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La Madonna dell’Ambro circondata da Sibille

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C’è un piccolo luogo incantevole in mezzo alle montagne dei Sibillini. Da Montefortino si prosegue per una strada che finisce contro la montagna: oltre c’è solo il fiume Ambro che risale fino alla sua sorgente. Ai piedi della montagna c’è una deliziosa chiesa, che in molti definiscono “la piccola Lourdes dei Sibillini“. Ferita dal terremoto, oggi rinasce. Ecco la sua storia.

Un luogo sacro agli Spiriti della Natura

I Monti Sibillini sono una catena montuosa che presenta delle innegabili peculiarità rispetto agli altri monti degli Appennini. Sono circondati da un’aura magica, avvolti da una bruma celeste che spinse il Leopardi a definirli “Monti Azzurri“, definizione che è rimasta loro addosso. I boschi di faggi e le querce ospitano antichi spiriti, quelli che i primi abitanti del centro Italia veneravano per tenere lontano il maltempo e le calamità naturali.



Ogni angolo di pendii e vallate è ricolmo di tradizioni e leggende. In particolar modo, per un antico retaggio celtico che è penetrato in epoche remote fino a queste regioni italiche, gli alberi erano ritenuti sacri e quindi tenuti in speciale considerazione. In seguito, con l’avvento del Cristianesimo, i luoghi un tempo sacri ai pagani divennero oggetto di culto anche della nuova religione.

Il sito in cui sorge il Santuario della Madonna dell’Ambro era sicuramente sede di culti pagani. L’etimologia del fiume è discussa: secondo alcuni potrebbe derivare dalla radice “ambr” celtica, che vuol dire semplicemente corso d’acqua. Nell’anno Mille qui, secondo la tradizione cristiana, accadde qualcosa di miracoloso.

L’apparizione della Madonna

Fonte: http://www.iluoghidelsilenzio.it

Come spesso accade nei luoghi in cui poi vennero eretti dei Santuari dedicati a Maria, Madre di Cristo, tutto parte da un’apparizione. Una pastorella di nome Santina, nata sorda e muta, guarì in modo inspiegabile e raccontò di aver visto una donna all’interno del faggio presso il quale era solita pregare. Nacque così il primo nucleo di venerazione della Madonna dell’Ambro, con l’edificazione di una piccola cappella sul luogo dove la bambina aveva detto di averla vista.

Con il tempo la cappella divenne una chiesa, rimanendo però di dimensioni modeste. All’immagine sacra dipinta fu sostituita una splendida statua in terracotta. La statua raffigura una donna coperta da un manto azzurro, vestita di rosso e oro, con guance rubizze una corona di stelle. Sulle gambe ha un bimbo a sua volta rubizzo e incoronato. Questa è la classica iconografia della Madonna con il Bambino, ma non possono non notare i tratti dei volti dei due soggetti.



Sono persone comuni, non immagini idealizzate. Anche se la donna è raffigurata in maestà, il suo volto potrebbe essere di una qualunque delle donne della montagna che abitano intorno al Santuario. A ricordare la miracolosa apparizione c’è anche un’altra statua, questa in bronzo. La statua si trova poco oltre il Santuario, lungo il fiume e riprende un’altra iconografia classica, quella della Madonna della Quercia, dal chiarissimo retaggio pagano.

La donna siede tra i rami di un albero tenendo in braccio il suo bambino, e una pastorella inginocchiata prega davanti a lei. Sullo sfondo, la cascata del fiume ruggisce costantemente. La voce dell’Ambro, in questo luogo di incantevole misticismo, è la voce di Dio.

Le Sibille

La Sibilla senza nome dipinta dal Bonfini all’interno della cappella dell’Ambro

Al’interno della cappella in cui è custodita la statua in terracotta si trovano svariati affreschi. L’autore è Martino Bonfini, che li realizzò nel 1610. Gli affreschi raccontano vari episodi della vita di Maria, dall’infanzia fino all’assunzione in cielo, ma ritraggono anche altre figure. Lungo le pareti, infatti, compaiono i Profeti e le Sibille. Le Sibille che il Bonfini immortala, inconsapevole forse del retaggio pagano che esse recano pur essendo poi state inglobate nella tradizione cristiana, sono dodici.

