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L’Isola di Pasqua e altri indizi di Mu sparsi per il Pacifico

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Il più grande sostenitore dell’esistenza di Mu, e anche il suo più grande teorizzatore, è stato il colonnello James Churchward. Sono molti però coloro i quali non danno credito ai suoi scritti e alle sue ipotesi, e non si può negare che Churchward pecchi spesso di ingenuità o superficialità. C’è però qualcosa che è innegabile, ed è il fatto che una sua affermazione non può essere confutata. L’intero Oceano Pacifico è disseminato di prove dell’esistenza di Mu: basti pensare all’Isola di Pasqua.

Fonte: www.travelandleisure.com

Rettifichiamo: non si può negare che molte delle isole e isolette dell’Oceano Pacifico presentino resti di monumenti megalitici. Siccome si tratta di territori sparsi, separati tra di loro da diverse miglia marine, non sembra peregrino ipotizzare che siano ciò che resta di una terra più vasta, molto antica, che oggi non è più. Cosa curiosa, quasi mai le pietre con cui sono costruiti questi monumenti sono locali. Provengono quasi sempre da un altro posto. Considerando che trasportare enormi blocchi di pietra per mare non è cosa semplice nemmeno ai giorni nostri, si può ipotizzare un’altra spiegazione.

Nel 1956 il famoso geologo Vladimir Obruchev scrisse: “Si può pensare che nella cintura equatoriale della Terra, in un momento in cui entrambe le regioni circumpolari erano ancora coperte di neve e ghiacciai, l’Umanità raggiunse un elevato sviluppo culturale. Eressero bellissimi templi per le divinità, piramidi come tombe per i re, e statue di pietra sull’Isola di Pasqua per proteggersi da qualche tipo di nemico. E sorge una domanda interessante: la morte di altre culture e delle loro strutture è stata causata da una sorta di catastrofe?”

Le leggende dell’Isola di Pasqua

Fonte: Tripadvisor

Se si presuppone che i resti di civiltà sulle isole del Pacifico non siano resti di diverse civiltà, ma di una sola, si deve giocoforza credere che un tempo quelle isole fossero parte di un unico continente. Se quel continente non c’è più, deve essere accaduto qualcosa di cataclismatico per ridurlo in tanti minuscoli frammenti che a fatica serbano la memoria. A fatica? La verità è che noi ci interessiamo poco alle tradizioni e alle leggende degli abitanti sperduti di qualche atollo remoto. Ma quando si presta ascolto, si possono sentire cose estremamente interessanti.

Ecco cosa raccontano gli abitanti dell’Isola di Pasqua. “Un tempo qui vi era una vasta terra. Ma un gigante, di nome Uvoke, che poteva distruggere le isole con il suo bastone, era arrabbiato e decise di distruggere questa terra. La colpì finché non mandò in frantumi il monte Puku-Puhipuhi. Alla fine, non rimase che la nostra isola”, l’Isola di Pasqua, appunto. Ovvero, nel ricordo ancestrale di questa gente vi è la memoria di un’unica, grande terra.

Un’altra interessante testimonianza è quella che venne raccolta dal ricercatore francese Francis Maziere. Questi, aiutato da sua moglie Tila che era polinesiana, intervistò uno degli ultimi saggi dell’Isola di Pasqua. Il suo racconto era simile a quanto riportato sopra. “L’Isola di Pasqua anticamente era assai più grande di ora. Ma per via dei misfatti dei suoi abitanti, Woke si sollevò e la distrusse con la sua verga.” Mazier scrisse un libro, “The Mysterious Easter Island”, in cui parlava di un’altra versione di come l’isola fu popolata.

Parla di un capo chiamato Hotu Matua che governava una terra chiamata Maori. Il capo si accorse che quella terra affondava piano piano nell’Oceano. Così caricò la sua gente su due grandi imbarcazioni e si allontanò, trovando rifugio sull’Isola di Pasqua. Qui poi ordinò di costruire grandi statue di pietra, che guardassero nella direzione di quella terra antica da cui erano venuti e che più non era.

