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Ecate, la dea dei trivi e della notte

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Il pantheon greco era estremamente ricco di dei e divinità di vario grado e genere. Alcune le conosciamo bene: Apollo, Zeus, Atena. Molte di loro, infatti, sono poi passate a far parte anche del pantheon romano. Ci sono poi dei meno importanti, potremmo dire, che però hanno avuto una curiosa sorte. Pur essendo, un tempo, dei “minori”, sono rimasti nell’immaginario collettivo in modo assai più vivo e vivido dei loro fratelli e sorelle maggiori. Una di tali divinità è la misteriosa e multiforme Ecate la quale, nel corso dei secoli, ha assunto volti e valenze diverse e la cui fama, ancora oggi, non è spenta.

Le origini di Ecate

Fonte: archaeologynewsnetwork.blogspot.com

Le origini di Ecate non sono molto chiare, e questo è un primo punto che dimostra come la statura di questa dea sia assai più elevata di quanto non si pensasse un tempo. La prima menzione ufficiale che troviamo di lei con questo nome è nella Teogonia di Esiodo, scritta nell’VIII secolo avanti Cristo, dove la si dice figlia di una ninfa, Asteria, e di un titano, Perse. Di fatto, quindi, Ecate apparterrebbe alla genia dei titani, creature mostruose che si ribellarono a Zeus. Lei fu la sola a rientrare tra le fila del sovrano degli dei. Secondo altre fonti, Ecate era invece figlia dello stesso Zeus. Ma la storia della dea ha inizio, molto probabilmente, molto prima.

Sono parecchi, infatti, a ritenere che questa figura sia confluita nella religione greca venendo da culti assai più antichi. L’ipotesi più accreditata è che la dea fosse originariamente venerata in Caria, una regione dell’Anatolia (odierna Turchia). Oppure, potrebbe essere associata alla dea della fertilità Hequet, venerata in Egitto. In definitiva, Ecate sarebbe una delle tante multiformi figure assunte dal remoto culto della Grande Madre, che però si veste di alcuni aspetti più oscuri e meno solari.

Il nome “Ecate” infatti sarebbe derivato da un epiteto di Apollo che voleva dire “colui che arriva lontano”. La dea sarebbe una sorta di “doppio oscuro” di Artemide, sorella del dio Apollo. Quest’ultima avrebbe assunto su di sé tutti i connotati positivi, mentre Ecate si sarebbe fatta portatrice dei significati più magmatici e primigeni dell’essere femminile. Vedremo infatti come, specie nel tempo, la dea Ecate sia diventata sinonimo di magia, stregoneria, e associata con la notte e la morte.

I connotati della dea

Ecate o le Tre Parche, William Blake, 1795, Fonte: Wikimedia

Nell’ambito della religione greca, i compiti di Ecate come divinità erano piuttosto variegati. Essa era protettrice della casa, ma anche dei viaggiatori, in quanto i suoi busti erano messi agli incroci delle strade, specie ai trivi. Era la dea della magia e della notte, colei che poteva mettere in contatto due mondi, quello dei vivi e quello dei morti. In tal senso va letta la sua presenza all’interno del mito di Ade e Persefone. Secondo questo mito il dio degli Inferi, Ade, si invaghì di Persefone, figlia di Demetra, dea delle messi. La rapì e ne fece la sua sposa nel regno oltremondano.

Ma sua madre cercò Persefone in lungo e in largo, e fu Ecate a dirle di averla vista nel regno di Ade. Ecco che si evince il ruolo di intermediaria della dea tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Quindi, essa è la dea dei luoghi di confine e di passaggio, e la sua più comune raffigurazione, con tre teste o addirittura con tre corpi distinti, si riferisce esattamente a questo. La dea guarda in tre direzioni reggendo in mano una torcia per fare luce, una chiave per aprire i varchi, e un serpente, che è uno degli animali associati ad essa insieme al cane e al cavallo nero. Il serpente è anche simbolo del labirinto, una delle immagini frequentemente associate alla dea.

Ecate è divinità femminile per eccellenza, e in quanto tale legata alla luna e ai suoi cicli. In quanto una e trina, essa è raffigurata come la giovane, la madre e la vecchia. Essa è anche psicompompa, ovvero traghettatrice di anime, e secondo alcune tradizioni possiede un potere che tra gli altri dei è posseduto solo da Zeus, ed è quello di agevolare o, al contrario, impedire la realizzazione dei desideri degli uomini. Insomma, davvero tanti significati importanti per una divinità che dovrebbe essere “minore”, che ci fanno intuire, al contrario, le sue radici lontane e antiche. Inoltre, non va trascurato il suo legame con la Sibilla e con le arti divinatorie.

Ecate e la Sibilla Cumana

Antro della Sibilla Cumana, Fonte: www.21secolo.news

Ogni Sibilla era ispirata da una divinità diversa. Per la Sibilla di Delfi l’ispirazione veniva da Apollo; per la Sibilla Cumana, che risiedeva presso il lago d’Averno, essa veniva da Ecate. Questo perché la dea era in grado, come abbiamo già detto, di comunicare con il mondo degli spiriti. Da qui derivò, con il tempo, anche la sua associazione con le arti magiche e con la negromanzia addirittura. In tempi più recenti, essa è divenuta addirittura una divinità centrale nei culti misterici: viene spesso citata negli Inni orfici e negli Oracoli Caldaici.

