenti di altri episodi simili accaduti altrove siano andati distrutti o perduti, si annovera questo fatto ad un’influenza germanica, dove spiriti simil-demoniaci abbondavano ed erano visti di cattivo occhio dalle istituzioni ecclesiastiche. Tra i vari episodi di cui abbiamo memoria, uno dei più noti è il rogo seguito ai processi alle streghe di Cavalese, in Val di Fiemme. Fino a pochi anni fa si svolgeva una rievocazione storica riguardo l’episodio, e si mormora che il luogo in cui si tenne il rogo delle presunte streghe sia ancora oggi maledetto.

Ricostruiamo però i fatti. L’evento si svolge nei primi anni del XVI secolo. Nel 1501 tale Giovanni delle Piatte finì al centro dell’attenzione delle autorità di Cavalese. L’uomo aveva fama di essere veggente, e pare che avesse previsto una terribile alluvione che nel 1499 aveva fatto molti morti, con l’esondazione del torrente Avisio. Vigilio Firmian, all’epoca capitano vescovile della zona, volle vederci più chiaro e trascinò in giudizio il Delle Piatte, che se la cavò con l’esilio. L’uomo però ebbe l’impudenza di tornare nel territorio della Val di Fiemme nel 1504, dove lo catturarono nuovamente. Sotto tortura, rivelò di essere coinvolto in oscuri riti con creature malvage e di essere stato nel Venusberg, il monte di Venere.

Fece il nome di alcune donne che avrebbero compiuto riti stregoneschi con lui, trascinandole nella sua disgrazia. Alla fine, l’uomo riuscì a cavarsela, ma non altrettanta fortuna ebbero coloro che erano caduti sotto il giogo dei processi alle streghe di Cavalese. 28 persone finirono sotto l’occhio del ciclone: 6 fuggirono; 3 morirono in carcere. Le restanti bruciarono sul rogo, cinque a Cavalese, sul Dos del Rizzol. Le donne rispondevano al nome di Ursula Strumenchera di Trodena, Ottilia Della Giacoma di Predazzo, Margherita Tessadrela di Tesero, Elena la Serafina di Varena, Margherita dell’Agnola di Cavalese e Barbola Marostega di Carano.

La rievocazione storica e la maledizione legata ai processi delle streghe di Cavalese

Fonte: www.visittrentino.info

Stando a quanto riportato dalle cronache dell’epoca, così come si legge nel manoscritto 617 conservato nella Biblioteca Comunale di Trento, e in base ai verbali redatti dal notaio del tribunale di Fiemme, il bavarese Silvestro Leittner di Schlierssee, l’unica donna a non essere condannata al rogo fu Barbola, che però perì in carcere. I processi si tennero nella piazza antistante il Palazzo Vescovile. Qui si trovava il Banco de la Resòn, una struttura circolare fatta di blocchi di pietra e di due cerchi concentrici che contenevano una sorta di tavola con un foro nel mezzo. La struttura serviva per le votazioni e per prendere decisioni relative alla comunità, con il voto segreto deposto dentro al foro.

Fu dunque con questo strumento che si decise la sorte delle sventurate streghe di Cavalese. Esse, in realtà, non erano altro che donne con una profonda conoscenza delle erbe, in grado di curare i malanni e dedite ad aiutare la comunità. La loro drammatica storia, fino a qualche tempo fa, veniva rievocata ogni anno, con minuzia di dettagli, il giorno 6 Gennaio, durante la festa dell’Epifania. Ad un certo punto però si decise di interrompere questa tradizione, forse per via delle molte polemiche che non mancava di suscitare.

Ma lo spirito delle streghe della Val di Fiemme non è sopito. C’è chi dice, con un filo di voce, che le loro anime infestino il luogo in cui sono state bruciate. Infatti lì sono accadute altre disgrazie anche in tempi recenti, non ultima la morte dei 19 passeggeri della cabinovia che nel 1998 risaliva il fianco del Cermis. I cavi furono tranciati di netto da un aereo militare statunitense. Un evento luttuoso simile ebbe luogo nel 1976. Secondo alcuni, le cabine caddero esattamente nel luogo dove le cinque donne vennero arse come streghe nel 1505.

Tremate, tremate?

Fonte: The Guardian

Davvero è così? Può l’anima di un innocente infestare il luogo in cui ha subito l’estrema offesa? Non daremo una risposta, visto che esula dal mondo empirico per approdare nel mondo della fede nell’invisibile. Quello che sappiamo, per certo, è che la caccia alle streghe non ha mai avuto fine. Ancora oggi bruciamo sul rogo chi è diverso, chi spicca dalla massa, chi in qualche modo ci mette in soggezione con il suo modo di pensare e di essere. Onoriamo le streghe, diventiamo anche noi eretici, riscopriamo il valore di essere unici e indistinguibili per quanto possa essere pericoloso, o poco conveniente.

Fonti:

La Salem d’Europa: Triora, il paese delle streghe

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Se la Sibilla Appenninica vive nel cuore della penisola italiana, ciò vuol dire che l’Italia è un Paese che cela in sé la magia e l’incanto di tempi remoti. La Sibilla non è l’unica fata-strega-maga-incantatrice che – secondo le leggende – ha abitato qui. Ci sono tanti altri racconti di donne dai poteri speciali, e alcuni di tali racconti affondano anche nella storia. Una storia triste e oscura, purtroppo. Questo è il caso della cittadina ligure definita la “Salem d’Europa”: Triora, il paese delle streghe.