Tutte portano la loro denominazione, alcune hanno anche un’epigrafe. Solo una è priva dell’una e dell’altra: una Sibilla che guarda in alto e porta una veste rossa. Canonicamente viene identificata con Europa. Secondo alcuni, si tratterebbe della mitica Sibilla Appenninica. Quello che è certo, è che veder convivere in un luogo cristiano simboli “pagani” come le Sibille è sintomo di quanto ci siano tradizioni che, pur cambiando forma, non si spengono.



Questa è quella che chiamano “anima dei luoghi”, e l’Ambro di Montefortino ha un’anima molto forte. Entrando in chiesa in un giorno qualunque, in un’ora qualunque, è possibile sentire, quasi palpabile, l’incredibile misticismo del luogo. E non è poi così importante quale sia il Dio che si venera, o la religione in cui si crede.

La morte e la rinascita

Fonte: https://www.madonnadellambro.it/

Il terremoto del 2016 che ha colpito il centro Italia non ha lasciato indenne nemmeno questo luogo. Il Santuario della Madonna dell’Ambro è stato danneggiato e rischiava di rimanere chiuso per molto, molto tempo. Grazie ad una moderna forma di mecenatismo, però, nella notte di Natale 2018 la chiesa è tornata ad aprire le sue porte, dopo accurati lavori di restauro e consolidamento.

Il Genius Loci ha vinto ancora, e ha parlato stavolta attraverso la volontà di uomini che non si sono voluti piegare ad una sorte che sembrava segnata. La riapertura di questo luogo sacro a molti è stato un forte segno di speranza per chi teme che una rinascita non sia più possibile.

Di certo c’è un’entità femminile, materna e grande, che tutela e vigila affinché la fede non vada persa. Che sia la Madonna, la Sibilla, la Natura stessa, essa oggi ci invita a lottare per ciò in cui crediamo e continua ad animare con la sua bellezza immortale quel piccolo edificio immerso tra le montagne. A volte, in inverno, nemmeno ci si arriva, per via della neve. Eppure, come ogni luogo del cuore, è sempre lì ad aspettare chi vuole conforto, pace, e desidera ascoltare la voce intima dell’Universo che parla con il canto del fiume.

A chi ha permesso questo, un grazie di vero cuore.

Le Fate di Sibilla e il Piccolo Popolo Celtico

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La Sibilla Appenninica vive sotto la Montagna con la sua corte di fate dai piedi caprini che, nottetempo, discendono a valle per godere della compagnia dei contadini dei borghi. Esse insegnano alle fanciulle le arti casalinghe ma a volte fanno anche qualche dispetto, annodando le criniere dei cavalli. Sono sagge, come Sibilla, ma anche birichine e piene di voglia di giocare.

Cosa c’entrano queste fate con le fate della mitologia celtica, quelle che ritroviamo anche nei racconti di J.M.Barrie, il narratore delle avventure di Peter Pan? Forse niente, forse tutto, ed ecco perchè.



Il Sìdh celtico

L’Oltremondo, per le popolazioni celtiche, è forse qualcosa che non puoi comprendere fino in fondo. Per la nostra cultura, intrisa di dottrina cristiana, la vita dopo la morte implica una punizione o una ricompensa, quindi prevede la discesa agli Inferi o l’ascesa al Paradiso. Alla meno peggio potremmo finire in Purgatorio, una sorta di limbo dove trascorrere un non meglio definito periodo di espiazione.

Per il popolo celtico le cose stavano ben diversamente: dopo la morte c’era una terra meravigliosa che aspettava tutti, dove semplicemente non esistevano le cose che assillano la vita dei mortali, vale a dire la malattia e la morte stessa. Questo luogo a volte era immaginato come un mondo sotterraneo, più spesso come un’isola oltre le nebbie chiamata “Avalon”. Il termine però che in generale era usato per indicare questa terra situata oltre il visibile era “Sìdh“, che vuol dire sia “pace” che “tumulo fatato”.

Il Sìdh dunque era per eccellenza abitato da creature magiche, i Tuatha Dè Dannan. Con questo termine si indicano i grandi eroi e le divinità più importanti le quali, dopo che il loro culto era declinato ed era stato dimenticato dagli uomini, avevano preferito ritirarsi e, per così dire, “rimpicciolirsi”. Così nasce il “piccolo popolo”.



