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Il complesso di Chankillo: un antico calendario solare

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Quando studiamo le civiltà antiche e le loro costruzioni, come il complesso di Chankillo, la prima cosa di cui ci rendiamo conto è che erano assai meno “primitive” di quanto non ci piacerebbe credere (o non ci vorrebbero far credere). La seconda cosa, è che tanto quanto noi (anzi, forse più di noi) ponevano una grande attenzione all’astronomia. Pur senza mezzi tecnologici come quelli che possediamo oggi, riuscivano ad avere conoscenze straordinarie. Come facevano? Una risposta sembrerebbe darcela proprio il complesso di Chankillo, considerato un antico calendario solare.

Il complesso di Chankillo

Fonte: hidraulicainca.com

Il complesso di Chankillo (o Chanquillo) era noto ai viaggiatori che si sono avventurati in questo remoto angolo di Perù per secoli. Chankillo si trova a circa 350 chilometri dalla capitale peruviana Lima, in una vallata scavata dai fiumi Casma e Sechin. Si tratta di una zona desertica, resa vivibile solo dalla presenza dei fiumi, lungo la costa del Pacifico. Per molti anni questo complesso, per quanto imponente e molto interessante, non ha suscitato l’interesse degli studiosi. Bisogna arrivare al XX secolo prima che qualcuno cominci a fare delle ipotesi sensate sulla sua destinazione d’uso.

Il primo che ipotizzò che lo scopo del complesso non fosse né difensivo, né religioso, ma di osservazione astronomica, fu il famoso esploratore Thor Heyerdahl che ne parlò nel suo libro “Kon-Tiki” negli anni Quaranta. Lo studio più approfondito in merito, e ad oggi considerato quello definito, risale al 2006 ed è stato condotto da Iván Ghezzi e Clive Ruggles. Tutto il sito risale a 2300 anni fa, secondo la datazione corrente. Pare che abbiano iniziato ad erigerlo intorno al 300 o 500 avanti Cristo.

Fonte: hidraulicainca.com

La struttura complessiva del sito è affascinante e peculiare. Tutto sembra ruotare attorno a 13 torri, disposte sul crinale di una collina secondo l’asse nord-sud. Ai due lati delle torri vi sono due strutture poligonali, e infine un complesso fortificato formato da anelli concentrici (tre) che si trova a nord-ovest e che sembra il fulcro dell’intero complesso di Chankillo. Avventurarsi tra questi imponenti edifici significa fare un viaggio estremamente affascinante.

Il sole che nasce, il sole che muore

Fonte: www.researchgate.net

A lungo si sono fatte diverse ipotesi circa il motivo per cui un antico popolo, esistito prima degli Incas, abbia costruito il complesso di Chankillo. La prima spiegazione poteva essere quella di una rocca fortificata, visto che l’edificio centrale, costruito secondo cerchi concentrici, ha robuste mura difensive che in certi punti raggiungono anche gli 8 metri di altezza. L’ingresso dell’edificio ha una forma ad U, tipica delle costruzioni preincaiche, e la struttura ha molte stanze che secondo gli studiosi erano usate a scopo abitativo o rituale.

Questo imponente edificio, che si compone di due strutture gemelle, fu volontariamente distrutto e saccheggiato. Gli scavi hanno rivelato mura abbattute, dipinti distrutti, aree sepolte. Non si conosce quale conflitto possa aver portato alla fine del complesso di Chankillo. Per quanto la struttura fortificata sia interessante, non è nulla se paragonata alle tredici torri.

Il vero fulcro del complesso di Chankillo, secondo quanto ricostruito da Ghezzi e Ruggles, sono le tredici torri. Ognuna di esse ha forma quadrangolare. Distano l’una dall’altra, in media, 50 metri, con intervalli regolari. La sommità delle torri è piatta, e ognuna ha due scalinate, una a nord e una a sud, per salire sulla cima. A cosa servivano queste tredici torri? Esse venivano osservate da dei punti appositamente predisposti negli ultimi due edifici che fanno parte del complesso di Chankillo che erano, per l’appunto, degli osservatori.

Le tredici torri e il Sole

Fonte: www.wmf.org

Secondo la ricostruzione degli studiosi, le tredici torri segnavano il corso del tempo nell’arco di un anno solare. Qui a Chankillo ci troviamo nell’emisfero sud, il giorno 21 dicembre avviene il solstizio d’estate. Quel giorno, il sole sorgeva dalla torre all’estrema destra. Si spostava poco alla volta, per poi sorgere dall’ultima torre all’estrema sinistra il 21 di giugno, giorno del solstizio d’inverno. I due edifici di osservazione avevano lunghi corridoi ed erano riservati uno ai notabili, e uno alla gente comune. Si presuppone che vi fossero anche feste e cerimonie in certi periodi dell’anno.

In base a quello che dice l’UNESCO, che ha dichiarato questo sito Patrimonio dell’Umanità, gli edifici dovevano essere colorati di bianco, ocra, giallo e marrone chiaro. Si capisce quale magnificenza dovesse apparire agli occhi di un antico visitatore di questo sito, che con tutta probabilità non era abitato in modo stabile visto che non vi sono approvvigionamenti diretti di acqua. Per molti, Chankillo è speculare a Gobekli Tepe, che si trova in Turchia ma è molto più antico (risale a 12.000 anni fa).

Le torri sono dette anche, romanticamente, i “pilastri del Sole”. Immaginare che qualcuno si sia dato la pena di costruire opere così monumentali solo per segnare il passare del tempo sembra quasi inverosimile. Gli archeologi dicono che, essendo la zona molto siccitosa, era importante prevedere i cambiamenti climatici. Chissà qual era il vero scopo dello sconosciuto popolo che ha eretto il complesso di Chankillo, e che cosa leggevano davvero loro nel movimento perenne e immutabile del Sole tra i suoi pilastri.

Fonti:

Chavìn de Huàntar e il dio Lanzòn: il volto nascosto del Perù

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Anche nel mondo dell’archeologia ci sono luoghi che vanno maggiormente “di moda” rispetto ad altri. Ad esempio, se si parla del Perù tutti conoscono Macchu Picchu, forse qualcuno lo ha anche visitato. Meno noto è invece il sito di Chavìn de Huàntar, che si trova sulla costa del Perù e che presenta molte caratteristiche peculiari e anche misteriose. Si sa ben poco, infatti, sulla civiltà, detta Chavìn, che ha eretto questo formidabile tempio con i suoi strani dei, come il Lanzòn.

Chavìn de Huàntar

Fonte: www.huarazviajes.com

Il sito archeologico che l’Unesco ha dichiarato nel 1985 Patrimonio dell’Umanità si trova ad oltre 3000 metri di altezza, in un luogo che di certo non può essere stato scelto a caso. Considerando che si pensa che Chavìn de Huàntar fosse un luogo sacro, esso è stato eretto là dove si incontrano due importanti sezioni delle Ande, la Cordigliera “Blanca” e la Cordigliera “Negra”. Questo è l’unico passaggio esistente tra l’arida costa e la fiorente foresta Amazzonica ad est. Inoltre, qui confluiscono due fiumi, il Huachesca e il Mosna.