Gli Oracoli Caldaici sono uno dei testi fondamentali del neoplatonismo e furono composti intorno al II secolo dopo Cristo. Sono un’opera molto importante, che tenta di riassumere tutta la scienza e la filosofia antica ed è ispirata alle teorie di Zoroastro e al culto del sole. Un parallelo, in Egitto, sono gli scritti attribuiti ad Ermete Trismegisto. Ancora una volta appare chiaro come Ecate sia una divinità che assorbe in sé molte istanze diverse che risalgono a ben prima dell’epoca ellenica.

La sua qualità principale è quella di essere una e trina. In questa triplice veste, Ecate trova tanti parallelismi in tutte le altre religioni pagane, e soprattutto incarna sia il volto della madre benevola (che troviamo anche nel cristianesimo) che quello della megera o strega o fattucchiera. Si tratta cioè di una dea composita, non univoca, affascinante perché ha in sé la luce e l’oscurità, esattamente come Luna che a volte è Nuova e a volte è Piena.

La trottola di Ecate

Fonte: hexandbalances.tumblr.com

Alla dea sono associati molti oggetti, simboli e molte immagini archetipiche. Il serpente, ad esempio, è uno dei suoi simboli, così come la stilizzazione delle fasi lunari o le due torce incrociate. Uno dei manufatti più interessanti collegato alla dea è la cosiddetta “trottola di Ecate”, detta anche Iugx o strophalos. Stando alle testimonianze scritte dello storico bizantino Michele Psello, la trottola aveva forma sferica. Era d’oro, con uno zaffiro al centro, e veniva fatta ruotare con una cinghia di cuoio.

Il rumore che la trottola emetteva nel suo movimento rotatorio veniva interpretato dall’indovino, in quanto era la voce del dio o degli spiriti dell’oltre. Ecco quindi che, ancora una volta, la dea è Sibilla, ovvero consente la divinazione del futuro, o risponde a domande che vengono fatte non per sua diretta conoscenza, ma come intermediaria e psicopompa. Il grande potere di Ecate è forse quello di non essere attrice ma coadiuvatrice, colei che aiuta e soccorre ma resta sempre, per certi versi, imparziale.

Quando giungi al crocevia, Ecate non ti indica quale strada prendere tra quelle che ti si presentano davanti. Essa ti invita a fare luce dentro di te per capire tu stesso qual è la direzione giusta, in quanto non esiste la direzione giusta per tutti, ma solo quella più adatta a te. Ecate a volte, semplicisticamente, è detta “dea della notte”, come se avesse connotazione negativa. Ma ella è la portavoce di tutte quelle donne che vennero considerate “streghe” solo perché vedevano oltre, e dell’uomo non ignoravano né il bello, né il brutto.

Fonti:

Demoni e dei all’incrocio delle strade: la mitologia dei crocicchi

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Uno dei bluesman più famosi di ogni tempo si chiamava Robert Johnson ed è diventato famoso per due motivi. Il primo è che fa parte del famigerato “Club 27, di cui fanno parte altri giovanissimi artisti morti prematuramente a quest’età, come Janis Joplin e Jim Morrison. L’altro è che si vocifera che la sua straordinaria abilità alla chitarra sia frutto di un patto con il Demonio, stipulato a mezzanotte ad un crocicchio. Ma perché proprio ad un crocicchio? Scopriremo che i crocicchi sono fin dagli albori dei tempi considerati luoghi “magici”, in cui possono accadere cose straordinarie. Avventuriamoci allora ai crocicchi della storia, in questi luoghi in cui i mondi si possono incontrare.

I crocicchi e l’antichità

Uno dei luoghi a noi più vicini dove possiamo vedere onorati i crocicchi con l’erezione di erme è l’Antica Grecia. C’erano due divinità, in particolar modo, che venivano associate agli incroci stradali, dove venivano eretti dei busti che le raffiguravano (le erme, appunto). La prima divinità era Hermes, il Mercurio romano, e l’altra era Ecate, detta spesso “Trivia” in quanto associata agli incroci di tre strade. Il motivo per cui Hermes veniva venerato ai crocicchi è facile da capire: era il dio messaggero e viaggiatore, e in quanto tale proteggeva chi viaggiava.

Più intrigante è la mitologia riferita a Ecate, una divinità ctonia legata alla terra, alla magia e agli incantesimi. Essa non solo presiedeva gli incroci di tre vie, ma a sua volta era raffigurata con tre teste e tre corpi. Non serve ricordare la profonda simbologia legata al numero tre, da sempre (e non solo con l’avvento del cristianesimo) considerato sinonimo di perfezione e equilibrio. Ad Ecate si offrivano cibi, lasciati proprio al crocicchio, ed era venerata come la dea della notte e dell’oscurità. Forse è qui che troviamo i primi germi della più tarda associazione con il Diavolo.