Il Piccolo Popolo

La vasta schiera di creature fatate che popola il folklore anglosassone (fate, gnomi, folletti, elfi) quindi è costituita da coloro che un tempo erano dei e che hanno deciso, volontariamente, di trasferirsi in un altro mondo, un mondo invisibile ma non per questo meno reale di quello degli Uomini, al fine di poter conservare i propri poteri e poter quindi continuare a cooperare con le forze della natura.

Gli dei celtici infatti non erano “personificazioni” degli eventi naturali, come invece accadeva per gli dei greco-romani: erano entità distinte che però facevano parte del flusso delle cose e quindi contribuivano al loro corretto svolgimento. Per questo anche le creature magiche del piccolo popolo traggono il loro potere dalla natura, e dal fatto che lavorano in armonia con essa.

Le fate con i piedi di capra

L’analogia con le fate sibilline salta all’occhio: anche se le fate della regina Sibilla hanno piedi di capra e non hanno ali, anzi, con il loro passo pesante segnano i sentieri montani, il loro potere è lo stesso delle eteree fate del Sìdh. Esse conoscono e amano la natura, proteggono le creature naturali, vivono in armonia con il soffio del vento, il sorgere e il tramontare del Sole, i cicli lunari. Vivono in una grotta, e spesso è una grotta la porta d’ingresso al Sìdh.

Deve però restare chiaro un concetto: il Sìdh, Avalon, la Grotta di Sibilla, non sono luoghi irreali, non sono il Regno delle Anime. Sono luoghi tangibili che fanno parte di un Universo in cui Visibile e Invisibile convivono, e non potrebbe essere altrimenti, poiché il Tutto deve sempre essere formato da due metà diverse.



Tu credi nelle fate?

I pastori scozzesi non si sognerebbero mai di mettere in dubbio l’esistenza del piccolo popolo: sanno bene quanto i suoi componenti possano essere vendicativi nei confronti degli scettici. Questo perché sono dotati della seconda vista che permettere di scorgere l’Invisibile. Per chi vive nelle grandi città di cemento e di acciaio credere è diventato decisamente più difficile, ma questo non è un buon motivo per perdere la fede.

Nel 1922 sir Arthur Conan Doyle, che forse conosci nella veste di scrittore delle indagini di Sherlock Holmes, pubblicò un libro intitolatoThe coming of the Fairies (“Il ritorno delle fate”) in cui applicava il celebre metodo deduttivo del suo investigatore per provare, senza ombra di dubbio, che le fate esistono. Ma davvero servono prove? Non basta osservare il mondo in una limpida giornata di Sole?

Oltre ciò che lo sguardo vede c’è quello che il cuore sente. E se ascolti bene, e cerchi di ritrovare nel tuo stesso respiro il movimento delle maree, capirai che un tempo c’erano dei che camminavano sulla Terra con gli uomini e che li aiutavano a fare in modo che tutto scorresse come doveva. Quegli dei un giorno furono cacciati, ma anziché andarsene e abbandonarci hanno preferito diventare entità discrete.

Essendo dei, che sanno benissimo di esistere, non hanno bisogno che qualcuno confermi la loro esistenza: per questo non ci impongono la loro presenza. Ma se guardi tra le foglie di un cespuglio, se osservi di notte tra le fronde degli alberi, scoprirai piccole luci remote come stelle. Allora puoi decidere se pensare che non sono altro che insetti, o se spalancare le porte del Sìdh.

Se lasciassimo che le fate tornassero davvero, come scriveva sir Arthur Conan Doyle, se permettessimo alla vita di stupirci e facessimo pace con il mondo in cui viviamo, le nostre esistenze sarebbero più ricche e appaganti e infine potremmo percorrere la strada che conduce alla Felicità.

“Il giorno che uccideremo Babbo Natale con le statistiche, avremo fatto cadere il nostro mondo glorioso in una profonda oscurità” – The South Wales Argus in difesa di sir Arthur Conan Doyle

 

Il Rimedio AntiStress più Antico del Mondo: il Buco della Serpe

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Forse credi che lo “stress” sia prerogativa solo del mondo contemporaneo, ma non è così. Noi usiamo questo termine per indicare quell’insieme di ansie, paure, tensioni e preoccupazioni che, da sempre, affliggono il genere umano. Così non ti deve stupire sapere che esistevano dei “farmaci antidepressivi” anche tanto, tanto tempo fa.