Tutto fa pensare cioè che i misteriosi Chavìn abbiano scelto questo posto per il fatto che simboleggiava l’unione tra due mondi, che in senso religioso diventava il punto di intersezione tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti. Il pantheon di questo popolo, che gli studiosi ritengono abbia racchiuso il suo arco vitale tra il 1300 avanti Cristo e il 200 circa, comprendeva molte curiose divinità che si trovano ben illustrate nelle statue e nelle incisioni presenti nel tempio, che costituisce l’edificio principale del complesso.

Il complesso del tempio è formato oggi da due edifici, l’uno seguente all’altro. Il primo, il più antico, ha una forma ad “U” dal chiaro significato simbolico. La forma a ferro di cavallo infatti per le culture mesoamericane stava ad indicare la transizione tra due mondi, l’aldiqua e l’aldilà. Questa struttura guarda verso est (la terra madre). Il secondo edificio aggiunge un cortile centrale, di forma rettangolare, che si trova ad un livello inferiore rispetto al resto.

Labirinti e dei a Chavìn de Huàntar

Fonte: www.denomades.com

La cosa più affascinante dell’antico tempio, se si escludono le molte splendide incisioni e i reperti in terracotta e conchiglie che sono stati trovati in giro, sono i labirinti sotterranei. Nel sottosuolo si dipana una moltitudine di gallerie che si intersecano tra di loro, proprio a formare un labirinto oscuro. Non vi sono infatti fonti di luce naturale, tranne che in un caso, come vedremo. Gli studiosi stanno indagando le proprietà acustiche di tali gallerie.

Esattamente come nei templi megalitici di Malta, anche qui gli antichi costruttori hanno plasmato le gallerie in modo che riverberassero la voce secondo i loro desideri. In particolare, qui la voce viene veicolata all’esterno. Di fatto, il tempio stesso poteva diventare la “voce degli dei”. In verità, però, nessuno conosce esattamente il modo in cui questi tunnel venivano usati. Ma il reperto più interessante di questo già di per sé interessante complesso si trova al centro del labirinto.

Fonte: www.perunorth.com

Con termine spagnolo lo chiamano “Lanzòn“, che non vuol dire altro che “grande lancia“. Il nome richiama la forma: in effetti si tratta di un monolite in pietra alto e stretto, come una punta di lancia. Misura oltre quattro metri di altezza ed è interamente scolpito. Raffigura un volto mostruoso, con gli occhi rivolti al cielo, serpenti in testa e grande bocca con le zanne. Questo era il dio degli Chavìn di cui non sappiamo il nome.

Lanzòn e la stele di Raimondi

Fonte: www.latinamericanstudies.org

Il Lanzòn è l’unico punto del labirinto che viene illuminato dalla luce esterna in due particolari frangenti: gli equinozi di autunno e primavera. Ha una scanalatura nella parte superiore, che termina sulla testa del dio, nella quale probabilmente scorreva il sangue delle vittime sacrificali, o forse semplicemente acqua. Il dio ha una mano che punta verso l’altro e un’altra che punta verso il basso. Secondo l’opinione di molti rappresenta l’Axis Mundi, il perno dell’Universo.

Fonte: arsartisticadventureofmankind.wordpress.com

Un altro interessante reperto della cultura Chauvìn presente in questo sito è la cosiddetta stele di Raimondi. Alta quasi due metri, è interamente incisa anche se oggi le incisioni sono poco visibili. La tecnica usata è detta in inglese “contour rivalry”, e consiste nel creare figure le cui linee di contorno possono dare vita ad immagini diverse. Questa stele raffigurerebbe la trasformazione di un uomo in giaguaro, ma vista da un altro punto di osservazione mostra una divinità a forma di coccodrillo.

Certamente la civiltà Chauvìn aveva delle pratiche religiose, e delle credenze, molto complesse ed elaborate. Un altro elemento ricorrente sono le conchiglie. Nel 2001 ne furono trovate 20 del tipo Strombus in una delle gallerie sotterranee. Le conchiglie venivano usate come trombe, ma anche come simbolo del potere detenuto dai sovrani e dai sacerdoti. Si usavano come segnali di avvertimento, ma anche in cerimonie in cui si assumevano sostanze allucinogene.

La cultura Chavìn

Fonte: ccrma.stanford.edu

Quando il sito di Chavìn de Huàntar venne studiato per la prima volta era già il XIX secolo, nonostante già dal XVI se ne conoscesse l’esistenza. Fu l’esploratore Antonio Raimondi il primo a capire che non si trovava di un sito Inca, e a cominciare delle indagini più approfondite. Purtroppo però la gente del posto aveva predato gran parte delle pietre, e stravolto l’ambiente così come doveva essere stato. A peggiorare le cose nel 1945 un’alluvione portò altra distruzione.

Attraverso i molti secoli passati e tanta devastazione è quindi difficile ricostruire qualcosa in più su questa antica civiltà. Quello che pensano gli studiosi è che essa non sia nata qui, ma qui sia giunta e abbia prosperato. Come abbiamo detto, il luogo di insediamento non fu scelto a caso. Da Chavìn de Huàntar passa una delle più importanti vie di comunicazione del mondo precolombiano.

Il dio raffigurato sul Lanzòn ha curiosi tratti indonesiani. L’uso delle conchiglie per una civiltà che viveva a 3.000 metri sul livello del mare sembra a dir poco curioso. La grande raffinatezza delle costruzioni e delle decorazioni denotano una civiltà avanzata, con una grande consapevolezza di sé e conoscenze che trascendevano l’umano. Sarebbe interessante scoprire di più su questi uomini che forse hanno seguito i passi dei fuggitivi di Atlantide.

Fonti:

Un volto antico scolpito nella pietra: la faccia di Amarakaray

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Nel folto della foresta pluviale, nella regione peruviana della Madre de Dios, da anni la popolazione indigena degli Harakbut racconta della presenza di un “nume tutelare”. Le leggende parlavano di un grande volto scolpito nella roccia, che era lì da tempo immemore. Si ipotizzava fosse stato realizzato dagli Incas, ma nessuno sapeva chi lo avesse realmente scolpito. Solo nel 2014 c’è stata la riscoperta di questa incredibile opera che gli indigeni chiamano Rostro Harakbut, detta anche volto di Amarakaray.

Nel cuore della foresta pluviale

Fonte: diariocorreo.pe

La cosa strana circa la faccia di Amarakaray è che tutti ne conoscevano l’esistenza, ma nessuno sapeva con esattezza dove fosse. Più che altro, in pochi si erano recati di persona a vederla poiché collocata in un luogo difficilmente accessibile. Nel 2014 però tre diversi enti – Rainforest Foundation, Handcrafted Films e Executor of the Comunmal Reserva of the Amarakaeri (ECA – RCA) – si accordarono per tornare infine a vedere quell’antico volto in pietra, filmando il tutto.

Il risultato è un documentario che arriva dritto al cuore, in posti che nemmeno sospettavi di avere. “The Reunion” parla esattamente di questo, di un ritrovamento, dell’incontro tra il passato e il presente che in pochi posti come tra l’intricata vegetazione della foresta amazzonica sembrano convivere sullo stesso piano. Il motivo di quel viaggio non era puramente accademico: c’erano necessità ben più pressanti, che sussistono ancora oggi.