Uno degli episodi più famosi della mitologia greca che riguarda un crocicchio però non riguarda gli dei, ma un uomo, il celebre e sfortunato Edipo. Ben tre tragediografi dedicarono una loro opera a questo personaggio: Eschilo, Euripide e Sofocle. Solo quella di quest’ultimo è giunta fino a noi. Andando a Tebe per interrogare la Sfinge sui suoi natali, Edipo incontra il suo destino ad un crocicchio. Così come era stato profetizzato, uccide suo padre e più tardi sposa sua madre. A seguito dei suoi crimini l’uomo, una volta conosciuta la verità, si acceca volontariamente.

Altri dei venerati agli incroci

Fonte: www.whats-your-sign.com

Non è solo nell’Antica Grecia che i crocicchi assumono un ruolo di tale rilievo. Anche i Celti ritenevano che nei punti in cui diverse strade si intersecavano abitassero creature benevole. Si trattava di divinità, creature fatate, e più in generale spiriti di altri mondi. Infatti nel folklore pagano è frequente immaginare l’incrocio come luogo in cui diverse realtà si confondono e possono comunicare tra di loro. La gente lasciava delle offerte per propiziare la benevolenza verso i viandanti. Gli incroci erano ricchi di magia, luoghi in cui incontrare le anime dei morti che avevano smarrito la strada verso l’altro mondo.

Le divinità celtiche venerate ai crocicchi erano per lo più Cernunnos, dio della natura e della vita e della morte, quindi preposto a stare di guardia ai confini, e Lugh, il dio della luce, il quale faceva in modo che i viandanti giungessero alla loro destinazione. Un’usanza che era tipica dei Celti irlandesi era quella di porre una pietra, un monolite, agli incroci. Una delle più famose si trova nella contea di Sligo ed è chiamata Speckled Stone, o Tobernaveen, e si dice che abbia la capacità di curare i bambini ammalati.

Un po’ tutte le popolazioni germaniche hanno dei miti o delle leggende legate ai crocicchi. In Belgio si racconta di una creatura che può assumere la forma di un cane o di un cavallo nero, chiamata Oschaert, e che abita proprio agli incroci delle strade per ingannare i malcapitati. Agli incroci in Bretagna c’è invece un gatto nero, il “gatto delle monete”, che ti attende all’intersezione di diverse strade e se adeguatamente coccolato può elargire monete d’argento. In Galles la notte di All Hallows Eve si pensa che i morti tornino ad abitare i crocicchi. In Danimarca credono invece che, se ti metti al centro di un crocicchio la notte di capodanno, potrai sentire il vento che sussurra i nomi di coloro che moriranno l’anno prossimo venturo.

Il Diavolo al crocicchio

Fonte: Medium

Da tutte queste tradizioni, come si è arrivati a parlare di patti con il Diavolo da stipulare all’incrocio delle strade? Fino a qui abbiamo visto come gli incroci siano semplicemente considerati da tutte le popolazioni antiche dei luoghi di grande potere. Il potere è di per sé neutro, non è né buono né cattivo, quindi si può usare per fare il male, o il bene. Nel medioevo, però, i crocicchi vennero assumendo sempre di più un aspetto malvagio e diabolico. Era infatti qui che si seppellivano i suicidi e i criminali, poiché di solito si trovavano al di fuori dei confini dei centri abitati.

Uno dei personaggi che maggiormente si lega all’invocazione dei demoni all’incrocio delle strade è quello del dottor Faust, che è stato rivisitato parecchie volte nella letteratura ma che in un testo del 1587, la “Historia von D. Johann Fausten”, viene decritto proprio nell’atto di evocare il Diavolo ad un incrocio. Per arrivare alla mitologia moderna, quella legata alle abilità musicali di cui abbiamo parlato all’inizio, dobbiamo però spostarci fuori dall’Europa, in Africa. Infatti, è nelle tradizioni africane che i crocicchi diventano particolarmente carichi di valenze magiche.

Nei crocicchi si incontrano la vita e la morte dell’uomo, essi simboleggiano il suo ciclo vitale. Ancora una volta, qui è possibile dialogare con spiriti e creature che abitano altri piani di esistenza. Da qui, la possibilità di entrare in contatto con creature angeliche chiamate Loa, gli intermediari tra le divinità e gli uomini, simili ai nostri angeli. Nei rituali Voodoo uno dei Loa più amati è Papa Legba, il guardiano dei varchi, che può concedere grazie, o negarle, a seconda del volere degli spiriti superiori. Papa Legba offre anche in dono della profezia.

Robert Johnson, o come vendetti l’anima al Diavolo

Fonte: www.sacurrent.com

Robert Johnson (1911-1938) visse e morì nel territorio del Mississippi. Di lui si sa poco o nulla, gran parte della sua breve vita è avvolta nel mistero e nella leggenda. Quello che resta, ed è indubitabile, è la sua maestria alla chitarra. Infatti gran parte delle registrazioni dei suoi brani sono arrivate fino a noi, specie raccolte nell’album “King of the Delta Blues Singers“. Nella storia della musica il nome di Johnson è di capitale importanza, ma la sua vita è un enigma che nessuno studioso è riuscito a svelare del tutto.

Il motivo della sua morte in età tanto giovane, ad esempio, resta ignoto. C’è chi parla di una malattia congenita, chi di una lite per una donna che degenerò in un accoltellamento, chi addirittura dice che venne avvelenato da un marito geloso. Ma la storia più curiosa su Johnson dice che all’inizio egli non fosse affatto bravo con la musica. Improvvisamente, però, divenne bravissimo, il migliore di tutti. Ma come? Pare che una notte, Johnson si fosse recato al crocicchio in cui si intersecavano due strade. Lì stipulò il suo patto col Demonio, che poi venne presto a reclamarne l’anima.