Altre leggende e vetusti edifici

Fonte: timeandnavigation.si.edu

Nell’ottica in cui si voglia provare a supporre che Mu sia davvero esistita, si capisce come non solo l’Isola di Pasqua ne serbi memoria. C’è anche una leggenda hawaiana, tramandata di generazione in generazione, che racconta di un vasto continente chiamato Ka-Hopo-o-Kane. Questo termine significa “il plesso solare del dio Kannee”. Il continente si trovava dove oggi ci sono la Polinesia, la Nuova Zelanda e le isole Fiji. Secondo la storia, il continente fu sommerso da una vasta inondazione, definita Kai-a-Ka-Hina-Aliyah (l’Oceano che abbatté i potenti). Chi si salvò ci riuscì grazie all’aiuto di un vecchio uomo saggio chiamato Nuu (Noè?).

Ma non sono solo racconti e leggende che forniscono interessanti elementi per credere nella veridicità di Mu. Nel 1974, sul giornale francese “Science et Vie” si parlava di cinque isole non distanti dall’arcipelago delle Nuove Ebridi. Secondo la tradizione locale, pare che quelle isole fossero il risultato della disintegrazione di un’isola più grande chiamata Kuwaye. Le indagini geologiche condotte dall’archeologo Jose Garanger confermarono tale assunto, riaprendo, per sua stessa ammissione, anche il discorso relativo a Mu.

C’è infine un artefatto che ancora una volta farebbe pensare che il mondo che conoscevano i nostri antenati era assai diverso da quello di oggi. Si tratta del “globo di La Mana”, quello che secondo alcuni è il più antico mappamondo mai rinvenuto. Nel 1984 una spedizione guidata da Elias Sotomayor trovò dentro gallerie che scendevano in profondità sotto le montagne dell’Ecuador molte pietre interessanti, una più delle altre. Aveva delle incisioni sopra, che facevano proprio pensare ad una rudimentale mappa geografica.

Fonte: Pinterest

L’aspetto più curioso riguardava le coste della parte meridionale dell’Asia, così come si protendevano fino all’America. Le isole dei Caraibi e la penisola della Florida non erano disegnate. Un po’ sotto l’equatore, nell’Oceano Pacifico, c’era un’isola gigantesca, all’incirca delle dimensioni del Madagascar. Il Giappone era parte di un gigantesco continente, che si estendeva fino alle coste dell’America e a sud. Molti scienziati, com’è ovvio, contestano il fatto che questa pietra sia, di fatto, un mappamondo antichissimo. Di fatto, ci si rifiuta di provare a considerare le cose da un altro punto di vista.

Dall’Isola di Pasqua fino a Mu

Fonte: www.crystalinks.com

A Uxmal, nella penisola dello Yucatan, c’è un’antica città Maya circondata da mistero e magia. Si racconta infatti che uno dei suoi monumenti più notevoli, il cosiddetto “Tempio dell’Indovino”, sia stato eretto in una sola notte da un nano chiamato Itzamna che disponeva di particolari poteri. In questo tempio si trova un’iscrizione che così è stata tradotta “la terra ad Ovest, da dove siamo venuti”. Peccato però che ad ovest dello Yucatan, per molte e molte miglia marine, non vi sia oggi altro che acqua.

Anche se la comunità scientifica presta poco o nessun credito ai numerosi indizi sparsi che sembrano dimostrare che, di fatto, Mu sia esistita, resta comunque un insieme di racconti, monumenti, ricordi che invece sembrano puntare decisamente in questa direzione. Non ultima, la scoperta di alcuni edifici immersi nei pressi dell’isola di Yonaguni, tra i quali una piramide. Così come per Atlantide, la ricerca di Mu è tutt’altro che conclusa, e il capitolo sulla sua esistenza, o meno, tutt’altro che archiviato.

Fonti:

La strada che porta in mare: il mistero di Malden Island

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Nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico esiste una piccolissima isola che si chiama Malden Island. La sua superficie è di appena 39 chilometri quadri; appartiene alla Repubblica del Kiribati insieme alle Line Islands, di cui fa parte. Potresti pensare che un frammento di terra sperduto e disabitato non sia meritevole di una seconda menzione, se non fosse per il fatto che sull’isola si trovano molti interessanti siti archeologici che potrebbero avere una lettura ben diversa da quella che la scienza ufficiale fornisce per spiegare la loro esistenza.

Malden Island

Fonte: Google Earth

Malden Island è nota oggi per quattro motivi. Il primo sono le sue bellezze naturalistiche, in quanto è area protetta per alcune specie di uccelli. Il secondo è la riserva di guano, materiale altamente fertilizzante, che è stata ampiamente sfruttata in passato. Il terzo è il fatto che l’isola fu usata dai britannici per la sperimentazione della bomba H, con l’esecuzione di vari test nucleari. Il quarto, sono i suoi siti archeologici.