Il territorio degli Harakbut è messo a rischio della deforestazione, dallo scavo di miniere per l’oro e per il petrolio. I loro villaggi sono rimasti quasi deserti. restano solo gli anziani, perché i giovani vanno altrove, in cerca di fortuna e lavoro. Senza sapere che il loro futuro non può risiedere altrove che dove risiedono le loro radici: un’amara lezione che molti imparano solo a caro prezzo.

Al volto di Amarakaray

Fonte: www.sernanp.gob.pe

Il documentario mostra il viaggio che un gruppo di Harakbut compie seguendo i ricordi degli anziani del villaggio. Prima di partire, e durante il percorso, si fanno benedire dallo sciamano. Come spiega uno degli esploratori, per loro si tratta di molto di più di una semplice escursione. Si tratta di riprendere le fila di un discorso interrotto, di tornare alle origini di una tradizione che non viene più praticata dagli anni Quaranta.

Il Rostro Amarakaray si trova sopra la vallata di un fiume, e domina su una polla d’acqua e una cascata. Se c’è chi sostiene che non sia altro che un fenomeno di pareidolia, ovvero che le rocce siano conformate in modo naturale e che diano solo l’impressione di mimare un volto umano, si sbaglia. Chi è stato sul posto dice che sono evidenti i segni della manipolazione umana, e anche la collocazione del volto non sembrerebbe casuale.

Il volto di Amarakaray domina una sorta di anfiteatro, in attesa dei visitatori. Ha un’aria pensosa, ma non triste. Gli anziani dicono che è lì da sempre. Gli esploratori giungono al suo cospetto in reverenziale silenzio. “Adesso è come se stessimo incontrando i nostri antenati” spiegano “e dobbiamo comportarci in modo che loro siano lieti di accoglierci.” Il luogo, dicono ancora, emana una strana energia. Appare evidente che non sia un posto come un altro.

Il retaggio della Terra

Fonte: www.caaap.org.pe

Gli Harakbut sperano che il volto di Amarakaray sia dichiarato Patrimonio dell’Umanità, e che questa impressionante opera del passato possa servire a salvare il loro futuro. A livello archeologico restano aperti molti interrogativi, giacché non sono mai stati condotti studi su questo reperto, vista la sua inaccessibilità. Davvero fu costruita dagli Incas? Aveva uno scopo puramente ornamentale?

Soprattutto, guardando stupiti questa faccia che emerge in mezzo alla foresta come dal nulla, viene da chiedersi quante altre meraviglie abbiano lasciato coloro che sono stati prima di noi. Quante memorie andranno perse quando anche gli ultimi anziani avranno chiuso gli occhi? Quante conoscenze ignoriamo perché le riteniamo poco importanti per il nostro presente. Le culture indigene, sa sempre, sono disprezzate dagli occidentali, ritenute barbare e incivili. Invece in esse risiede la saggezza che potrebbe ancora salvarci.

Barbe d’erba pendono dagli occhi del volto di Amarakaray, il quale non giudica, giacché non è il suo compito, ma si trova lì dov’è per una ragione. Pur muto, la sua voce si alza come il grido della Terra. Mentre la foresta muore, gli animali si estinguono e l’acqua non scorre più limpida come un tempo, è in questi retaggi di un passato remoto che sentiamo rinascere la speranza di potere, un giorno, frenare questa follia e “riunirci” per davvero con quello che avremmo sempre dovuto essere.

A seguire, “The Reunion”.

Fonti:

La leggendaria città Inca di Paititi prossima ad essere riscoperta

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Molte persone, anche solo per sentito dire, conoscono la mitica città di El Dorado. Meno nota ai più è la città inca di Paititi, che però ha mosso esploratori e ricercatori nel corso dei secoli. Detta semplicemente, Paititi è il luogo in cui gli ultimi Inca si rifugiarono per sfuggire ai Conquistadores. Dovrebbe essere una città “gemella di Cusco”, quindi bellissima e ricchissima. L’aspetto interessante è che ci sono moltissimi elementi che fanno presupporre che non si tratti affatto di una leggenda, ma di un luogo fisico oggi inaccessibile.

Qual è l’interesse archeologico nei confronti di Paititi? Tutte le altre città Inca, o pre-incaiche, che sono state ritrovate ed esaminate fino ad oggi erano già state precedentemente saccheggiate. I valori, ma non solo, tutto ciò che poteva avere un qualche interesse per gli studiosi era stato razziato, portato via, o peggio, distrutto. Ritrovare Paititi significherebbe invece ritrovare uno scrigno ancora intatto con tutti suoi tesori, sia fisici che culturali. Ecco perché una nuova spedizione è in programma nell’estate del 2020, e c’è molta aspettativa circa i risultati che potrebbe conseguire.

La leggenda di Paititi

Fonte: paititieldorado.fr

Cerchiamo di ricostruire, in primis, il modo in cui si è originata la leggenda di Paititi. I primi racconti risalgono all’epoca dell’invasione spagnola. Siamo nel 1532 e Francisco Pizzarro riceve notizia di sovrani che si cospargevano d’oro per brillare come il sole. Dal che ne deduce che gli “indigeni” incontrati sul suo cammino dovevano celare ricchezze immense. Cercano di minare l’impero Inca, stringe un’alleanza con Atawualpa. A quel tempo si contendeva il trono con suo fratello Huascar, che era il legittimo erede. Atawualpa promette a Pissarro oro e argento e profusione.

L’uomo però fu ingannato: dopo che ebbe pagato un cospicuo riscatto venne ucciso. Di lì a poco Pissarro prese la capitale Cusco e l’impero Inca andò incontro al suo declino. L’ultimo capitolo della sanguinosa lotta tra locali e conquistatori fu l’assedio delle città occupate dagli spagnoli. Quando infine la supremazia di questi ultimi fu conclamata, si narra un episodio interessante. Si dice che gli spagnoli chiedessero ai loro prigionieri di radunare tutto l’oro che avevano e di consegnarglielo. Loro crearono un mucchio di mais, poi presero un singolo chicco e dissero.

Ecco, questo è tutto l’oro che mai avrete di noi Inca

A significare che pure le immani ricchezze raccolte dai conquistatori non erano che una piccola parte di quelle realmente esistenti. Ma dove erano state nascoste tali ricchezze? A Paititi, la città gemella della capitale che però restava ben nascosta, accanto ad una laguna quadrata al cui interno erano stati gettati gli ori e i preziosi che appartenevano agli antenati e che non dovevano cadere in mano dei barbari invasori.

La verità di Paititi

Fonte: www.ancientpages.com

Fin qui si potrebbe pensare ad una cronaca un po’ esagerata di quei drammatici giorni. Ma dal XVI secolo in poi le narrazioni che riguardano Paititi si sono susseguite senza soluzione di continuità. Si susseguirono anche numerose spedizioni, sin dai primissimi tempi della conquista. Si parlava di colonne di lama che avevano trasportato l’oro oltre le Ande, in una regione non meglio precisata. A volte venivano date delle indicazioni, seguendo le quali però si rimaneva inevitabilmente delusi.