Ad avvalorare questa storia c’è una delle canzoni più famose del bluesman, che si intitola “Crossroads Blues”. In verità, nel testo non si fa menzione di un patto con il Diavolo ma, si sa, certe cose vanno dette tra le righe. Ecco così che il folklore dei tempi antichi arriva fino ai giorni nostri, a ribadire il grande potere che si cela nei crocicchi delle strade. Magari pensi che siano solo vecchie storie, credenze che attualmente non hanno più motivo di esistere. Sarà perché andiamo sempre tanto di fretta, e odiamo i semafori che ci rallentano all’incrocio. Ma la prossima volta che ti fermi al rosso, guardati intorno con maggiore attenzione. Magari l’occasione che aspettavi è lì, che ti aspetta al crocicchio della tua esistenza con altre migliaia di esistenze.

Fonti:

Il Museo delle Streghe di Peio: una collezione unica

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Che cos’è per davvero la magia? Sappiamo che ci sono state in passato persone in grado di padroneggiarla, attraverso riti, incantesimi e formule magiche. Oggi, per noi, la magia è poco più che un gioco di prestigio, un trucco per ingannare i gonzi. Ciononostante, la parola “strega” ancora oggi evoca pensieri orribili, patti col diavolo e oscuri antri tenebrosi. Ma chi erano davvero le streghe? Lo spiega molto bene un piccolo museo del trentino: il Museo delle Streghe. Nome semplice e lapidario, che ci fa subito capire che cosa contiene. Si trova a Peio e diciamo che è piccolo per estensione, ma contiene molti reperti e tante storie interessanti. Preparati a ricevere un bel po’ di sorprese: scoprirai che streghe e magia sono molto diversi da come li hai sempre immaginati.

Il Museo delle Streghe di Peio

Fonte: Facebook/museodellestreghepejo

Peio è una graziosa località del Trentino, che spesso trovi scritta in un altro modo (Pejo). Qui si trova il Museo delle Streghe, inaugurato nel 2019 per la volontà di un grande appassionato della materia, Vittorio Pirri. Il Museo è il più piccolo del Trentino, visto che si estende per soli 35 metri quadrati, ma è praticamente unico nel suo genere, visto che di musei che trattino della medesima tematica ce ne sono solo altri sei in tutta Europa. Non è nemmeno facile da trovare (come è giusto che sia, d’altro canto!) visto che si trova in un cortile interno che Google Maps non sa segnalare direttamente.

Insomma, la visita al Museo delle Streghe va conquistata e non ci si può affidare a qualche aggeggio tecnologico moderno per trovare questo luogo davvero incantato. Il museo è interamente rivestito da teche di legno, quadri e armadi. Tutto è ricolmo di foto e oggetti: non immaginate uno di quei musei moderni pieni solo di schermi al plasma e grandi tableau pieni di foto patinate. Questo è un vero museo: ovvero, ricco di reperti accuratamente catalogati. Molti di essi provengono dal territorio, altri invece da ogni altro angolo del globo. La magia è universale.

In un bel video girato dal gruppo Ethereal si possono ammirare alcuni dei reperti più interessanti del museo, illustrati proprio da Vittorio Pirri che si dimostra un grande conoscitore della materia. Ecco quindi che possiamo addentrarci nel vivo della questione: chi erano davvero le streghe? Togliamoci subito dalla testa il fosco dipinto che ne ha fatto la Chiesa cattolica. Non erano affatto adoratrici del demonio, almeno non in molte tradizioni, tra le quali quella italiana, dove la loro vera natura affonda in un insieme di tradizioni e credenze che sono state accuratamente studiate dal punto di vista etnografico.

Le streghe, donne sagge

Fonte: Facebook/museodellestreghepejo

Come spiega bene il curatore del Museo delle Streghe di Peio, le streghe erano prima di tutto donne sagge, che avevano una profonda conoscenza dell’uomo e dell’equilibrio naturale che governa ogni cosa. Esse appartengono ancora ad un retaggio pagano e primigenio, dove alcune credenze permettevano di dominare gli aspetti più nascosti e anche terribili dell’esistenza umana. Pensiamo, ad esempio, alla morte: la morte per noi uomini moderni è qualcosa di spaventoso. Anche chi ha fede e crede in un aldilà, cerca però di rimuovere il pensiero della morte. Le streghe, invece, vivevano a cavallo di due mondi, quello dei vivi e quello dei morti. Non solo le streghe: i nostri antenati non temevano la morte, anzi, la accoglievano in casa.

Vi era ad esempio l’uso di tenere in casa i crani dei defunti, cosa che a noi potrebbe sembrare un po’ macabra. In realtà, era solo un modo per avere sempre accanto le persone amate. Quei teschi venivano anche decorati in modo fantasioso, spesso usando i fuori. La Chiesa però vietò tale pratica, e la gente sostituì i crani veri con crani di cera. Spesso, a quella cera si univano frammenti ossei: un reperto del genere è esposto al Museo delle Streghe di Peio. Si capisce allora come le streghe non fossero altro che espressione di un credo popolare, diffuso tra le persone, che si componeva di tanti piccoli rituali.