Donne che divennero streghe (o lo erano davvero?)

Fonte: viaggiedelizie.com

Tra il XV e il XVI secolo in italia imperversava la Santa Inquisizione, la quale aveva il compito di far rispettare i più rigorosi dettami della fede cristiana. Come purtroppo è ormai tristemente noto, l’Inquisizione degenerò finendo per vedere il maligno anche là dove non vi era. Molto spesso le sua azioni erano dettate da motivi politici più che religiosi. E l’Inquisizione si abbatté anche sulle innocenti donne del paesino di Triora.

Triora oggi si trova in provincia di Imperia, ma all’epoca dei fatti che stiamo per narrare ricadeva sotto la giurisdizione della Repubblica di Genova. Dal territorio di Triora derivava il maggior quantitativo di derrate alimentari, fino a che però non si verificò una grande carestia causata dalla siccità che durò per due anni. Nel 1587 si rese necessario trovare un capro espiatorio, dare alla gente qualcuno da biasimare per le sue sofferenze.

Si dice addirittura che la carenza di cibo fosse stata indotta in modo artificioso, per via di alcuni screzi tra le autorità civili e religiose. Sta di fatto che si decise di dare la colpa di tutto alle “streghe”. Chi erano le streghe di Triora? Le voci giravano, le credenze popolari individuavano in alcune donne delle fattucchiere capaci di lanciare il malocchio, di tramutasi in gatti, di rapire i bambini per cibarsene.

Con tutta probabilità c’erano davvero delle streghe a Triora. All’epoca c’erano ampi boschi, e allora come oggi le donne si tramandavano l’arte di guarire e curare con le erbe trovate. Forse alcune di quelle donne ricordavano ancora i vecchi rituali pagani, le divinità della natura venerate un tempo. In tal senso rappresentavano un pericolo per gli uomini di Chiesa, che le additavano come adoratrici del Demonio.

Il processo alle streghe

Fonte: www.trioradascoprire.it

Su richiesta delle autorità locali giunsero a Triora l’Inquisitore di Genova e il vice Inquisitore di Albenga, padre Girolamo del Pozzo, che in molti documenti d’epoca viene descritto come un uomo pieno del sacro furore divino, invasato ai limiti della pazzia. Fu lui, nel 1587, a far partire il processo alle streghe. Durante la messa, chiese alla brava gente di Triora di fare dei nomi.

Per ignoranza o per paura la gente si lascia sempre convincere facilmente dai più forti. Vennero fatti dei nomi e venti donne furono imprigionate. Alcune abitazioni del paesino vennero tramutate in carceri e presero il via le torture. Crudelmente seviziate, le donne imprigionate fecero altri nomi così che il numero delle inquisite salì a trenta.

Non serve immaginare a quali supplizi vennero sottoposte le presunte streghe. L’Inquisitore voleva che confessassero i loro rapporti con il Demonio. Si narra invece che una delle arrestate, Franchetta Borelli, pur sottoposta alla tortura del cavalletto, continuasse solo a parlare delle splendide castagne che era solita trovare nei boschi intorno al paese.

Due donne morirono, una per le torture e un’altra buttandosi da una finestra. Il suo suicidio fu mascherato, dicendo che la donna si era uccisa su istigazione del demonio. Il processo si protrasse fino al 1589, con la condanna al rogo di quattro donne che furono trasportate a Genova, dove già ne erano imprigionate altre tredici. Sembra però che a quel punto, su richiesta del Doge, il processo venne interrotto. Non sappiamo con esattezza cosa sia accaduto alle donne incarcerate.

Oggi un museo dove un tempo si torturava

Fonte: www.e-borghi.com

Con il processo alle streghe di Triora si aprì un’altra pagina oscura di storia locale, poiché le persecuzioni continuarono nei dintorni. Come spesso accade quando un luogo viene macchiato da vicende così macabre, la memoria non si è spenta né allora né oggi, tanto che a Triora esiste un Museo dove si tramanda il ricordo di ciò che avvenne in quegli anni lontani.

Sono esposti tutti gli incartamenti che consentono di ripercorrere le vicende relative alla caccia alle streghe in ogni minimo dettaglio, e sono anche ricostruite delle scene che lasciano intuire in che modo si svolgessero gli interrogatori degli Inquisitori. Ci sono poi anche alcuni ingenui, comuni simboli considerati rappresentativi della stregoneria.

Per chi voglia fare una piccola gita a Triora, ci sono anche alcuni luoghi rimasti legati alla memoria delle fantomatiche streghe. Ad esempio, il luogo desolato chiamato “La Cabotina”, dove si dice che si radunassero. O il grande noce con la fontana le cui acque hanno davvero proprietà terapeutiche. Ma le streghe, in verità, sono dappertutto.

Resta forte infatti l’impronta di donne che vennero condannate per ciò per il quale avrebbero dovuto essere celebrare. Un contatto più intimo e vero con la natura, con il creato, con l’interezza dell’essere umano. Sempre si è cercato di distruggere ciò che non si può capire. Ecco perché ricordare le persecuzioni alle cosiddette “streghe” non è motivo di dolore, ma di vanto. Nonostante tutto, ci sono cose che non possono essere uccise e continuano a vivere per sempre.