Nel XVII secolo furono i gesuiti a continuare a parlare della perduta città Inca, ed è proprio da qui che riparte la ricerca in tempi moderni. Il ricercatore italiano Mario Polia nel 2001, spulciando tra i documenti degli archivi Vaticani, trovò una lettera che tale padre Andrea Lopez aveva inviato ad un suo superiore. In questa missiva il sacerdote parla di Paititi, del fatto che era ricoperta d’oro e argento, e che gli Inca che la abitavano avevano un’ineccepibile organizzazione sociale. Qualcuno pensa addirittura che Lopez avesse anche dato indicazioni precise per arrivare a Paititi, ma che il tutto sia stato celato dal Vaticano.

Nel 1686 venne raccolta invece la testimonianza di un nativo del luogo che descrive accuratamente la perduta città degli Inca. Infine, vi è una mappa antica, ricopiata da un missionario gesuita, con iscrizioni arcane e indicazioni di un luogo nascosto che hanno acceso la fantasia e l’interesse dei moderni archeologi. Solo nel XIX secolo Paititi perse i suoi contorni reali, venendo assimilata ad El Dorado, e considerata quasi mitologica. Almeno fino ad oggi.

La perduta città di Z

Fonte: www.hooshootoochronicles.com

Agli esordi del XX secolo fu il colonnello Percy Fawcett a rendere di nuovo reale la città Inca, con la sua convinzione che rappresentasse l’anello di congiunzione con Atlantide. Le ricerche del colonnello però portarono solo alla sua scomparsa. A partire dagli anni Sessanta vi furono molte altre spedizioni, che tutte insieme non hanno potuto esplorare che una piccolissima parte della foresta peruviana. Sono stati trovati reperti e siti interessanti, ma nulla che potesse far pensare ad una grande capitale, ad una città splendida come doveva essere Paititi.

Gli esploratori che più di recente hanno tentato di identificarne la presenza sono stati Greg Deyermenjian e Carlos Neuenschwander Landa, che negli anni Ottanta/Novanta hanno tentato sortite sia via terra che via aerea. Deyermenjian sostiene di aver avvistato picchi e massicci che potrebbero denunciare la presenza di una città all’altezza dello splendore di Cusco. Chi più degli altri sente di essere vicino alla grande riscoperta, però, è l’esploratore francese Thierry Jamin, che a partire dalla fine degli anni Novanta ha compiuto molti viaggi esplorativi.

La sua attenzione si è infine incentrata sulla valle del Lacco, dove sono stati trovati molti resti della civiltà Inca fino a quel momento sconosciuti. A partire dal 2010, Jamin è stato raggiunto dalle testimonianze degli indigeni del posto, i Machiguenga, che dicono che esiste una montagna sulla cui sommità c’è una città splendida. Nel 2012, delle foto satellitare hanno mostrato un picco quadrangolare con due laghi gemelli vicini, oltre ad un terzo lago, anch’esso di forma quadrangolare.

Ultimo tentativo

Fonte: paititieldorado.fr

Ormai gli elementi sembrano tuti combaciare e si è forse ad un passo dalla riscoperta di Paititi: la spedizione che più delle altre ambisce a questo obiettivo deve ancora partire. Organizzata da Campo Base, un’organizzazione tutta italiana, si è parzialmente finanziata grazie al crowdfunding. In realtà non è neppure l’unica. stando ad una intervista rilasciata sul quotidiano Forbes, anche Jamin era in procinto di organizzare un nuovo viaggio in Perù nel 2020.

Al momento non abbiamo ulteriori notizie, ma è presumibile che la situazione sanitaria mondiale abbia bloccato qualunque progetto in tal senso. C’è chi potrebbe pensare che, con quello che sta accadendo nel mondo, potrebbe non importare poi molto ritrovare un’antica città Inca. L’errore sta proprio in questa considerazione: perché è adesso che abbiamo bisogno di risposte, e quelle risposte potrebbero attenderci, se solo abbiamo ancora la voglia e la curiosità di raggiungere il luogo dove dimorano.

Fonti:

La Porta degli Dei in Perù potrebbe condurre ad altri Universi

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Il Perù è una delle nazioni maggiormente ricche di siti archeologici interessanti quando si parla di antiche civiltà. Tutti sappiamo che qui ci sono molti luoghi in cui sono vissuti gli Incas, civiltà precolombiana che conobbe la sua fine per l’arrivo dei Conquistadores spagnoli. Tra le molte costruzioni attribuite agli Incas, ma con caratteristiche decisamente stupefacenti, ce n’è una chiamata Porta degli Dei., Scopriamo quali sono i segreti che cela la porta di Hayu Marca.

Il lago Titicaca: da dove siamo nati e dove torneremo

Fonte: gulliver.com.ec

Sono molte le regioni interessanti del Perù, ma quella che circonda il lago Titicaca è decisamente tra le più affascinanti. Questo lago si trova a 3.812 metri sopra il livello del mare ed era considerato dagli Incas un luogo sacro. Secondo la loro mitologia e religione, infatti, da lì era emerso il mondo conosciuto e le anime degli uomini, dopo la morte, sarebbero trasmigrate. Il dio Viracocha era nato dalle acque del Titicaca.

Stando alle parole di Mark Cartwright, autore di alcune delle voci della Ancient History Encyclopedia, Viracocha era il padre di tutti gli dei. Dopo aver assistito alla creazione, era partito per andare oltre il mare ad insegnare la civiltà anche ad altri uomini. Ha però promesso che un giorno sarebbe tornato. Tutto questo sembra il preludio perfetto alla storia della Porta degli Dei, che si trova non lontano dal lago Titicaca.

Ci troviamo infatti nella zona di Hayu Marca, dove nel 1996 venne riscoperta la Aramu Muru. Si tratta di qualcosa a cui non daresti un secondo sguardo, se non sapessi che è lì: una porta scolpita nella roccia, poco più di un incavo, però incastonata in un complesso molto più ampio. Il tutto è costruito in marmo rosa. Gli archeologi dicono sia opera degli Inca: ma, così come accade per molte altre presunte rovine Inca, è chiaro che chi ha realizzato queste costruzioni era una civiltà molto più antica, e con conoscenze molto più evolute.

Jose Luis Delgado Mamani  e Aramu Muru

Fonte: www.metafisicaitalica.it

A questo punto è arrivato il momento di fare la conoscenza di due personaggi chiave nella storia della Porta degli Dei. Il primo si chiamava Aramu Muru, il nome con cui oggi è anche identificato questo sito. Pare che fosse un sacerdote Inca, che quando ebbe chiara la fine del suo popolo decise che non avrebbe finito i suoi giorni nelle mani degli invasori. All’approssimarsi dei Conquistadores, andò alla Porta degli Dei recando con sé un sigillo chiamato la Chiave degli Dei dei Sette Raggi.

Arrivato davanti alla porta, usò la Chiave, che altro non era che un disco d’oro caduto, a detta di alcuni, dal cielo. Con quella Chiave aprì la porta e passò oltre: apparve un corridoio illuminato da una luce blu sovrannaturale. Si narra che il sacerdote abbia raggiunto gli dei. Ora facciamo un ampio salto temporale e arriviamo a circa 400 anni dopo, al 1996.