Una cosa importante, che Vittorio Pirri ribadisce con chiarezza, è sapere che la magia e la quotidianità non erano disgiunte. Ogni oggetto magico era anche un oggetto di uso pratico. Ad esempio, all’ingresso delle case c’era una soia con una coppella, ovvero una sorta di concavità in cui venivano messi dei granelli di sale. Il sale serviva a tenere impegnata la strega venuta a lanciare il malocchio: essa infatti doveva contare tutti i grani, ma non ci riusciva prima del sorgere del sole. Quel sale poi veniva mangiato dagli animali da allevamento, come le capre.

Reperti da tutto il mondo

Fonte: Facebook/museodellestreghepejo

Quello che potrebbe stupire maggiormente, entrando nel Museo delle Streghe di Peio, è che in un piccolo museo di provincia si trovino reperti provenienti anche da molto lontano, persino dall’Africa e dal Tibet. Si trovano figure in legno, simulacro dei demoni a cui fare offerte e chiedere favori; maschere dipinte, pugnali e ogni sorta di amuleto. Questo dimostra che la magia non è qualcosa che possa confinarsi ad un’unica tradizione o ad un unico territorio, ma che è davvero “patrimonio dell’umanità”.

L’etnografia delle streghe è mondiale, non si confina al Trentino o a Peio ma valica i confini regionale e persino quelli nazionali. La storia delle streghe parla di saggezza antica, di modi per tenere a bada l’oscurità in un mondo dominato dal buio. Purtroppo, la storia delle streghe ha pagine davvero tristi, come ricorda lo stesso percorso museale che si chiude con il ricordo delle donne che vennero condannate per il loro modo di essere, che ad un certo punto non venne più visto di buon occhio. Eppure, quelle streghe avevano aiutato tanti bambini a guarire, tanti innamorati a trovarsi, avevano aiutato tante persone nelle piccole e grandi incombenze quotidiane.

La caccia alle streghe ebbe inizio per oscurantismo e per ignoranza. C’è chi credeva che la croce rovesciata fosse un simbolo satanico, e che per questo le streghe adorassero il diavolo. In realtà, come detto, le streghe erano coloro che tenevano aperta la porta con il mondo dei morti, dove tutto è rovesciato, come in uno specchio. La croce rovesciata non era un modo per dileggiare Dio, ma per consentirne la visione anche a chi non era più.

Il passaggio del testimone… ops… del mestolo (o del cucchiaino!)

Fonte: YouTube

Una curiosità molto interessante raccontata da Vittorio Pirri riguarda il “passaggio delle consegne” operato dalle streghe quando sentivano che il loro percorso era ormai prossimo a concludersi. La loro conoscenza non era scritta: era orale e soprattutto empirica. Così, per scegliere colei che ritenevano essere degna di ereditare le cose apprese nel corso di un’esistenza stregonesca, passavano il loro mestolo o il loro cucchiaino alla strega in erba. Questo perché il mestolo, o il cucchiaino, erano l’unità di misura usata per realizzare le “pozioni”. Proprio come le nostre nonne erano solite tramandare le ricette senza usare i grammi, unità di misura che sarebbe diventata comune solo ai giorni nostri grazie alla diffusione dell’utilizzo delle bilance.

Se però la strega non trovava nessuna che ritenesse degna, faceva in modo che il suo sistema diventasse inutilizzabile. Così, danneggiava il cucchiaino o il mestolo in modo tale che nessuno potesse usarli più. Nel Museo delle Streghe di Peio ci sono alcune testimonianze di tale usanza. In qualche modo è come se ci volessero dire: l’epoca delle streghe è finita, non c’è più posto per la magia in un mondo che crede solo a ciò che si può vedere e toccare. Il mondo invisibile sembra relegato alle teche di un piccolo, coraggioso museo.

Ma è davvero così? Ci sentiamo di dire di no. Se qualcuno ha impiegato tanto tempo e risorse ed energie per costruire un Museo delle Streghe, non è solo per farne uno sterile simulacro. Il tentativo è invece quello di recuperare tradizioni e credenze passate, abbandonate, a volte persino infangate dalla storia successiva, ma che appartengono ad ognuno di noi in modo viscerale e misterioso. Lo potrà testimoniare chiunque visiterà questo piccolo, magico museo: avrete la strana sensazione di aver già visto quegli oggetti, forse di averli usati. E non è escluso che sia davvero così.

A seguire, ti alleghiamo il video con l’interessante intervista a Vittorio Pirri eseguita dal gruppo Ethereal Paranormal Research

Fonti:

Un manuale di magia e astrologia: il Picatrix

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Tra i molti testi curiosi e misteriosi del passato, ce n’è uno che è ben noto a tutti quelli che praticano l’astrologia. Si intitola Picatrix e la sua notorietà va di pari passo con il mistero che ne avvolge la redazione. Anche se possiamo ricostruire le fasi che hanno condotto alla sua diffusione, il Picatrix è anche un manuale di cui non si conosce davvero l’autore. I suoi contenuti, che possono apparire organizzati in modo un po’ confusionario ad un uomo moderno, ci offrono tanti spunti per guardare al mondo, e all’Universo, con occhi diversi. Scopriamo tutti i segreti del Picatrix.

