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Il Forte di Chitradurga e il meraviglioso meccanismo

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L’India è una terra misteriosa e affascinante, da noi occidentali poco conosciuta. Eppure, non è meno ricca di interessanti siti archeologici di quanto non lo sia l’Europa, visto e considerato che la sua storia è molto più antica della nostra. Nella regione del Karnataka si trova un complesso maestoso, di grande bellezza, chiamato forte di Chitradurga. Si tratta dunque di una fortificazione, che però si compone di vari edifici e costruzioni, uno più interessante dell’altro. Il manufatto più curioso di tutti è chiamato Maddu Bisuva Kallu: scopriamo di che si tratta.

Il Forte di Chitradurga

Fonte: www.easytourz.com

Il forte di Chitradurga è conosciuto anche con altri nomi. Gli inglesi (che governarono a lungo la regione) lo chiamano Chitaldoorg, mentre i locali Kallina Kote (che vuol dire fortezza di roccia) o Yelusuttina Kote (fortezza dai sette cerchi). Chitradurga vuol dire fortezza-immagine, e quindi chiamare la location forte di Chitradurga è, in realtà, una reiterazione. Come anticipato, più che un unico castello è un insieme di strutture fortificate che oggi stupiscono il visitatore con la loro imponenza e la grande complessità.

La fortezza si estende per oltre 6 ettari di territorio, dipanandosi sulle colline che si ergono nella vallata del fiume Vedavati. Ha 7 cerchi concentrici di mura che avvolgono le colline, e un vasto reticolo di templi che si trovano di solito sulle sommità più elevate. Gli edifici furono eretti tra l’XI e il XII secolo da diverse famiglie che governarono questa regione in tale arco di tempo. Ma c’è anche una narrazione leggendaria circa l’origine del luogo.

Pare che la fondazione del forte di Chitradurga venga narrata tra le pagine di uno dei poemi epici più importanti della tradizione indiana, il Mahabharata. Qui si parla di un gigante, di nome Hidimbasura, che mangiava gli esseri umani. Questi viveva proprio sulle colline della vallata del Vedavati e terrorizzava chiunque abitasse nei dintorni. Poi però giunsero altri uomini più coraggiosi e uno di essi, Bhima, sfidò il gigante a duello. Riuscì a sconfiggerlo e ad ucciderlo, riportando così la pace. Secondo la leggenda, i massi del forte facevano parte di quell’epica battaglia.

Maddu Bisuva Kallu

Fonte: chitradurga.nic.in

Tutto il complesso di Chitradurga meriterebbe una descrizione approfondita, ma c’è un manufatto che non può non destare stupore nel visitatore sia per la sua grandezza che per la sua grande cura ingegneristica. Si chiama Maddu Bisuva Kallu, termine indiano che sta ad indicare un meccanismo di macine che serviva per produrre la polvere da sparo. Questa è la destinazione d’uso che si attribuisce al sito, ma c’è chi dice che venisse usato anche per il grano.

La macina è scavata nel pavimento, ma non devi pensare ad una semplice ruota di pietra, come quella dei mulini di un tempo. Qui parliamo di un ingranaggio formato da quattro grossi dischi in granito, che si trovano collocati ai quattro punti cardinali attorno ad un ingranaggio centrale che però appare mancante. Si presume che tutto ciò che manca fosse in legno e quindi sia deperito con il tempo. Ogni disco pesa oltre 2 tonnellate e ha dei fori tutt’attorno, nei quali dovevano entrare dei denti metallici, anch’essi andati perduti.

Fonte: karnatakatravel.blogspot.com

Sotto ad ogni cerchio c’è un vano in cui si presume che andasse raccolta la polvere da sparo. Per mettere in moto il meccanismo venivano usati presumibilmente degli elefanti. Ecco cosa si legge sul cartello esplicativo presente in loco.

Le quattro enormi macine circolari di granito sono state erette su uno spazio circolare centrale rotante […] lo spazio circolare centrale prevede la forza motrice dell’animale o dell’uomo per far girare la macina fissata al palo centrale tramite gioghi. Una scalinata a nord-ovest e una a sud-est scendono al pozzo delle macine, che ancora oggi si ergono a muta testimonianza delle capacità ingegneristiche di quei tempi.