Jose Luis Delgado Mamani è una guida turistica e sta facendo una passeggiata nei pressi del lago Titicaca per verificare con i suoi occhi le zone che avrebbe poi illustrato ai suoi clienti. “All’inizio passai oltre” racconta “Poi ricordai: l’avevo sognata tante volte”. Mamani ricordava la Porta degli Dei perché in sogno aveva oltrepassato la soglia e aveva raggiunto Aramu Muru nel regno divino che c’era oltre.

Un sito inspiegabile: la Porta degli Dei

Fonte: www.metafisicaitalica.it

La Porta degli Dei di Hayu Marca è una grande parete di marmo rosa alto 7 metri e largo 7 metri. Al centro c’è un incavo alto 2 metri, la porta vera e propria, che però è solo scavata nella roccia e non presenta alcun passaggio. In effetti, gli archeologi hanno identificato una nicchia di forma tonda dove poteva essere inserito un oggetto compatibile con il disco d’oro di Aramu Muru.

Questo sito è di epoca Inca? Si può dire con una certa dose di sicurezza che no, questo sito è di gran lunga antecedente agli Inca. Chi lo ha costruito allora? Nessuno lo sa. Perché è stato costruito? Quel che è certo è che non ha scopo pratico: di certo era un luogo di grande significato religioso, simbolico o sciamanico.

Chi ha visitato la Porta di Hayu Marca dice che questo luogo ha delle peculiarità. Si possono avvertire delle vibrazioni energetiche, c’è chi ode suoni, risate, tintinnii. C’è chi ha visioni di alte colonne di fiamma. Qui si sconfina nel campo delle pure congetture: alcuni credono che questa porta sia uno stargate che conduce in altri universi, paralleli al nostro. Sembra che il sito sia speculare alla Porta del Sole di Tiahuanaco, e alla Naupa Iglesia delle Ande.

I misteri di prima del tempo

Fonte: Tripadvisor

Nel 2000 un sub, Lorenzo Epis, testimoniò di aver visto imponenti edifici sepolti sul fondo del lago Titicaca. La città di Tiahuanaco, che si trova vicina al lago, doveva ospitare 10.000 persone in epoca pre-incaica. Che fine hanno fatto quelle persone, e chi erano? Forse sono domande che per noi sono destinate a restare senza riposta. Con un’unica certezza: nel nostro passato si cela assai più di quello che presumiamo di sapere.

Le strane porte senza uscita che si trovano in varie parti del globo erano solo luoghi sacri, privi di un senso concreto, o forse erano qualcosa di più? O magari quello che per noi è fantasia un tempo era realtà? Un turista australiano, in visita alla Porta degli Dei, disse “Se solo ne avrete l’opportunità, vi prego, venite qui. Anch’io ero scettico all’inizio: ma alla fine non puoi non sentire l’energia emanata da questo luogo”.

Ci sono misteri insondabili per la mente umana, ma che il nostro cuore già conosce. Forse, La Porta degli Dei di Haya Marca è uno di questi misteri.

Fonte:

Le piramidi di Pantiacolla, un mistero avvolto nella foresta

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Le piramidi sono strutture create dall’uomo che sono state nel corso dei secoli oggetto delle più svariate speculazioni. La domanda che più comunemente ci si pone riguarda il perché le civiltà antiche, e non solo quella egizia, abbiano prediletto tale forma. Quasi certamente non si tratta di un caso, né è una coincidenza che vi siano piramidi un po’ ovunque nel mondo. Le piramidi di Pantiacolla però sono un caso a parte, perché ad oggi ancora nessuno è riuscito a chiarirne il mistero e forse, se l’Uomo non avesse lanciato i satelliti in cielo, non ne avremmo mai nemmeno sospettato l’esistenza.

Il Landsat e i primi, pionieristici satelliti

Fonte: Ancient Code

Oggi per noi osservare le immagini satellitari è diventata un’abitudine, un qualcosa di comune e non ci stupisce più di tanto. Ognuno di noi ha accesso a tali immagini semplicemente accedendo a Google Earth, che è accessibile tramite la rete internet. Dall’alto sono state fatte un gran numero di scoperte, visto che non tutti i luoghi della Terra sono accessibili. Era il 30 dicembre del 1975 quando il satellite Landsat II rimandò delle immagini che incuriosirono fin da subito.

Le foto riguardavano una zona della foresta amazzonica peruviana, all’incirca a 13° di Latitudine Sud e 71° e 31′ di Longitudine Ovest. Esse evidenziavano otto protuberanze allineate, disposte in modo simmetrico in due file. Sulle prime sembravano rilievi, anche se qualcuno ipotizzò che fossero degli stagni. Alle immagini ad infrarossi però apparivano bianche, segno che erano fatte di pietra.

Doveva quindi trattarsi di alture, disposte lungo il confine dell’altopiano delle Ande. Siccome ce n’era abbastanza da incuriosirsi, furono eseguite delle ricognizioni aeree. La zona infatti era assai difficilmente raggiungibile via terra, sia per la fitta vegetazione, sia perché la popolazione locale, i Machiguenga, non era particolarmente amichevole. Si evidenziarono altri quattro rilievi, più piccoli. Tutte quelle alture sembravano piramidi.

Le piramidi di Pantiacolla

Fonte: Atlas Obscura

Subito la fantasia di esploratori e ricercatori si accese. Questa era stata la zona di esplorazione del colonnello Percy Fawcett, che aveva pagato con la vita la sua ossessione per le città antiche perdute nella giungla, sulla scia delle leggende su El Dorado. Quelle alture furono chiamate e divennero note con il nome di piramidi di Pantiacolla, o Paratoari. Le illazioni si susseguirono, fino a che non fu organizzata la prima spedizione verso la zona, nel 1996.

A capo della spedizione c’era l’esploratore Gregory Deyermenjian, che era stato preceduto negli anni Settanta dal giapponese Yoshiharu Sekino che aveva potuto approfondire l’affascinante cultura dei Machiguenga, ma non aveva raggiunto le presunte piramidi. Deyermenjian invece raggiunse il luogo, che si trova nella zona detta Madre de Dios, e disse che quelle alture, che raggiungevano i 150-200 metri, non erano altro che conformazioni naturali.

Le sue conclusioni però non vennero accettate da tutti. Esplorazioni successive dissero che sì, quelle conformazioni potevano non essere state costruite dall’uomo, ma di certo erano state pesantemente modificate da mano umana e di certo utilizzate dalle antiche civiltà. Si ipotizzarono gli Inca, visto che in effetti le narrazioni parlavano di una loro città sorta in quest’area, chiamata Paititi.

Spedizioni più recenti

Fonte: paititieldorado.fr

L’interesse nei confronti delle piramidi di Panticolla non è scemato nemmeno negli anni 2000. Oltre alle evidenze geografiche, ci sono i racconti dei Machiguenga che dicono che in questa zona della foresta abitavano gli “Antichi”. Si suppone che gli Inca usassero le alture di Pantiacolla per effettuare rituali religiosi di qualche natura. A gettare legna sul fuoco arrivò nel 2001 una scoperta del ricercatore italiano Mario Polia.