Le varie edizioni del Picatrix

Fonte: fasrsap302.weebly.com

Sembra che l’edizione originale del Picatrix, che non aveva questo titolo, sia in lingua araba. Dovrebbe risalire al X secolo dopo Cristo, e si chiamava Ghayat al-Hakim, che possiamo tradurre come “l’obiettivo dell’uomo saggio”. L’intento di fondo dell’opera era dunque quello di fornire un prontuario per chi volesse perseguire uno scopo molto ambizioso: raggiungere la saggezza. Ecco perché il contenuto del libro (anzi, per meglio dire, dei libri) non è solo relativo alla magia, agli incantesimi e all’astrologia, ma anche alla filosofia. Secondo molti commentatori, il Picatrix sarebbe la base delle successive teorie rinascimentali.

Quest’opera fu infatti un tomo che rivestì un’importanza fondamentale nella formazione, ad esempio, di Marsilio Ficino, e probabilmente fu anche tra le letture preferite di Giordano Bruno. Questi ultimi lo lessero non in arabo ma in latino. La traduzione fu commissionata e voluta da re Alfonso X di Castiglia, detto non a caso “il Saggio”. Il sovrano fece tradurre il manuale anche in spagnolo, e da quel momento (siamo intorno alla metà del XIII secolo) esso ebbe ancora maggiore diffusione.

La denominazione con cui il testo è conosciuto oggi è latina, ma non si sa bene che cosa stia ad indicare. Secondo la teoria più diffusa e accreditata, dovrebbe essere una storpiatura di un nome molto volte citato nell’opera, Buqratis. Forse il re Alfonso diede eccessivo rilievo a questo nome, che di fatto non compare che a metà del testo, finendo per credere fosse quello dell’autore. In realtà, a scrivere il Picatrix potrebbe essere stato Maslama ibn Ahmad al-Majriti, matematico andaluso (l’opera venne redatta originariamente in Andalusia, regione a sud della Spagna). L’attribuzione, però, è tutt’altro che certa.

I contenuti del Picatrix

Fonte: Twitter

Il volume è diviso in quattro Libri, ognuno dei quali si compone di svariati capitoli. Come abbiamo anticipato, per un lettore moderno è molto difficile seguire l’andamento del discorso, in quanto manca un filo logico che renda la lettura consequenziale. Tanto è confusa la narrazione che qualcuno ha ipotizzato che il testo non sia altro che l’insieme degli appunti presi da scolari alle lezioni di uno o più maestri. La suddivisione dei libri può però dare un’idea dei contenuti generali dell’opera, che vertono tutti sulla magia, l’alchimia e le scienze esoteriche.

Nel Libro Primo si parla dei cieli, e degli effetti che provocano con le immagini create sotto di essi. Per “immagini” si intendono simulacri che poi diventano talismani del potere. Nel Libro Secondo si approfondisce il discorso sui cieli, parlando delle traiettorie che descrivono, delle loro sfere e del loro effetto su questa terra. Se ne deduce che quindi è questo il libro dedicato all’astrologia. Ancora di astrologia parla il Libro Terzo, che descrive i pianeti e il modo in cui si può parlare con i loro “spiriti”. In questo libro si introduce anche la tematica della magia, che in realtà non è mai scissa del tutto da quella dell’astrologia.

Nel Quarto Libro, infine, si entra nel vivo delle evocazioni e si spiega in che modo è possibile chiamare gli spiriti con suffumigi e altri espedienti. Bisogna infatti precisare che il Picatrix è conosciuto soprattutto per i suoi contenuti scabrosi. In esso ci sono ricette per preparati magici che spesso usano ingredienti abbastanza raccapriccianti, come sangue di animali o pezzi di cervello. Si illustrano formule e preparati che possono servire a diversi scopi, dal far innamorare qualcuno fino a propiziare un buon raccolto dei campi.

La filosofia del Picatrix

Fonte: Twitter

Quest’opera si può intendere come la summa di conoscenze pregresse, e la sua importanza storica e filologica consta proprio del fatto che ci permette di recuperare nozioni che altrimenti avremmo perduto. Con molta probabilità, infatti, i contenuti del tomo erano in precedenza trasmessi per via orale, come sovente accadeva in passato. Si può però presumere che la trascrizione sia stata molto fedele, in quanto le conoscenze esoteriche si tramandavano come filastrocca, dove un errore veniva subito riconosciuto e rettificato.

Il materiale contenuto nel Picatrix dunque riassume tutte le credenze nel campo dell’astrologia, nel quale gli arabi erano maestri, e della magia pratica e teorica. Infatti, ad un certo punto, vi è un elenco illustrato e ben descritto di immagini e figure che possono servire per invocare l’ausilio dei pianeti e dei cieli. Si può dire che questo manuale sia servito come base per tutti coloro che, anche nei secoli successivi, si sono interessati di occultismo, magia e alchimia. Questo è anche uno dei motivi per cui il libro, ad un certo punto, è stato visto di cattivo occhio.