Certo, non si trattava propriamente di “farmaci”, quanto più di “rimedi naturali” che non venivano confezionati in laboratorio ma venivano messi a punto con l’ausilio delle forze della natura. Erano donne come Sibilla, donne sagge, che conoscevano le erbe e i preparati che potevano curare i malanni del fisico. Nondimeno, conoscevano i rituali che potevano servire a placare l’animo più agitato.

Il Buco della Serpe: Soffia e Manda via il Tuo Dolore

Proprio lì, ai piedi della Montagna, c’è un piccolo luogo magico, una torre solitaria circondata da alberi e piante. Nei giorni d’estate si sente solo lo stormire delle foglie, il cinguettare di qualche uccellino, e il suono lontano del fiume. Il fiume canta sempre, sotto la Montagna.

Accanto alla torre, lungo un sentiero che, a seguirlo, chissà dove conduce, c’è un antico manufatto in ferro. Raffigura due serpi che si aggrovigliano lungo un’asta, l’una di fronte all’altra. Tra le serpi c’è una strana roccia. Non si riesce a capire se è stata levigata da mano umana o semplicemente dal tempo.

Accanto alla roccia puoi leggere queste parole



A questo Ninfeo, fin dai tempi remoti, salivano in tanti per soffiare nel “Buco della Serpe”.
Soffiavano forte in direzione del buco dopo una forte inspirazione, e ad occhi chiusi, liberandosi così dalle ansie, angosce, tristezze, depressioni e dai vari malesseri interiori.
Sembra che la Serpe sia l’unica a nutrirsi di questo strano cibo che poi trasforma in veleno.
Anche se tu non ne hai bisogno, ripeti questo misterioso e semplice rito.
Sicuramente ti sentirai meglio.
Sotto il buco di questa pietra, vecchia di oltre 500 anni, vi è incisa una piccola croce: soffiando ti sarà tolta anche l’invidia.
Nei quindici minuti successivi non parlare con alcuno, parla solo con te stesso.

Non Parlare con Alcuno

I serpenti non hanno mai goduto di buona fama, da quando si è diffusa la diceria che è per colpa loro (e di una donna troppo curiosa) che l’Uomo è stato bandito dal Giardino delle Delizie. Credere alle dicerie non porta mai alcunché di buono. Le serpi e i serpenti, come ogni altra creatura che si trova sulla Terra, hanno uno scopo ben preciso.

Quello della serpe, scopriamo, è quello di trasformare ogni cattivo pensiero, ogni malumore, ogni dolore dell’Uomo in un veleno mortale. Quel veleno, che a lei serve per cacciare e vivere, allo stesso tempo allontana da noi tutto ciò che ci può ferire. Detta così, la serpe appare come un animale davvero molto utile.

Curioso il rituale “vecchio di oltre 500 anni” che viene suggerito, non trovi? Dopo il soffio, che espelle dal tuo corpo le tossine velenose della cattiveria e delle maldicenze, non devi rivolgere parola ad anima viva per ben 15 minuti. Ma se ci pensi, non è poi così strano.

Il tuo animo ora è svuotato da tutto ciò che lo appesantiva: è leggero e si libra tra le Stelle. Il Silenzio è il luogo in cui nascono le Cose Belle, è l’Attesa prima della Rinascita, è il Vuoto prima della Creazione. Solo nel silenzio puoi ritrovare te stesso, e completare il rituale.



La Voce del Silenzio

Forse pensi che questo piccolo e sciocco rituale non possa risolvere i grandi problemi che ti affliggono, e sarò sincera: non lo farà. Quello che ti promette è molto meglio: la forza di sopportarli con animo lieve. Soffiare nel buco della serpe è una Magia Antica che racconta una storia moderna. Tutto ciò che ti tieni dentro imputridisce e marcisce: solo se soffi fuori quello che grava sul tuo cuore potrai essere libero.

A volte cerchiamo tanti palliativi per avere conforto e sostegno, quando basta tornare alle cose semplici. Cammina tra gli alberi, osserva il cielo, ascolta il fiume. Poi trova un sasso cavo, soffiaci dentro e non temere la serpe che, veloce, fuggirà via frusciando tra l’erba ai tuoi piedi.