Morfologicamente, si può notare che l’isola si trova sotto il livello del mare, e che la sua parte orientale è occupata in buona parte da una laguna di acqua salata. Non vi è acqua dolce sull’isola, che ha una forma triangolare. Pare che Malden Island sia stata avvistata per la prima volta nel 1825 dal capitano Samuel Bunker a brodo della baleniera Alexander di Nantucket. Di lì a poco l’isola fu avvistata anche dalla HMS Blonde comandata dal capitano Lord Byron (cugino del famoso poeta).

Mentre Bunker non era riuscito ad avvicinarsi abbastanza da esplorare l’isola, Lord Byron ci riuscì e risulta che il primo ad avvistare l’isola, e poi a metterci piede sopra, sia stato il tenente Charles Robert Malden, da cui la denominazione attuale. In quell’occasione vi fu anche una prima esplorazione naturalistica. Già allora furono notate le rovine che costellavano l’intero territorio, per quanto ristretto.

Le rovine di Malden Island

Fonte: Ancient Origins

Già ad un’osservazione superficiale non è possibile non istituire un’analogia tra le rovine di Malden Island e quelle di Pohnpei e Nan Madol, per quanto queste ultime siano di gran lunga più imponenti. Nan Madol si trova a 5500 chilometri da Malden Island. Eppure la spiegazione che è stata data ai resti di un’antica civiltà che emergono con chiarezza dal terreno appare piuttosto semplicistica, e assai poco soddisfacente.

La versione ad oggi accettata è quella dell’eminente antropologo Kenneth Emory del Bishop Museum di Honolulu. Nel 1924 Emory disse che Malden Island doveva essere stata abitata, non più di qualche secolo prima, da un piccolo nucleo di polinesiani. All’epoca Emory non era che un giovane studioso ansioso di farsi strada nel mondo accademico. La teoria che voleva portare avanti, e che di lì ai successivi decenni gli avrebbero portato notorietà e fama, diceva che la cultura polinesiana aveva avuto origine da Tonga e Samoa per poi diffondersi verso ovest.

Ipotizzare che su Malden Island ci fosse stata una popolazione ancora più antica avrebbe smontato del tutto il suo castello teorico. Eppure, come dicevamo, la lettura di Emory non convince fino in fondo, e oggi c’è chi invece presuppone una realtà ben diversa. Solo che è estremamente difficile da dimostrare perché l’isola è davvero inaccessibile, giungervi è molto costoso, e nessuno sembra interessato a finanziare degli studi archeologici circa la sua storia remota.

Quella strada che finisce in mare

Fonte: tangatawhenua16.wixsite.com

Sono 21 i siti archeologici complessivi di Malden Island. Essi comprendono tombe, sepolture e abitazioni, con tanto di pozzi oggi asciutti. Ma l’opera umana più imponente riguarda le strade lastricate: ce ne sono diverse, fatte con lastre in basalto, che si diffondono come un vero e proprio reticolo su tutta l’isola. Queste strade corrono lungo le coste e poi finiscono dentro il mare, tra i flutti del Pacifico. Sono simili a quelle di Nan Madol, come detto, ma anche alla strada dell’isola di Rataronga.

La domanda che ci si pone è perché una civiltà piccolissima, composta da poche centinaia di polinesiani, si sia data il disturbo di costruire templi, strade e luoghi di sepoltura. Soprattutto, perché avrebbe dovuto costruire strade che finivano il mezzo al mare? Ci sono così studiosi che avanzano un’altra teoria, la stessa che si sostiene per spiegare le incredibili rovine di Nan Madol.

Sembra maggiormente plausibile che ci sia stata, molte migliaia di anni fa, quando il livello dei mari globali era assai più basso di ora, una grande civilizzazione che abitò tutto il Pacifico. Essa viveva su una terraferma che oggi più non è, di cui non restano che pochi frammenti (le isole). Quel vasto continente era attraversato da strade: quelle che oggi finiscono sul fondo dell’oceano e sembrano apparentemente prive di senso logico.