Questi, frugando tra le carte avite degli Archivi della Compagnia di Gesù, rinvenne un documento risalente al 1600 e redatto da un Padre gesuita, che era stato missionario nelle Americhe. Questi parlava della città di Paititi, descrivendo le ricchezze meravigliose. In molti così cominciarono a credere che le piramidi di Pantiacolla fossero state costruite prima della civiltà Inca, e che gli Inca le avessero usate per rifugiarsi dai Conquistadores, addentrandosi nella giungla.

Sempre nel 2001 il famoso storico ed esploratore francese Thierry Jamin raggiunse le piramidi di Pantiacolla, evidenziandone la naturalità ma trovando anche molti reperti interessanti. Rinvenne dei machete, un mortaio, e i Machiguenga gli dissero che da lì si dipanavano numerosi tunnel sotterranei, detti socabones, che conducevano alle montagne. Successivamente Jamin disse che a suo parere quella doveva essere un’area di grande importanza per gli Incas, che attribuivano alla forma piramidale, o conica, un enorme potere legato alla Dea Madre Pachamama.

Un mistero che resiste

Fonte: templeilluminatus.com

Jamin non è stato l’ultimo a tentare di svelare il mistero delle piramidi di Pantiacolla. Nel 2009 vi si avvicinò anche l’esploratore italiano Yuri Leveratto, il quale però non riuscì a scoprire nulla di rilevante. Come sempre, esistono due modi per leggere tutta la faccenda. Possiamo credere che quei rilievi, che sono conformazioni naturali, non siano né più né meno che colline immerse nel folto della vegetazione amazzonica.

Oppure, possiamo pensare che un tempo, tanto tanto tempo fa, per via della loro forma piramidale siano state sfruttate da una qualche civiltà antica, che possedeva conoscenze che noi non abbiamo più. Successivamente gli Incas percepirono il potere di quel luogo, e lo usarono a loro volta, anche se non riuscirono a difendersi contro gli invasori.

Chi sono gli Antichi di cui parlano i Machiguenga? E dove conducono davvero, o a che cosa conducono, i socabones? Forse là, nel cuore verde del nostro pianeta, si celano risposte che potrebbero aprirci nuovi mondi. Quel che conta, è non perdere il desiderio e la voglia di cercare la verità senza adagiarsi su comode spiegazioni ormai date per scontate.

Fonti:

Gli Oracoli di Apurimac e il Monolito di Sayhuite

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L’abilità nell’incisione della pietra mostrata dai nostri antenati non cessa mai di stupirci. Esistono reperti che risalgono a molto tempo addietro e che incantano per la loro precisione e per la squisita fattura. Il Monolito di Sayhuite è una roccia completamente intagliata in superficie. La sua origine e il suo scopo ci sono ignoti, ma c’è chi ipotizza un collegamento tra gli Oracoli di Apurimac e il Monolito di Sayhuite.

Apurimac

Fonte: www.allynpachacusco.com

Ci troviamo ad Apurimac, una regione del Perù nella quale si trova uno dei tanti siti archeologici Inca di questa nazione. Il sito si chiama Sayhuite e si trova a tre ore di macchina dalla capitale Cusco. Questo luogo ha un grande fascino per via della presenza di molte rocce di andesite intagliate e lavorate con motivi geometrici. La pietra più notevole di tutte è il monolito di Sayhuite.

Le narrazioni dei Conquistadores che posero fine alla civiltà Inca raccontano che qui si trovasse un grande tempio. Le sue cortine erano fatte di foglie d’oro spesse un palmo. A capo del tempio c’era un’altera sacerdotessa chiamata Asarpay che non volle piegarsi agli uomini giunti da Oriente. Pur di non farsi catturare, salì in cima ad una cascata alta 400 metri e si gettò di sotto.

Il culto a cui presiedeva Asarpay era infatti dedicato alle acque. Forse la donna credeva che le acque l’avrebbero salvata. O, semplicemente, aveva preferito spegnere la sua vita dentro ciò che aveva sempre venerato, piuttosto che in una prigione straniera. Si racconta anche che in tutta l’area dell’Apurimac vi fossero altri tre templi di uguale splendore. In ogni tempio risiedeva un oracolo.

Oggi non ci sono più evidenze di queste storie che sono state tramandate per via orale. Certo è però che Sayhuite è un sito molto interessante, per via delle dure rocce di andesite lavorate con incredibile accuratezza. Gli archeologi dicono che il sito è Inca; non sappiamo però se possa essere anche precedente.

Il Monolito di Sayhuite

Fonte: www.amusingplanet.com

Sin dai primi scavi che vennero effettuati qui, vi fu un masso in particolare che attirò l’attenzione degli studiosi. Attirò il loro sguardo soprattutto perché era molto bello; inoltre ancora oggi rappresenta un enigma assai arduo da sciogliere. Questo reperto è noto come il “monolito di Sayhuite”.

Anche il monolito è fatto di pietra magmatica e si trova sulla sommità di una collina chiamata Concacha. Il primo fatto da osservare è che la roccia non proviene da questa collina. Venne estratta altrove e poi portata qui. Non sappiamo se fu incisa sul luogo di origine o sulla collina dove si trova tutt’oggi.

Il monolito di Sayhuite misura 4 metri di larghezza e 2 metri di lunghezza, per un diametro di oltre 11 metri. La sua altezza è di 2,5 metri. Si tratta dunque di una roccia imponente: ma non sono le sue dimensioni a stupire. Ciò che è stupefacente è la parte superiore, tutta fittamente intagliata con oltre 220 figure.

La peculiarità che il monolito presenta rispetto alle altre rocce presenti sul sito di Sayhuite (dette nel complesso Rumihuasi, case di pietra) è che le figure incise non hanno solo forme geometriche. Si vedono anche molte figure zoomorfe:. giaguari, scimmie e anche molluschi. Nel complesso, il monolito di Sayhuite appare ai nostri occhi come un enorme plastico in scala.

Le ipotesi sul suo utilizzo

Fonte: www.amusingplanet.com

Del monolito sappiamo ben poco, oltre ciò che i nostri occhi possono osservare. Quello che sembra, è che sulla superficie della pietra sono raffigurati canali, pozzi, laghi: un intero sistema per convogliare le acque. Alcuni dei tratti sembrano essere stati rifatti diverse volte. Da questa osservazione è nata l’ipotesi più diffusa e accreditata sul perché la roccia di Sayhuite sia stata incisa in questa maniera.

Secondo il ricercatore Arlan Andrew la roccia sarebbe un modello usato da ingegneri e idraulici per capire il modo in cui defluiscono le acque. Si ipotizza anche che potesse essere usata a scopi didattici. Altre teorie dicono che potrebbe essere una riproduzione dell’Impero Inca: il giaguaro, animale sacro per gli Incas, si trova sovente raffigurato.

L’ultima ipotesi è che la pietra fosse invece un oggetto sacro. Visto che ad Apurimac si veneravano le acque, questa raffigurazione stilizzata poteva servire per cerimonie o rituali. Non c’è però alcun elemento che permetta di far pesare il piatto della bilancia a favore dell’una o dell’altra ipotesi. Però è doveroso fare alcune osservazioni aggiuntive.