I contenuti del Picatrix però non sono né buoni né malvagi. Gli incantesimi di cui dà conto possono servire tanto a far accadere cose positive, che invece a fare del male alle persone. Più che altro, esprimono una visione del mondo assai difficile da comprendere per noi uomini contemporanei, ma che fu molto importante per gli uomini dell’epoca e che, come anticipato, costituì le basi del Rinascimento. Infatti, il volume si ispira all’idea che tutto costituisca un unicum: che cielo e terra, uomini e animali, vegetali e persino sostanze inanimate, possano influenzarsi vicendevolmente.

Il significato culturale del Picatrix

Fonte: www.researchgate.net

Stando a quanto ha detto uno dei principali studiosi di questo testo antico, Martin Plessner, il Picatrix sarebbe l’anello di congiunzione tra le credenze esoteriche e l’approdo al metodo scientifico, quello secondo il quale si conosce la verità solo procedendo per tentativi. Questa lettura, però, proietta il volume troppo in avanti nel tempo, mentre in realtà i suoi contenuti affondano molto più indietro. Ad esempio, vengono sovente citati Ermete Trismegisto e tutte le conoscenze ermetiche di cui lui fu il principale detentore.

Vi è anche un passo molto interessante nel Libro Quarto dove si parla di una città chiamata Adocentyn. Fu Ermete Trismegisto a costruire questa città in Egitto, si racconta. La città aveva quattro ingressi, ognuno sorvegliato dalla statua di quattro animali: un toro, un’aquila, un leone e un cane. Nella città Ermete piantò molti alberi, e al suo centro eresse una torre circondata dalle acque. Secondo alcuni, questa città è Giza. Secondo altri, è solo un’utopia, come la città del Sole e come l’Atlantide di Platone.

In realtà, noi sappiamo come Ermete Trismegisto sia da molti associato al dio egizio Thot. Fu Thot davvero un dio, e non forse semplicemente un uomo dalle conoscenze superiori, venuto da una terra lontana che era sprofondata nell’Oceano? Sono queste le domande che si muovono a latere di un libro misterioso e pieno di una magia passata e dimenticata, ma non per questo non più efficace. L’uomo oggi crede in ciò che vede, ma chi ha redatto il Picatrix credeva nel fatto che vi sono molte più cose invisibili che visibili che influenzano la nostra esistenza.

Fonti:

Come è nata la magia: gli adepti di Zarathustra

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Nel mondo contemporaneo parlare di magia equivale a parlare di nulla. La magia o è una cosa “da bambini”, e ci fa pensare agli incantesimi del maghetto Harry Potter. Oppure viene associata a dei ciarlatani che cercano di carpire la fiducia degli ingenui esibendo presunte facoltà paranormali. Naturalmente, la magia non è né l’una né l’altra cosa. Soprattutto, non è malvagia, come il Cristianesimo ha voluto far credere. Scopriamo quindi cos’è davvero la magia, partendo dal narrare come è nata grazie agli adepti di Zarathustra.

Tanto, tanto tempo fa

Fonte: parsi-times.com

La storia della magia comincia in modo ufficiale circa due millenni prima di Cristo, anche se ci sono ragionevoli elementi per ritenere che fosse molto più antica. Storicamente parlando, però, si fa risalire la sua nascita (almeno in senso etimologico) al momento in cui cominciò a diffondersi una religione nota come “zoroastrismo. Gli adepti del culto, i suoi sacerdoti, venivano chiamati “magi“.

La parola “magus” è in Antico Persiano e deriva dalla radice proto indoeuropea “magh”, che significa “colui che può fare”. Nella radice del nome quindi, che si è successivamente evoluta in diverse forme, c’è la capacità di trasformare il reale, di plasmarlo secondo la propria volontà. Sono in molti a ritenere che lo stesso Zarathustra fosse un Magus di grande potere.

Ma chi era Zarathustra? Noto anche come Zoroastro, potremmo definirlo un “profeta” che è vissuto in un periodo imprecisato: secondo alcuni studiosi potrebbe persino aver operato durante l’Età del Bronzo, quindi circa 4000 anni fa. Fu il principale diffusore del culto di Ahura Mazda, il dio della luce e del sole. Il zoroastrismo ha ispirato moltissimi dei concetti base del Cristianesimo, raccomandando l’esercizio della carità e dicendo che tutti gli uomini sono uguali, con uguali diritti e doveri.

I magi del zoroastrismo ben presto cominciarono a camminare per il resto del mondo. Se la culla del loro credo si sviluppò in Medio Oriente, ben presto giunsero in Occidente e in Grecia. Ed è qui che la parola “magus” si trasforma, cominciando ad assumere un’accezione negativa. Probabilmente questo cambiamento fu determinato da questioni belliche: la Grecia e la Persia furono sovente in conflitto tra di loro. Fatto sta che il mago venne da allora considerato un soggetto poco raccomandabile.

Evoluzioni successive

Fonte: Wikipedia

In seguito le cose non andarono meglio. La traduzione del termine mago dal greco al latino non apportò alcun miglioramento concreto, e con l’avvento del Cristianesimo le cose peggiorarono ulteriormente. I maghi erano coloro che si opponevano alla religione, che invocavano le forze del male per compiere il male. Non è un caso se nel Medioevo iniziò la tristemente nota “caccia alle streghe”, in quanto la magia era associata alla stregoneria, praticata dagli adoratori del Demonio.