P.S. Il “Buco della Serpe” esiste/esisteva, così come l’iscrizione che ho riportato. Non so se quest’ultima c’è ancora, sotto la Montagna. Di certo la roccia è lì, e lì sotto la paziente serpe, pronta a prendere su di sè ogni tuo dolore.

Il “Buco della Serpe” è anche protagonista di una piccola favola che, se vuoi, puoi leggere qui

Il Lago di Pilato, i suoi Demoni, i suoi Dei

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Tra i Monti Sibillini, che si trovano a cavallo tra le Marche e l’Umbria, in una vallata impervia e ardua da raggiungere, si trova un lago che ha tante caratteristiche peculiari. Tanto per cominciare, è l’unico lago di origine glaciale che esista ancora sugli Appennini: a occhio e croce dovrebbe avere circa un milione di anni.

Inoltre, nelle sue acque vive un animaletto minuscolo, una sorta di gamberetto che, da adulto, non misura più di un centimetro di lunghezza. Si tratta del Chirocefalo del Marchesoni, la cui esistenza è testimoniata solo qui, nelle acque di questo lago. Il lago ha anche una forma particolare e buffa: è costituito da due laghetti separati da una striscia di terra, che gli conferisce l’aspetto di un paio di occhiali che si specchiano nel cielo sopra le Montagne.

L’ultima cosa curiosa del lago è il suo nome. Si chiama Lago di Pilato, e non è un caso. Ecco il perché di questo nome.



Ahi Pilato, di quale sangue ti macchiasti le mani

Si narra che il prefetto romano in Giudea, Ponzio Pilato, si trovò davanti un singolare caso giudiziario. Gesù il Nazareno era un uomo ai suoi occhi del tutto pacifico e innocente; i Sommi Sacerdoti della religione ebraica però lo volevano, per qualche motivo che a lui sfuggiva, morto. Trovandolo innocente, voleva liberarlo. Alla fine però cedette alle pressioni politiche e decise di condannarlo alla crocefissione, una morte dolorosa e lenta.

Così Ponzio Pilato “se ne lavò le mani”, facendo capire con quel gesto che il sangue di Gesù non sarebbe ricaduto su di lui. Ma ovviamente così non fu: il suo atto gli valse la condanna di tutti coloro che poi avrebbero seguito la nuova religione fondata dai seguaci di Gesù, il Cristianesimo, e anche la riprovazione del suo imperatore Tito Vespasiano.

Molti anni dopo la tragica morte di Gesù, Pilato fu punito per il suo atto di ignavia venendo a sua volta condannato a morte. Nessuno però voleva seppellire il suo corpo, considerato maledetto. Il cadavere venne caricato su un carro trainato da buoi e lasciato libero di andare, fin dove la terra avrebbe accolto quel suo indegno figlio.

Non fu però la Terra ad accoglierlo, ma l’Acqua: giunto che fu ad un laghetto tra i Monti Sibillini, il carro si arrestò e i buoi scaraventarono il corpo di Pilato nelle acque gelide, che immediatamente divennero rosse di quel sangue innocente. Il sangue innocente di Cristo, che in realtà Pilato non era mai riuscito a lavare via nè dalle sue mani, nè dalla sua anima.



Disegna Tre Cerchi e Invoca il Demonio

Fu così che nacque e si diffuse la sinistra fama del Lago che, da quel momento, si chiamò Lago di Pilato. Nel Medioevo i negromanti e gli stregoni si arrampicavano fin qui per incantare i loro libri demoniaci. Disegnavano tre cerchi e invocavano una delle creature inquiete che popolano le acque del lago. Le vincolavano al loro libro, e a compiere ogni cosa che avrebbero chiesto.

Salì fino al lago maledetto anche Francesco Stabili, detto Cecco d’Ascoli, il quale più tardi fu condannato alla morte sul rogo per eresia. Le acque del Lago di Pilato erano il portale per un Altro Mondo, per un luogo oscuro popolato da esseri misteriosi in grado di compiere cose che nessun essere umano poteva nemmeno immaginare.