The Riddle of the Pacific

Fonte: Pinterest

Nel 1924 John Macmillan Brown, studioso scozzese e neozelandese, scrisse un libro che si intitola “The Riddle of the Pacific”, ovvero, “L’enigma del Pacifico”. Cosa c’è di misterioso in una mare, che per sua definizione, è “pacifico”? Brown nel testo parla soprattutto dell’Isola di Pasqua, ma non manca di citare anche Malden Island, di cui dice

le sue grandi piramidi -tempio sono la reliquia di un’epoca passata, quando facevano ancora parte di un “impero scomparso”, un luogo in cui le persone provenivano da fertili arcipelaghi […] che successivamente affondarono, finendo sul fondo del mare.

Questo “impero scomparso” potrebbe essere la leggendaria Mu, orgogliosa terra che un tempo dominava questa parte del globo e che poi finì erosa in tanti piccoli isolotti. Può sembrare assurdo, ma una volta di più quello che ci impedisce di prendere in considerazione tale ipotesi è solo l’impossibilità di uscire fuori dai canoni mentali che ci sono stati imposti. Perché una volta che lasciamo che lo sguardo vaghi liberamente, scopriamo che c’è tanto di più oltre quello che vorremmo già scritto, e che resta ancora da scrivere.

Fonti:

Una lingua perduta: il RongoRongo

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Quando cerchiamo di decifrare il passato dell’umanità ci vengono in aiuto numerosi reperti, materiali e immateriali. Più si affonda indietro nel tempo, più difficile diventa trovare questi reperti. La maggior parte di quello che oggi sappiamo (o crediamo di sapere) deriva dalle fonti scritte. Eppure ci sono linguaggi che ci restano ancora ignoti, e che potrebbero celare chissà quali verità.

Un’isola piena di misteri

Fonte: globonaut.eu

L’isola di Rapa Nui, o Isola di Pasqua, fin da quando venne scoperta per la prima volta suscitò moltissimi interrogativi. Rapa Nui (termine che significa semplicemente “grande roccia”) si trova nell’Oceano Pacifico, ad oltre 3 mila chilometri di distanza dal Cile. Si tratta di uno dei luoghi abitati più isolati al mondo. Ha la forma di un triangolo e la sua origine è vulcanica: infatti sull’isola si trovano ancora tre vulcani, ormai spenti.



Tutto il mondo conosce l’Isola di Pasqua, così chiamata perché il primo esploratore europeo che vi mise piede la raggiunse il giorno di Pasqua dell’anno 1722, per via dei Moai. I Moai sono grandi statue in pietra che corrono numerose lungo le coste e gli altopiani interni dell’isola. I Moai sono molto grandi e ben evidenti; ma l’isola cela anche un altro mistero, un po’ meno visibile ma non meno fitto e appassionante.

Quello che sappiamo con certezza della popolazione di Rapa Nui è che visse isolata per molti secoli, e che quindi sviluppò una sua cultura, delle sue abitudini e soprattutto una sua scrittura. I primi esploratori occidentali, soprattutto i primi missionari che giunsero sull’isola, scoprirono molte iscrizioni in questo linguaggio chiamato rongorongo.

Il rongorongo e la sua decifratura

Fonte: http://www.cabinetmagazine.org

Ad oggi nessuno è riuscito a decifrare il rongorongo, a causa delle pochissime iscrizioni che ci sono pervenute. Gran parte di quelle esistenti all’epoca dei primi coloni sono andate distrutte. Si crede che comunque anche quelle che vennero trovare nel XVIII-XIX secolo non venissero più comprese nemmeno dagli indigeni, che si erano limitati a ricopiarle avendone però perduto il senso.



Altri pensano che invece ci fosse chi capiva benissimo cosa c’era scritto sulle tavolette. Queste persone, però, non hanno voluto rivelare ciò che sapevano. Desideravano tenere nascoste le tradizioni del proprio popolo nei confronti di coloro che, a ragion veduta, erano considerati invasori. Sta di fatto che oggi ne sopravvivono appena 26, iscrizioni incise su legno. Troppo poco per potervi trovare un senso.

Pittogrammi o geroglifici?

Fonte: http://www.moaiculture.com

Il rongorongo non ha un alfabeto, ma è fatto di simboli disegnati. Non è facile capire cosa rappresenti ogni segno, per questo non si può dire con esattezza se si tratti di pittogrammi o geroglifici. Veniva scritto alla maniera bustrofedica, vale a dire andando prima da destra a sinistra e poi viceversa. Così era scritto anche il greco antico.