Le stupefacenti capacità ingegneristiche che hanno eretto il Forte di Chitradurga

Fonte: karnatakatravel.blogspot.com

Per quanto le molte lacune presenti nel sito non permettano davvero di apprezzarne tutta l’enorme complessità, possiamo immaginare che vedere questo meccanismo all’opera dovesse essere qualcosa di veramente grandioso. Davvero possiamo pensare che sia stata opera di uomini che lavoravano con mazzetta e scalpello, considerando che il tutto è scavato nel duro granito? C’è chi ha visitato il sito e invece ha avanzato un’ipotesi diversa. O, per meglio dire, non ha avanzato alcuna ipotesi, ma ha sollevato alcuni, a nostro parere, ragionevoli dubbi.

L’intervento si trova su Facebook ed è da parte dell’utente che si chiama Jorge José Manuel Bernal. Questi osserva come sia improbabile che degli animali potessero muovere le enormi macine: non tanto per lo sforzo richiesto, ma soprattutto per una questione logistica che avrebbe impedito un movimento omogeneo senza che ci si scontrasse gli uni con gli altri. Ha poi senso credere che servisse una struttura così mastodontica solo per macinare grano o polvere da sparo? Di certo il forte di Chitradurga ospitava moltissime persone, ma forse sarebbe bastato qualcosa di più semplice.

Difficile fare illazioni, viste le molte parti mancanti. Ma una cosa molto interessante Bernal la rileva, ed è la presenza di un grado di radioattività, nemmeno troppo contenuta, nel sito. Immediatamente vengono alla mente le straordinarie battaglie descritte nei testi sacri dell’Induismo, dove creature semidivine sapevano volare e emanavano raggi luminosi tanto simili a emissioni di energia nucleare. Suggestione o qualcosa di più? Di fatto, nessuno ha mai approfondito l’argomento più di tanto, come se non vi fosse interesse a farlo.

Gli Stargate sul fiume

Fonte: anomalien.com

Sempre nella regione del Karnataka c’è un altro sito abbastanza curioso, meta annuale di pellegrinaggi. Si trova lungo il fiume Shamala e si chiama Sahasralinga. Il nome è sanscrito e vuol dire “mille Shiva Lingas”. Gli Shiva Lingas sono statue devozionali di forma fallica dedicate al dio Shiva, che in esse viene identificato. Quando il livello delle acque si abbassa, all’incirca ogni estate, le pietre affiorano in superficie mostrando centinaia di incisioni e sculture di stupefacente bellezza. Sono sparse un po’ ovunque e non si può non notare la grande precisione con cui sono state realizzate.

Non si sa con esattezza chi abbia realizzato tante opere in pietra, ma l’ipotesi più accreditata è che l’input sia partito dal re di Sirsi, Sadashivaraya, tra il1678 e il 1718. Stupisce dunque che in oltre tre secoli di erosione continua delle acque del fiume, in perenne scorrimento, si notino scarsi segni di degrado. Alcune sculture sono cesellate così finemente da far dubitare che siano opera umana. E ci sono forme circolari di grandi dimensioni che alcuni assimilano agli Stargate.

Fonte: www.ancient-code.com

Noi però ci vogliamo fermare qui. Antichi Alieni? Antiche Civiltà? L’evidenza ci suggerisce solo che vi sono manufatti che la mente fatica ad attribuire all’uomo, vista la loro vetustà. E non bisogna dimenticare che l’India è una terra le cui radici affondano molto indietro nel tempo, e che le narrazioni mitologiche e religiose degli indiani sono da loro considerate storia. Forse siamo noi occidentali ad essere sempre troppo scettici, e a non riuscire a vedere nemmeno quello che è davanti ai nostri occhi. Così, affidiamo al corredo di foto allegato a questo articolo il compito di permettere ad ogni lettore di trovare la spiegazione che crede più realistica.

Fonti:

Rama Setu, o il Ponte di Adamo: opera della natura o dell’uomo

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Non servono i potenti satelliti della NASA: basta usare il computer di casa e avviare Google Earth per appurare l’esistenza del cosiddetto “ponte di Adamo”. Si possono digitare queste parole per trovarlo, oppure spostarsi nel braccio di mare che separa il continente indiano dall’isola dello Sri Lanka. Oggi si vedono dei banchi sabbiosi, ma il disegno complessivo del ponte si intuisce con facilità. Da anni ci si chiede la stessa cosa: quel ponte era solo una conformazione naturale, oppure è stato costruito da mani umane… o giù di lì?