Una grande pietra per un lontano ricordo

Fonte: www.amusingplanet.com

Davvero ha senso ipotizzare che un lavoro così mastodontico servisse solo come modellino per costruire dighe e canali? Intagliare una pietra così dura non è certo uno scherzo, specie con gli strumenti che avevano gli Incas. Si sarebbero potuti trovare molti modi meno faticosi e più pratici, soprattutto nella prospettiva di dover periodicamente modificare il lavoro già fatto.

Perché così alta? Arrivare a due metri e mezzo per avere uno sguardo d’insieme richiede una postazione rilevata: sarebbe stato più facile usare al limite una pietra più bassa e piatta. Insomma, la teoria sembra un po’ poco plausibile, pur essendo la più accreditata.

Lanciamo un’ultima ipotesi. Volendo credere che Atlantide sia esistita, e che gli Incas siano i discendenti dei fuggiaschi che giunsero nelle Americhe, non è possibile che la pietra sia stata costruita da quei fuggiaschi o da loro successori? Magari era un modo per tenere a mente quel regno perduto, che – guarda un po’ – sorgeva dalle acque e dalle acque è stato inghiottito.

Non è che un’ipotesi, peregrina e inverificabile come le altre. Ma se potessimo interrogare gli Oracoli di Apurimac e il Monolito di Sayhuite, la loro risposta potrebbe stupirci.

Ollantaytambo, i gradini degli Dei

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Il Centro America è una continua fucina di sorprese. Le Americhe, in generale, non vengono spesso tenute nel dovuto conto – quando si parla di indagini archeologiche – perché nel nostro immaginario di “vecchi europei” sono il “Continente giovane”. In verità qui esistono reperti che appaiono molto antichi, come quelli presenti in Perù a Ollantaytambo. Scopriamo perché chiamiamo le costruzioni di Ollantaytambo i gradini degli Dei.

Vicino alle aquile

Fonte: Wikivoyage

Come sovente accade con i siti archeologici peruviani (Macchu Picchu insegna) bisogna andare molto in alto per ammirarne i resti. Ollantaytambo si trova a 2792 metri sul livello del mare, a 75 chilometri di distanza dalla capitale Cusco. Il luogo è noto per un episodio storico accaduto ai tempi dei Conquistadores.

Qui si arroccò l’imperatore inca Manco II per tentare un’ultima, strenua quanto inutile, difesa contro gli spagnoli. Per questo si crede che il sito sia stato costruito dagli Incas e quindi abbandonato in seguito alla fine della loro civiltà. Parliamo dunque di tempi piuttosto recenti, all’incirca il 1440 dopo Cristo. A costruire Ollantaytambo sarebbe stato l’imperatore Pachacuti.

La verità è che non c’è nessuna prova della veridicità di queste affermazioni, e ci sono invece molte prove che fanno pensare che Ollantaytambo non sia affatto stata costruita dagli Incas. Basta dare un’occhiata al sito quando si arriva per rendersi conto che una civiltà che disponeva di semplici utensili di pietra, al massimo bronzo, non poteva avere le capacità di erigere simili maestose costruzioni.

La Porta degli Dei e il Tempio del Sole

Fonte: machupicchuagency.com

Ollantaytambo mostra le tracce di una civiltà molto evoluta, in virtù della presenza di un impianto idrico molto efficiente. Quella che lascia stupito il visitatore è tutta la parte megalitica del sito, che è davvero imponente. Ollantaytambo è costruita con enormi blocchi di pietra, perfettamente squadrati, posti l’uno sull’altro senza uso di calce. Non un filo di luce filtra dalle giunture. Le pietre sembrano fuse tra di loro.

La Porta degli Dei è un passaggio di forma trapezoidale che conduce verso l’alto. Il Tempio del Sole sono una serie di monoliti (6 in tutto) perfettamente squadrati e perfettamente allineati. C’è poi il cosiddetto Tempio del Condor, una parete su cui si può osservare il peculiare modo in cui le pietre venivano estratte dalla cava.

Sembrano “prelevate” direttamente dalla montagna. Ci sono cavità squadrate, levigate e lisce, come se fossero state vetrificate. La roccia usata a Ollantaytambo è l‘andesite, di origine vulcanica, una delle più dure che esistano. Ultima curiosità: i blocchi di oltre 50 tonnellate venivano scavati su una montagna e poi portati sulla montagna di fronte.

Il Cuneo dorato

Fonte: immagineperduta.it

Anche il più sprovveduto dei visitatori – di fronte a tutto questo – si avvede che un’opera così ciclopica – a cui si accede attraverso gradoni alti quanto un uomo – non può essere stata realizzata dalla civiltà inca. Le risposte della scienza ufficiale appaiono sbrigative, per non dire ridicole. Molto più esaustiva appare la mitologia locale.

Secondo le leggende e le storie che sono state tramandate dai tempi antichi, Ollantaytambo (il cui nome significa “luogo di sosta di Ollanta”, che era un eroe inca) venne eretta oltre 10.000 anni fa da due divinità qui giunte ad insegnare alla gente ciò che sapevano. Questi dei possedevano un curioso strumento chiamato “cuneo dorato” che poteva tagliare con facilità qualunque tipo di materiale.

Cos’era questo cuneo dorato? Non ci è dato modo di saperlo (posto che sia mai esistito, eventualità negata da archeologi e scienziati paludati). Però assomiglia molto allo “shamir” che Dio – nella Bibbia – donò a Salomone per ricostruire il suo tempio. Somiglia anche agli “scalpelli di luce divina” usati dalle divinità egizie per incidere i primi geroglifici.

Certo è che per tagliare quelle pietre con tanta maestria dovevano essere necessari strumenti molto sofisticati, strumenti che noi non possediamo nemmeno oggi che siamo giunti ad un elevatissimo grado di tecnologia. Senza parlare del fatto che nemmeno noi saremmo in grado di portare giù da oltre 3000 metri un blocco di pietra di 50 tonnellate, fargli attraversare un fiume, e poi issarlo alla stessa altitudine. Posto che vi sia convenienza nel farlo.

Prima del Diluvio c’era Ollantaytambo

Fonte: www.ticketmachupicchu.com

Un’ipotesi non peregrina che si può avanzare è che l’imponenza delle mura di Ollantaytambo, e la sua posizione elevata, fossero entrambe a scopo strategico. Il desiderio non era però quello di difendersi da un nemico fisico, ma da un avversario ancora più temibile: le acque. Secondo le storie narrate dagli eredi degli Incas, Ollantaytambo fu costruita prima del diluvio universale: forse proprio per difendersi da esso.

E fu costruito da persone venute da altrove, che magari cercavano il modo di ripararsi dalla cieca violenza delle acque. Non sappiamo se ci riuscirono: gli Incas arrivarono molto tempo dopo ad abitare luoghi che non sapevano più come potessero essere stati costruiti. La loro memoria si era già spenta, tranne che per qualche vecchio racconto narrato sotto forma di favola.