Il suo nome significa “declamare“. Si suppone che le iscrizioni in rongorongo venissero scritte per poi essere recitate, o cantate, o declamate. Si può ipotizzare cioè che si trattasse di una scrittura rituale più che di un alfabeto vero e proprio. In genere per decifrare una scrittura la si confronta con altre lingue conosciute: in questo modo, grazie alla Stele di Rosetta che riportava iscrizioni in greco e in egizio, vennero compresi i geroglifici egiziani.

Nel caso del rongorongo non abbiamo pietre di paragone, ma solo una curiosa “coincidenza”. Le iscrizioni infatti appaiono molto simili alla scrittura rinvenuta a Mohenjo-daro, antico sito archeologico che si trova lungo la valle dell’Indo in Pakistan. Se si confrontano i disegni, la somiglianza è davvero impressionante.

Fonte: http://www.mrawarti.info

Una civiltà antichissima

L’archeologo francese Franics Maziere scrisse nel suo libro “The Mysteries of Easter Island” di aver parlato con uno degli ultimi abitanti dell’isola che fosse ancora in grado di leggere il rongorongo. L’uomo era ormai moribondo poiché malato di lebbra. Gli disse che il rongorongo originariamente era scritto nella pietra (le iscrizioni giunte fino a noi sono su legno). Disse che questa scrittura era stata inventata dalla “prima razza” che un tempo abitava le quattro parti del mondo, e che ormai sopravviveva solo in Asia.



Si parla dunque di una civiltà antichissima (la città di Mohenjo-daro era stata costruita nel III millennio avanti Cristo) che era diffusa nelle “quattro parti” del globo così come appariva in tempi remoti. Secondo una tradizione orale degli abitanti di Rapa Nui, i Moai vennero eretti dai Ma’ori-Ko-Hau-Rongorongo, persone che possedevano la capacità di far muovere le pietre solo ordinando loro, con le parole, di farlo.

Il rongorongo si configura allora come un linguaggio antichissimo, una sorta di “formula magica” grazie alla quale degli ancestrali progenitori erano in grado di far “muovere” le cose. E questi antichissimi esseri umani furono a Rapa Nui così come in molte altre parti del globo, dove eressero edifici il cui metodo di costruzione ancora oggi ci sfugge.

Tutto è scritto

Fonte: blogs.otago.ac.nz

Il mistero più fitto circa le origini dell’uomo è dunque a portata di mano, forse è celato in una di quelle iscrizioni che ancora non siamo riusciti a decifrare. Il rongorongo infatti non è il solo linguaggio arrivato fino a noi senza aver svelato il suo significato. La soluzione di tutto potrebbe già essere scritta, ma noi abbiamo perduto il potere di comprenderla. Siamo certi che la comprensione passi solo attraverso il confronto, lo studio, la linguistica, le scienze?

Forse la comprensione che cerchiamo passa attraverso il cuore. Se riuscissimo a riappropriarci di ciò che i nostri antenati sapevano in modo istintivo, e che noi abbiamo rimosso a favore di un mondo più facilmente gestibile con la nostra limitata intelligenza, non ci sarebbero più misteri. E magari anche noi potremmo comandare alle pietre di muoversi con la sola forza della nostra volontà.

I Moai di Rapa Nui: un Monito che Viene dal Passato

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Quando si parla di miti e leggende non si parla mai di qualcosa di puramente astratto. I miti e le leggende nascono sempre per spiegare qualcosa che è sotto gli occhi di tutti, o sono il risultato di racconti che si sono tramandati di generazione in generazione, trasformandosi nel tempo. In queste pagine cercherò di raccontare qualcuna di queste storie, per farti scoprire come alla fine, in fondo, tutte non facciano altro che narrare la stessa Grande Storia. Oggi ti parlerò di Rapa Nui, l’isola dei Moai, l’isola dei quattro vulcani, l’isola il cui popolo rischia ancora una volta di scomparire.

Ti sarà capitato sicuramente di vedere in televisione, in un documentario o in un film, le grandi teste di pietra note con il nome usato dai nativi locali, “Moai“. Si tratta di statue, alcune delle quali  sono sepolte nel terreno dalle spalle in giù, altre invece si ergono con il busto eretto. Per lo più volgono le spalle al mare e guardano verso l’entroterra. Sono collocate su una piccola isola che si trova nell’Oceano Pacifico, al largo del Cile a cui appartiene, di appena 163 chilometri quadrati. Il nome dell’isola in lingua locale è Rapa Nui, ma forse la conosci come Isola di Pasqua. Questa seconda denominazione deriva dal fatto che fu il giorno di Pasqua del 1722 che gli esploratori olandesi vi giunsero, scoprendola.