Un ponte spazzato via da una tempesta

Fonte: www.hinduhumanrights.info

Varie testimonianze dicono che questo ponte sia stato utilizzato per passare da Pamban Island, la propaggine meridionale dell’India, a Mannar Island, che appartiene allo Sri Lanka, fino al 1480. In quell’anno ci fu però una terribile tempesta tropicale che spazzò via quel che restava di quel passaggio di sabbia e lo fece finire sotto il mare. Eppure, a seconda del variare dei livelli dello stretto di Palk, la sagoma del ponte si può ancora facilmente intuire.

Ponte di Adamo non è l’unica denominazione che viene data a questo luogo, chiamato anche Rama Setu. Queste due denominazioni si rifanno a due precise leggende, una ascrivibile alle tradizioni dell’Islam e l’altra invece a quelle prettamente indiane. Accanto allo stretto, nel territorio dello Sri Lanka, si trova una montagna detta Adam’s Peak. Si dice che quando Adamo venne cacciato dal Paradiso Terrestre, sia piombato proprio qui.

Adamo, secondo la tradizione islamica, era un gigante alto 90 piedi (circa 27 metri). Al fine di poter passare e attraversare il continente indiano, Adamo si costruì un ponte: il ponte di Adamo, appunto. L’altra denominazione invece riguarda il Ramayana, uno dei testi in cui è raccolta la complessa mitologia indiana. Nel Ramayana il ponte si chiama Rama Setu in quanto se ne attribuisce la costruzione alla volontà del dio Rama, che diede ordine ai suoi uomini scimmia di portare a termine l’opera.

In entrambe i casi, quindi, si dice che il ponte è una costruzione “umana”: fatta da dei, o da giganti, da creature semidivine in tempi antecedenti al tempo. Al contrario, oggi si pensa comunemente che questa striscia di sabbia non sia altro che opera della Natura, per quanto non vi sia una versione univoca circa le sue modalità di formazione.

Opera della Natura

Fonte: www.financialexpress.com

Ci sono diverse possibili ipotesi circa il modo in cui il ponte possa essersi formato in modo del tutto spontaneo. La prima prevede l’accumularsi di sabbia secondo i moti ondosi del mare, che avrebbe spinto i fondali ad accumularsi fino a creare un passaggio. Un’altra ipotesi parla di barriere coralline che si sono accumulate nel corso del tempo, o di scogliere di calcare che seguono un andamento sorprendentemente preciso.

Ci sono poi le interpretazioni geologiche, completamente opposte l’una all’altra. Una dice che il ponte si è formato con il sollevarsi delle placche tettoniche di India e Sri Lanka che si sono urtate, l’altra che invece il passaggio ha preso forma quando le due placche hanno iniziato a separarsi. La mancanza di una spiegazione univoca e inequivocabile che sappia spiegare con chiarezza una costruzione tanto visibile e imponente ha lasciato negli anni spazio ad un’altra ipotesi.

C’è infatti chi è propenso a credere alle storie mitologiche e leggendarie, e a dire che il ponte di Adamo non è opera della natura ma dell’Uomo. Questa seconda lettura non è del tutto peregrina, in quanto vi sono alcuni studi recenti che dimostrano come sotto lo strato di sabbia, più superficiale, vi siano delle rocce molto più antiche, che risalgono a circa 7000 anni fa. Questo tempo coinciderebbe con la narrazione del Ramayana.

Un nuovo ponte

Fonte: www.outlookindia.com

Sono circa 500 anni che il ponte di Adamo non è più utilizzabile, e da qualche tempo si sta pensando a costruire un nuovo ponte, sul precedente, per permettere l’attraversamento. Bisogna tenere presente che le imbarcazioni sono comunque costrette a fare un largo giro, in quanto lo stretto non è in alcun modo navigabile. I fondali sono troppo bassi; inoltre ci sono molte rocce galleggianti che si muovono sulla superficie dell’acqua.

Sono tanti, però, coloro che si oppongono ad una costruzione che andrebbe inevitabilmente a distruggere il substrato esistente del Rama Setu. Questo luogo è infatti considerato sacro dagli induisti, ed è anche meta di pellegrinaggi. Ma anche gli scienziati, in questo caso, concordano: infatti una nuova sovrastruttura finirebbe per distruggere il substrato corallino esistente, causando un immane danno ambientale.