E la nostra memoria si è sbiadita ulteriormente nel tempo, al punto di rifiutarsi del tutto ormai di prendere in considerazione un’alternativa alle spiegazioni ufficiali che spaventa un po’, come tutto ciò che ha il suono della verità. Coloro che costruirono sulle montagne erano Uomini molto diversi dagli Uomini che siamo oggi, ma erano Uomini. Solo che erano assai meno simili ad una scimmia, e molto di più a divinità.

Guardando Ollantaytambo e sentendosi molto piccoli al suo cospetto non possiamo non ammettere che il progresso non esiste. Forse c’è stato un tempo in cui l’Umanità era assai più progredita di ora, al punto che non sapremmo più replicare ciò che fece allora. Questa è la direzione che va indagata, per capire un po’ meglio chi siamo e quale dovrebbe essere il nostro atteggiamento su questa Terra. Non di trionfatori e padroni, ma di umili ospiti soggetti alle fasi del Tempo.

Equinozio e Solstizio: un antico rito per “legare” il Sole

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Ieri, 23 settembre, è dunque ufficialmente iniziato l’Autunno astronomico con l’Equinozio d’autunno. L’Equinozio è il momento in cui il Sole si trova allo zenit sull’equatore: in Primavera poi inizia a salire, e invece in questo periodo a scendere. Ecco dunque che le giornate cominciano a farsi più corte e che si hanno meno ore di luce.

Il Giorno che dura come la Notte

Il nome Equinozio viene dal latino e vuol dire “notte uguale” (equus nox), sottinteso “al giorno”. In verità le cose non stanno proprio così: le ore di luce e di buio non si equiparano perfettamente. Gli Equinozi segnano l’arrivo delle stagioni intermedie; a determinare l’ingresso dell’Inverno e dell’Estate sono invece i Solstizi.



Equinozi e Solstizi sono eventi astronomici a cui oggi noi non prestiamo più molta attenzione. Grazie all’energia elettrica il fatto che le giornate si accorciano non ci crea alcun disturbo, se non a livello umorale! In passato invece essi avevano una grandissima importanza, e ce l’hanno ancora a livello astrologico.

Equinozio in Astrologia

L’Equinozio, per convenzione, segna l’ingresso del Sole nel segno della Bilancia. Oggi in realtà non è più così, ma il senso simbolico di questo è molto forte. La Bilancia è il segno dell’equilibrio, e lo stesso l’Equinozio autunnale è il momento dell’equilibrio tra la luce e l’oscurità.



In Primavera questo si traduce in un’estroversione del soggetto: superato il momento di stasi, l’anima si espande verso il prossimo e la vita materiale. In Autunno accade il contrario: il soggetto comincia a ritrarsi su se stesso, a riflettere sulla sua interiorità, a cercare le risposte dentro di sé.

Per tutti i segni dello Zodiaco, quindi, l’Equinozio d’Autunno segna un momento di riflessione e di grande calma. Come quando le acque di uno stagno sono immote, adesso è possibile guardare in profondità e scorgere cosa si  cela là in fondo. È anche possibile eliminare il superfluo, fare pulizia nell’attesa che i colori dell’Autunno incendino i nostri desideri di nuova intensità.

Lega il Sole

Ci sono tantissime feste e rituali che in passato si celebravano in questo periodo dell’anno. Non dimentichiamo mai che nelle culture contadine che ci hanno preceduto questo era il tempo del raccolto. Era il momento in cui mettere da parte il frutto del lavoro estivo per non dover patire la fame durante l’Inverno ormai alle porte.



C’è però un luogo, molto lontano da noi, dove Equinozi e Solstizi venivano salutati con un rituale abbastanza curioso. Dobbiamo viaggiare fino in Perù, nella mitica città Inca di Macchu Picchu.

Macchu Picchu, una perfetta opera di ingegneria

Macchu Picchu non fu scoperta che agli inizi del Novecento, e questo non ci deve stupire. Si trova ad oltre 2000 metri di altitudine, nascosta tra le cime delle Ande e dalle nuvole, arroccata tra due picchi. La prima cosa che stupisce di questo luogo è il fatto che, a differenza delle costruzioni dell’Uomo moderno, esso non si erge orgoglioso a sfidare la natura.

Tutt’altro, Macchu Picchu e le sue costruzioni si inseriscono nell’ambiente naturale valorizzandolo e incorniciandolo: ci sono finestre disegnate in modo da riprodurre le cime delle montagne. La tecnica costruttiva degli Inca permetteva loro di non usare malta per tenere insieme i mattoni. Quelle costruzioni sono lì da oltre 500 anni.

Molti misteri avvolgono questa cittadina, di cui ancora non si conosce bene la natura. L’ipotesi più accreditata è che si trattasse di una cittadella sacra dedicata al culto del Sole. Il Sole era una delle principali divinità Inca. Non ci stupisce dunque che i sacerdoti tenessero in gran conto l’osservazione dei suoi movimenti nel cielo.

Intihuatana, la pietra che lega il Sole

Tra le molte costruzioni che appassionano archeologi e turisti da tutto il mondo, a Macchu Picchu ce n’è una particolarmente interessante. Si chiama Intihuatana, che letteralmente vuole dire “colui che lega il Sole“. Si tratta di un blocco di pietra squadrato, orientato ai quattro punti cardinali, che sopra ha un palo scolpito con un’inclinazione di 13,5 gradi.

Questo non è casuale: grazie a tale inclinazione il pilastro, nel giorno degli Equinozi di autunno e primavera, non proietta ombra. Intihuatana era una sorta di seggio sacro per il Sole il quale, nel giorno degli Equinozi, vi si sedeva sopra. Poteva così essere legato ad esso, in modo da non scappare e tornare ciclicamente, come aveva sempre fatto.



Per gli Inca era molto importante che il Sole continuasse il suo ciclo vitale, crescendo e diminuendo con le stagioni per consentire la vita. Per questo il sacro pilastro doveva rivestire un”importanza fondamentale, sia come orologio astronomico, ma anche e soprattutto come oggetto propiziatorio per il corretto svolgersi delle stagioni.

Lega a te il Sole

Non sorridere delle credenze di popoli antichi: come ci fanno intuire la loro città, le tecniche di costruzione usate, la loro arte e la loro società, erano assai meno arretrati di quanto non possiamo pensare. Non a caso c’è chi ipotizza addirittura che Macchu Picchu sia stata costruita da creature extraterrestri.

Quegli uomini antichi sono riusciti a sfidare la natura arroccandosi su un picco impervio, ma lo hanno fatto sposandosi alle rocce e non distruggendole. Se quegli stessi uomini credevano che il Sole andasse “legato” non è perché erano superstiziosi: è perché erano consapevoli. consapevoli della fragilità del mondo su cui viviamo, consapevoli che nulla va dato per scontato, nemmeno il ciclico ritorno del Sole.

Anche se sei un po’ triste per la fine della bella stagione, godi ogni momento della bellezza di questa che viene. Ricorda sempre che la luce artificiale di cui oggi ti avvali un giorno potrebbe anche esserti sottratta: ma mai verrà meno la luce del Sole, se la rubi con gli occhi e la leghi stretta in fondo al tuo cuore.