Nel corso degli anni gli abitanti di Norcia, impauriti, chiesero alle autorità di bloccare l’accesso al lago. Vennero erette mura, fu anche messa una forca al valico per intimorire i viandanti. Ma a lungo chi praticava le arti oscure continuava a salire fino alle acque inquiete del lago, forse vedendovi riflesso il volto colpevole di Ponzio Pilato.

Sali al Lago a Riveder Le Stelle

Oggi quasi più nessuno di voi crede alle storie che un tempo, invece, spingevano gli uomini a percorrere lunghe distanze a piedi pur di appurare di persona la presenza della Magia nel Mondo. C’è una Magia al Lago di Pilato che non è né buona né cattiva, perché è la stessa della Maga Sibilla, che non è né buona né cattiva. Solo gli esseri umani hanno bisogno di classificare e catalogare tutto: nell’Universo il Tutto è fatto di Ogni Cosa, è la composizione perfetta degli Opposti e dei Diversi.

Prova a salire quassù in un terso giorno di inizio estate, quando l’aria è immota e le acque riflettono il cielo facendoti credere che si siano aperti dei buchi tra le montagne, e che sottoterra invece di magma incandescente ci sia un altro cielo alla rovescia. Prova a sentire la Magia Antica della Terra, la Sacralità dei Luoghi in cui il Passato, il Presente e il Futuro si fondono e intrecciano.

Le leggende sono racconti che spiegano ciò che è con il linguaggio assoluto del mito; non liquidarle mai come storielle adatte solo ai bambini. Ricorda: puoi anche sapere che il Sole è al centro del nostro Sistema Solare, ma sta di fatto che tu lo vedrai sempre sorgere e tramontare muovendosi intorno alla Terra.

Così non ti farà male per un po’ osservare il reale con altri occhi: potresti scoprire cose che cambieranno per sempre la tua vita e la tua percezione.

La Fioritura di Castelluccio e il Sentiero delle Fate

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Forse avrai sentito parlare anche della tu della celeberrima “fioritura” della piana di Castelluccio di Norcia; magari hai visto anche delle foto e ti sei chiesto quale magico incantamento può dare vita ad uno spettacolo così unico. La magia di Castelluccio, però, va ben oltre quelle foto e quei colori, e vorrei provare a raccontartela un po’.

C’è stato un tempo in cui l’Umanità era molto meno prosaica di oggi. Per un uomo non era difficile immaginare che fate con i piedi di capra camminassero su questa Terra. Per loro esse non erano meno concrete e reali dei lupi che ululavano nel bosco e dell’acqua che scorreva nei ruscelli. Dici che erano dei superstiziosi ignoranti? Forse avano occhi migliori dei nostri.

A quei tempi non c’era la televisione e nemmeno il computer, la gente la sera si ritirava al calar del sole e sedeva attorno al fuoco prima che arrivasse il sonno. Di villaggio in villaggio giravano dei cantastorie, i quali per un bicchiere di vino e un po’ di pane e formaggio intrattenevano il loro uditorio con racconti di grandi duelli, di valorosi cavalieri e meravigliose fanciulle. E anche, perchè no, di streghe, fate e Sibille.

Il Sentiero delle Fate

I pastori impararono così a conoscere la Sibilla: una donna saggia, una veggente, che viveva sotto la montagna con le sue Fate dai piedi di capra. Le fate, di notte, scendevano nei villaggi a ballare con i giovanotti, ma all’alba dovevano tornare di corsa nella grotta di Sibilla.

Una notte, però, si attardarono un po’ troppo, e dovettero correre a perdifiato sui loro zoccoli caprini per tornare in tempo nel rifugio sicuro dell’Antro della loro Signora: l’alba però le sorprese e le tramutò in pietra. Questa è, secondo alcuni, l’origine del Sentiero delle Fate, una linea grigio ardesia che attraversa il Monte Vettore; secondo altri quel sentiero di ghiaia è l’impronta che lasciarono i piedi delle fate stesse.

Il Monte Vettore svetta sopra la piana di Castelluccio, e la sua singolare conformazione a qualcuno ha ricordato le dita di un’enorme mano: qualcuno ha parlato della Mano di Dio.