Le grandi teste dei Moai che volgono le spalle al mare

Rapa Nui però era abitata fin dal 1000 dopo Cristo, forse anche da tempi antecedenti. Certo è che, a partire dall’XI secolo, una civiltà fiorente cominciò a costruire i Moai. Il perchè resta un mistero. Queste statue misurano fino a 10 metri, sono quindi molto grandi, e sono ricavate da blocchi unici di tufo vulcanico. Sono dunque dei monoliti, che furono scolpiti in un luogo e poi trasportati in un altro. Il lavoro necessario per completare un Moai era davvero lungo e faticoso, coinvolgeva molti uomini e lo scopo, ancora oggi, ci sfugge.

Le ipotesi più accreditate è che le statue fossero divinità e servissero a propiziare la buona sorte per il popolo di Rapa Nui; alcune forse, le più piccole, erano effigi dei cari defunti. Restano, però, solo ipotesi che non spiegano perché ne siano state costruite così tante (oggi ne restano 887) o perché alcune abbiano una sorta di buffo copricapo in testa.

Di certo la civiltà che viveva sull’isola era tutt’altro che primitiva. aveva anche elaborato la scrittura, che gli studiosi chiamano Rongorongo ma che nessuno è riuscito a decifrare ancora. Tale civiltà, però, declinò e sparì poco dopo l’arrivo degli occidentali. Anche in questo caso i motivi dati dagli esperti sono molti, ma solo ipotetici: forse la causa furono le malattie portate dagli europei, forse ci fu una guerra civile, o forse…



Una delle ipotesi più verosimili si basa su una semplice osservazione: per spostare i Moai dal luogo di realizzazione a quello di erezione dovettero essere usati centinaia di migliaia di tronchi d’albero. Così, se un tempo l’isola era ricoperta da foreste, all’arrivo degli olandesi su Rapa Nui non c’era più nemmeno un albero.

Potrebbe essere accaduto, quindi, che gli abitanti dell’isola abbiano devastato l’habitat naturale in modo tale da non consentire loro di sopravvivere. E ora, tanti secoli dopo, sembra che purtroppo la storia si ripeta. Il cambiamento climatico in atto sul globo terrestre, secondo gli scienziati, porterà i mari ad innalzarsi fino a 2 metri nei prossimi decenni. Ciò vuol dire che i Moai sono in pericolo perchè il sito in cui si trovano, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, potrebbe scomparire, divorato dall’azione delle onde. I primi danni dovuti all’erosione sono già visibili sul posto: le coste stanno scomparendo anche dei luoghi maggiormente frequentati dai turisti.

Il Moai con gli occhi, l’unico così conservato e restaurato

Il fascino della leggenda antica dei Moai, i monoliti di pietra che volgono le spalle al mare per guardare a ritroso attraverso i secoli, potrebbe dunque dissolversi, ancora una volta, a causa dell’uso scriteriato che l’Uomo fa dell’ambiente naturale che gli è stato concesso di abitare. Questo è un altro pezzo della magia del passato che svanisce sotto i colpi di martello del “progresso“, del tanto decantato progresso che ha portato gli antichi abitanti dell’Isola di Pasqua a distruggere la loro stessa casa.

Nessuno, come dicevo, ha ancora capito a cosa servissero con esattezza i Moai. Forse nemmeno chi li ha costruiti sapeva davvero cosa stavano facendo. Forse i Moai sono Sentinelle, immote e fedeli, contro la marea che avanza. Sono il monito silenzioso, ma molto efficace, che ci ricorda che la fine fatta dagli Uomini che li hanno eretti potrebbe essere la stessa che attende ognuno di noi. Non si può depredare la Terra senza pagarne il prezzo; non si può sfruttare una risorsa  credendo che essa non avrà mai fine.

La storia degli abitanti dell’Isola di Pasqua ci può insegnare qualcosa, o è solo folklore adatto a turisti con molti denari in tasca? Sei tu che devi darti una risposta; ma chissà che quei volti immoti non decidano un giorno di voltare il loro sguardo verso di noi, per indicarci un modo più giusto e sostenibile di abitare il Pianeta Terra.