Sia che si pensi che il ponte di Adamo sia opera umana, che naturale, questo luogo non può che destare stupore e meraviglia. Se queste concrezioni si sono formate solo con il lungo lavoro della terra e dell’acqua, dimostrano una volta di più l’incredibile ricchezza del nostro pianeta. Ma se ad erigere il ponte sono state invece mani umane, si deve pensare anche che fossero più che umane, forse giganti, forse dotate di conoscenze e mezzi ignoti persino a noi uomini moderni.

Fonti:

I petroglifi indiani di Maharashtra, frutto di conoscenze antidiluviane

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A partire dal 2012 Sudhir Risbood e Manoj Marathe, due ingegneri appassionati di escursioni, hanno iniziato un’appassionante ricerca. Dopo circa sei anni, nel 2018, quello che sono riusciti a scoprire nelle loro peregrinazioni attraverso lo stato indiano del Maharashtra è stato reso di dominio pubblico. Scopriamo insieme cosa sono, e che importanza hanno, i petroglifi indiani di Maharashtra, frutto di conoscenze antidiluviane.

Una scoperta fortuita

Fonte: allthatsinteresting.com

Come quasi sempre accade quando si parla di grandi scoperte archeologiche, anche quella di cui stiamo per parlare si è originata per caso e per curiosità. Sudhir Risbood e Manoj Marathe amavano esplorare le regioni occidentali dell’India, e un giorno, nello stato di Maharashtra, si sono imbattuti in un grande petroglifo. I petroglifi sono disegni incisi nella roccia. Ben presto i due si sono resi conto che ciò che avevano visto non era un unicum, ma che di quei disegni ce ne erano tanti altri.

Così hanno cominciato ad indagare più a fondo, facendosi aiutare dalle comunità locali e dai giovani studenti delle scuole del posto. Tutti hanno dato una mano, permettendo ai due esploratori di scoprire un intero mondo. Ben presto infatti hanno capito che di quei petroglifi era cosparsa l’intera regione. Alla fine, quando hanno presentato il risultato delle loro indagini, il computo ammontava a circa 200 disegni, sparsi in 52 villaggi, localizzati prevalentemente nelle aree di Ratnagiri e Rajapur.

Solo cinque di quei villaggi erano consapevoli dei petroglifi incisi sulle pietre piatte del Konkan, lungo le coste del Mar Arabico. Chi li conosceva, li venerava come sacri. Quelli presenti nei restanti villaggi erano ricoperti da uno spesso strato di terra e detriti e sono stati riportati alla luce dal nutrito gruppo di entusiasti volontari. Quando Risbood e Marathe hanno parlato ai media e agli studiosi della loro scoperta, si sono cominciate a trarre le prime conclusioni.

Sembra che i petroglifi risalgano a 10.000 anni fa, ovvero al periodo successivo a quello definito Giovane Drias. I geologi sono concordi nel dire che durante il Giovane Drias ci furono dei cambiamenti climatici globali piuttosto drammatici, e che probabilmente a quest’era risale il “Grande Diluvio” ricordato in tante narrazioni antiche (non ultima, la Bibbia).

Cosa raffigurano i petroglifi di Maharashtra

Fonte: www.smithsonianmag.com

Le immagini riportate alla luce dai ricercatori stupiscono per la loro grande bellezza. Sono molto raffinate, affatto primitive, e gli animali raffigurati sembrano quasi pronti a muoversi. Le figure principali sono infatti animali: ma appaiono anche esseri umani, in forme più stilizzate, e anche simboli astratti. La prima deduzione che è stata fatta è che la civiltà che ha inciso i petroglifi doveva essere nomade e cacciatrice.

Si deduce questo per via del fatto che non sembra esservi alcun accenno all’agricoltura o ad alcuna forma di coltivazione. Bisogna anche tenere presente che le colline rocciose del Konkan sono un luogo impervio, che durante la stagione dei monsoni era inondato completamente. Quindi è assai improbabile che qui potesse aver trovato sede una civiltà stabile.