Passata quest’epoca di oscurantismo, fu solo nel Rinascimento che la magia tornò ad avere una considerazione positiva. Fu soprattutto ad opera di due grandi pensatori italiani, Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, che inaugurarono il concetto di magia naturalis. Si fece così una distinzione tra “magia bianca”, quella “buona”, in armonia con le forze della Natura, e “magia nera”, malvagia, che cospira con le forze oscure.

In seguito, con il Settecento e l’Epoca dei Lumi, la magia fu in generale considerata con profondo distacco, in quanto razionalmente non se ne concepiva neppure l’esistenza. Venendo ai giorni nostri, essa assume spesso la declinazione di satanismo, adorazione di forze occulte. L’accezione negativa quindi non è mai stata lavata via: o perché la magia è considerata una truffa per ingannare gli sciocchi, o perché frutto di un’alleanza con il maligno, in qualunque sua forma.

Si possono poi dare altre interpretazioni della magia: ad esempio c’è quella etnografica. In questa declinazione, la magia non è nulla più di quell’insieme di rituali e superstizioni che le varie comunità locali hanno messo a punto con il tempo. La magia acquisisce una sfumatura di primitivismo, e si lega all’idea che una società non evoluta affida la sua comprensione del reale ad un’animismo ingenuo che vede il mondo popolato da forze invisibili che devono essere lusingate o combattute.

Che cos’è la magia

Fonte: www.alchemywebsite.com

Tutto questo non ci ha chiarito però il quesito più importante: ma che cos’è la magia? Come abbiamo visto, nel tempo ha avuto tante declinazioni diverse. DI fondo, però, non dobbiamo dimenticare il suo valore etimologico. Fare magie significa far accadere le cose: e, in questo senso, possiamo essere tutti maghi. Fare magie significa comprendere che siamo legati l’un con l’altro in modo invisibile ma concreto, e che possiamo usare le energie che scaturiscono da tale interconnessione per operare prodigi.

La magia naturalis si basa su questo presupposto. In Natura esistono della Forze che l’Uomo può usare per i suoi scopi. La prima operazione da compiere, però, consiste nel Comprendere. Quindi bisogna studiare, amare, capire fino in fondo come funziona l’equilibrio dell’Universo. La magia può infatti solo operare all’interno di tale Equilibrio. Se lo turba, diventa qualcosa di differente, una perversione della sua origine stessa.

La magia della Sibilla Appenninica opera esattamente su questi presupposti. L‘Osservazione dal cuore della Montagna, ovvero da un luogo remoto e primigenio, permette di avere Chiarezza di Visione. Una volta che si è compreso (e questo è un processo che può richiedere una vita intera) si può provare a plasmare il Reale secondo la propria Volontà. Si può agire sul prossimo, sul contesto, su se stessi: sempre ricordando che la propria Volontà deve agire all’unisono con quella della Madre Terra, la prima Maga.

La magia è dunque Disciplina e Volontà, ovvero la capacità di sentirsi in armonia con l’Universo e quindi di poter indirizzare le Forze che naturalmente ci scorrono attraverso per concretizzare cose che, in altro modo, risulterebbero impossibili. Secondo alcuni, Zarathustra era un superstite di Atlantide che cercava di trasmettere l’insegnamento che la sua stessa gente non aveva ascoltato, quello che aveva condotto alla fine di tutte le cose.

Che senso ha la magia oggi

Fonte: www.vice.com

Premesso questo, ha senso oggi credere nella magia o provare ad usarla? Per noi moderni, rimane il preconcetto secondo il quale avere fede in certi poteri invisibili corrisponda ad essere “primitivi”, superstiziosi e non evoluti. L’insegnamento dei nostri Antenati, quelli vissuti molti millenni fa e dai quali ha avuto origine la civiltà della Mezzaluna Fertile, dice invece che la vera evoluzione passa attraverso una crescita spirituale e morale, e non materiale.

Fare magie vuol dire prima studiare e capire, comprendere i meccanismi dell’Universo non per scardinarli o pervertirli ma per risuonare in armonia con essi. Fare magie vuol dire proteggere il Mondo, non per un vago senso di ambientalismo, ma perché si è capito a fondo quanto ognuno di noi non sia che una particella in questo vasto organismo vivente. La magia è il flusso di energie che tiene tutto unito, ed entrare in questo flusso significa comprendere il fine ultimo delle cose.

Siamo tutti “magi”, in quanto ognuno di noi è inserito in questo gioco di forze e di energie che permette all’Universo di sussistere. Quando smettiamo di usare le mani indipendentemente dal cervello e dal cuore, e ricominciamo a far funzionare tutto in armonia, possiamo compiere davvero prodigi, o miracoli. Il presupposto fondamentale è credere, avere fede non in un dio qualunque, ma nelle nostre intrinseche capacità.

Ogni uomo ha in sé il germe della magia e può decidere di soffocarlo o, al contrario, di coltivarlo per farlo crescere. La Strada della Magia è la Conoscenza, senza limiti. La Strada della Magia passa dunque attraverso la Saggezza: quella Saggezza che saggia Sibilla ha acquisito attraverso gli eoni della sua esistenza e che ora riecheggia tra le valli, nel mormorio dei fiumi, nello stormire delle fronde.