Di certo questo luogo che appare remoto come la superficie lunare, così immoto e silente sotto le nuvole in corsa, sembra più vicino al divino che all’umano. Di notte le fate percorrono ancora i suoi sentieri, invisibili agli uomini che hanno dimenticato l’Antica Magia e che non sono più capaci di ascoltare le parole che la Sibilla fa echeggiare tra monti, vallate e dirupi.

Sotto il Cielo di Castelluccio

Mi piacerebbe che tu potessi assaporare la magia della piana di Castelluccio: se non ci sei mai stato, lascia che ti conduca io. In molti, ogni anno d’estate, percorrono chilometri per venire qui ad ammirare la fioritura dei campi di lenticchie, che cosparge la pianura dei toni tenui e acquerello del lilla, del rosso, del giallo, del blu. Ma non è solo durante la fioritura che la piana apparentemente immensa, così aliena, sprigiona il suo fascino.

Arrivarci è un po’ come varcare una soglia: il paesaggio muta all’improvviso, come se davvero una grande mano avesse sollevato una cortina e tu ti trovassi catapultato Altrove. Un Altrove che ha il sapore noto di quello che ami, e il gusto eccitante e proibito di un mondo tutto nuovo. Basta un passo, ti assicuro, e  puoi passare dal mondo dei computer, delle città caotiche e dell’orologio che corre in fretta, in un altro mondo, quello delle fate, del tempo immoto, della Sibilla Eterna.

Io credo che Castelluccio sia un luogo da preservare non solo per una bellezza effimera che ogni anno fiorisce e poi muore. Credo che Castelluccio ricordi al cuore di ognuno di noi che non si deve andare tanto lontano per trovare la vera Bellezza che non Sfiorisce. A volte basta guardarsi intorno, girare un angolo, aprire una porta, ed ecco che nuovi orizzonti possono schiudersi ai nostri occhi: e questo di solito accade proprio nell’ora più buia.

Quando cala la notte a Castelluccio è buio, ed è allora che vedi le stelle: immote, luminose, enormi, come un manto che ricopre la piana. Solo al buio puoi apprezzare il loro scandaloso, immortale bagliore di speranza. Ricordalo, quando cala la notte, così non ne avrai mai più paura.

Tempo di tornare: la Sibilla e il Terremoto

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Il 24 agosto del 2016 una scossa di terremoto ha percorso in un lungo e devastante brivido il centro Italia. A quella prima scossa ne sono seguite altre. Il terremoto ha seminato morte e distruzione, questo lo avrete letto, così come avreste letto una favola lontana.

Io sono tornata a quei luoghi, luoghi che hanno visto sorgere il mito di Sibilla, non una ma molte volte dopo il terremoto. Ecco cosa ho visto: ho visto i giorni passare e i rovi invadere le macerie di Pescara del Tronto.

Ho visto nuove case costruite da mani straniere sorgere estranee al paesaggio e alla gente, che pure ci è entrata pur di avere un posto da chiamare casa.

Ho visto i giorni passare e nulla mutare.

Ho visto un caminetto dove qualcuno una sera mi aveva arrostito i funghi più squisiti che io avessi mai assaggiato solo e al freddo senza più mura intorno da scaldare.

Ho visto l’indifferenza di chi per mero calcolo economico ha deciso che non valeva la pena ricostruire nonostante le tante promesse. Chi sentirà la mancanza di piccole case di pietra e di qualche torre diruta?

Il miracolo della resilienza

Poi, pochi giorni fa, ho visto questo.

L’uomo può rendere il suo cuore di pietra e pensare che il Bello non serva e che quindi non debba essere salvato. Ma il Bello scandaloso e brutale di un fiore che nasce dove non dovrebbe, per tenere insieme con spine e profumo ciò che non dovrebbe più essere, mi ha ricordato che stare con i vincenti è facile per chiunque ed è tipico dei mediocri. Stare con le cose spezzate per dare loro la forza di tornare ad alzarsi è quello che voglio fare.

Io sto con questa piccola chiesa sorretta da un roseto impertinente e profano. Io sto con chi lotta anche se pensa che non servirà. Io sto con chi crede che sotto la montagna viva una grande maga che osserva e attende e sa che il Tempo è una ruota e che tutto attraverso esso muta e cambia forma, ma se ha radici profonde tornerà sempre a rinascere.

“Come il corpo anche l’anima può morire: dateci il pane ma dateci anche le rose” (James Oppenheim)