Il significato dei disegni, il motivo della loro creazione, o chi li abbia fatti, tutti questi interrogativi restano senza risposta. Il governo indiano ha stanziato fondi di tutto rispetto per poter portare avanti gli studi circa questa nuova scoperta, che stupisce i ricercatori e gli studiosi soprattutto per un’anomalia a cui davvero non si sa dare una spiegazione.

Gli animali che si trovano raffigurati sono sia terrestri che acquatici. Ci sono pesci, balene e squali, ma anche elefanti, tigri, ippopotami e rinoceronti. Il punto è che né gli ippopotami, né i rinoceronti si trovano in India. Come potevano gli antichi artisti della roccia conoscerli, e raffigurarli con tanta precisione? I dettagli, infatti, non permettono di ipotizzare un’opera di pura fantasia. Da qualche parte, quegli animali dovevano pure averli già visti.

Le osservazioni di Hancock

Fonte: ichef.bbci.co.uk

Sul sito di Graham Hancock si trova una lunga e convincente dissertazione sui misteriosi petroglifi di Maharashtra, di gran lunga più pertinente rispetto all’ipotesi che disegni così grandiosi siano stati fatti da una rozza civiltà di barbari cacciatori. Con un’analisi molto accurata, si fa notare come parecchi dei disegni rinvenuti sulle rocce del Konkan siano simili a simboli altrimenti ben noti nel corso della storia dell’Uomo.

Il primo è lo Scarabeo Alato, noto soprattutto in Egitto per la sua valenza sacra. Osservando con attenzione uno dei petroglifi ritrovati da Risbood e Marathe, si vede come il disegno sia pressoché identico, con l’aggiunta del disco solare. Com’è possibile che una stessa simbologia sia usata in due luoghi così distanti sia fisicamente che temporalmente?

SCARABEO ALATO
AQUILA

Ma le analogie non finiscono qui. Tra i petroglifi indiani recentemente riportati alla luce si vedono anche l’Aquila, antichissimo simbolo di potere e dominio usato dagli Antichi Romani prima, e dai nazisti poi. Ci sono i Pesci, intesi come costellazione e come segno zodiacale, nella stessa identica raffigurazione che ne facciamo ancora oggi (due pesci che nuotano in direzioni opposte uniti da un nastro).

PESCI

C’è una figura umana che tiene due bastoni nelle due mani, che è lo stesso modo con cui gli Inca raffiguravano il dio Viracocha. C’è un’altra figura che invece ha nelle mani nude due tigri: il modo in cui in Mesopotamia e altre civiltà antiche si raffigurava il Signore degli Animali, figura di grande potenza e venerazione. Da ultimo, c’è un’immagine che potrebbe farci pensare ad un canguro, altro animale che non esiste in India ma è autoctono dell’Australia.

Una possibile ipotesi

Fonte: www.earth.com

La conclusione che si può trarre da queste osservazioni può anche far arricciare il naso ai sostenitori della Storia ufficiale, ma di certo ci appare più pertinente delle altre che sono state fin qui tratte. Sembrerebbe quasi che questi petroglifi siano stati tracciati dai superstiti di una civiltà più antica, quella che ha poi tramandato la sua simbologia a tutte le altre civiltà da essa fiorite.

Coloro che disegnarono le rupi del Konkan erano persone abbrutite perché scampate ad una immane catastrofe che aveva posto fine al loro mondo. Lentamente, sarebbero risorte da quell’abbrutimento, portando con se ancora qualche pallido ricordo della grandezza passata. Grandezza che riverbera in segni e simboli che si sono promanati nel tempo, fino ai giorni nostri.

Quegli animali che non esistono in India esistevano in un continente che erano finito sommerso dalle acque dell’Oceano. Forse Atlantide, forse Mu, forse Kumari Kandam, o forse tutti e tre insieme. Per non perdere completamente la memoria di ciò che era stato, quegli uomini impressero i loro ricordi nella roccia, e lo fecero qui, sulle coste occidentali dell’India, e in tutti gli altri luoghi dove si era sparsa la loro diaspora.

Ancora fantarcheologia? Nel regno delle ipotesi, ogni idea è bene accetta, e i petroglifi di Maharashtra sono una scoperta recente, ancora tutta da decifrare. L’augurio è sempre lo stesso, che ogni studio venga portato avanti con la mente ben sgombra da preconcetti e schemi preconfezionati, ma spazi anche dove fa paura andare. Perché di solito è proprio lì che si trova la verità.