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La storia del gigante GogMagog e la nascita di Albione

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Capita spesso di imbattersi in giganti, leggendo le vecchie storie. Beninteso, per vecchie storie intendiamo anche libri più che autorevoli, come la Bibbia. Nella Bibbia si racconta che i giganti fossero creature nate dall’unione di donne umane e creature angeliche. In ebraico si chiamano Nephilim e vissero prima del diluvio e di Noè, per quanto compaiano anche nelle storie di Mosè. Sulla Terra c’è un luogo dove le tracce degli antichi giganti sono più evidenti, ed è la Gran Bretagna. Scopriamo insieme in che modo il gigante GogMagog è coinvolto nella nascita di Albione, e se le storie che lo riguardano sono solo pure invenzioni, oppure no.

Il gigante Gogmagog erano due

Fonte: Wikipedia, Il Gigante di Francisco Goya (1808)

Cominciamo cercando di chiarire un po’ chi era GogMagog, perché di fatto troviamo traccia di questo gigante in tantissime narrazioni e spesso in vesti diverse. Ad esempio, per riprendere il discorso iniziato nelle prime righe, di lui si parla nella Bibbia. Solo che nella Bibbia Gog e Magog sono due cose distinte. Nella Genesi si parla di Magog come del figlio di Japhet. In un altro libro, quello del profeta Ezechiele, Gog è il re di Magog, che in questo caso dunque è un luogo e non una persona. Più avanti Gog e Magog compaiono come segni della fine del mondo nel libro dell’Apocalisse.

Il gigante GogMagog invece è ben altro. Il suo nome secondo alcuni c’entra poco con la Bibbia, visto che secondo Manley Pope, autore del libro “Brut y Brenhinedd” del 1862 (traduzione di cronache più antiche), sarebbe semplicemente una storpiatura del nome Gawr Madoc. Il gigante GogMagog popola infatti la mitologia della Gran Bretagna e si lega addirittura alla fondazione di Albione. Come vedremo, però, qualche legame con i patriarchi biblici lo conserva ugualmente.

Come sempre accade quando andiamo un po’ indietro nel tempo (parecchio indietro) le informazioni che abbiamo sono tante e diverse. Secondo alcune narrazioni, i giganti alla cui stirpe apparteneva GogMagog avevano abitato l’isola di Albione da tempi immemori. La loro origine sarebbe stata un’alleanza sacrilega formatasi tra le 30 figlie dell’imperatore romano Diocleziano. Questi avrebbe voluto darle come spose ad altrettanti valorosi uomini, ma le fanciulle, non volendo sposare contro la loro volontà, progettarono di uccidere i mariti.

Vennero pertanto abbandonate e costrette a viaggiare lontano. Approdarono su un’isola che si chiamò Albione dal nome della più anziana di loro, Albina. Qui esse, in combutta con demoni di varia natura, diedero origine alla stirpe dei giganti. Di questa storia esistono diverse versioni, fino ad arrivare ai tempi di GogMagog.

Bruto e i fuggiaschi di Troia

Fonte: historiesoftheunexpected.com; battaglia tra GogMagog e Corineo raffigurata a Plymouth Hoe

Dopo la guerra di Troia e la tragica sconfitta dell’altera città, non tutti i troiani erano morti ma restavano prigionieri dei Greci. Questo finché Bruto, uno dei discendenti di Enea, decise di liberarli e di cercare con loro una nuova terra in cui vivere. Navigando Bruto giunse sulle coste dell’attuale Inghilterra, dove trovò la popolazione autoctona: i giganti. Il più alto di loro, e il più possente, era il gigante GogMagog. Questo ce lo racconta Goffredo di Monmouth nella sua “Historia Regum Britanniae” (1136). Si dice che GogMagog era alto 12 cubiti (circa 5 metri e mezzo). Un vero gigante.

I giganti non presero bene l’arrivo degli stranieri e GogMagog guidò un assalto contro il campo dei troiani. Questi ultimi però seppero difendersi così bene da ucciderli tutti, tranne il loro capo GogMagog. Questi affrontò allora in singolar tenzone uno dei capitani più valorosi e possenti di Bruto, Corineo. Dapprima riuscì a spezzargli tre costole, ma questo fece infuriare Corineo a tal punto che spintonò il gigante GogMagog gettandolo giù da una scogliera e uccidendolo.

Fonte: notiziein.it; il gigante di Cerne-Abbas

Bruto e i superstiti restarono dunque ad Albione, ognuno di loro ebbe la sua terra e Corineo fondò la Cornovaglia. A ricordo di quella leggendaria battaglia oggi c’è la scogliera chiamata proprio Giant’s Leap. Si trova a Plymouth Hoe e nel 1486 qui vennero disegnate nell’erba due enormi figure, che dovevano essere Corineo e il gigante GogMagog. Un’altra raffigurazione di GogMagog, molto più antica, potrebbe essere il famoso gigante di Cerne Abbas, che si trova nel Dorset. Se credi però che la sua storia si esaurisca qui, ti sbagli.

Il gigante GogMagog e Guglielmo in Conquistatore

Fonte: folklorethursday.com; Dinas Bran, John Laporte

Uno o più autori ignoti scrissero “The History of Fulk Fitz-Warine” tra il 1325 e il 40, dove si riporta la seguente vicenda. Guglielmo il Conquistatore stava viaggiando attraverso la Britannia per conoscere il suo vasto impero e si trovò a passare per il castello di Dinas Bran. Ne chiese la storia ad un uomo del posto, che gli narrò come quel luogo fosse infestato da spiriti malvagi. Pare infatti che il gigante GogMagog, prima di spirare, avesse stretto un patto con il demonio. La sua presenza quindi continuava ad abitare i luoghi da cui pure era stato cacciato.

Uno dei cavalieri di Guglielmo, sir Payn Peverel, decise di passare la notte a Dinas Bran per verificare se quello spirito fosse tanto spaventoso come si raccontava. In effetti lo era, ma il cavaliere impavido riuscì a resistere e a cacciarlo per sempre, bonificando le rovine dalla sua infestazione malvagia. Sir Peverel cercò di farsi rivelare da GogMagog dove avesse sepolto il grande tesoro dei giganti, ma questi non fece in tempo a dirglielo. C’è chi pensa che sia ancora oggi nascosto da qualche parte.

Il gigante GogMagog non ha però trovato pace nei racconti nemmeno con la definitiva sconfitta subita da parte di sir Peverel. Lo troviamo anche in seguito, di nuovo sdoppiato in due, in qualità dei due giganti che vennero catturati e portati come prigionieri nella città fondata da Bruto, Troia Nova, che sarebbe poi diventata Londra. Qui i due giganti vennero assegnati alla guardia del palazzo reale, che sarebbe diventato la London Guildhall, di cui sono stati a lungo il simbolo. Nel libro “The Gigantick History of the Two Famous Giants of Guildhall” (1741) si dice addirittura che questi due giganti fossero GogMagog e Corineo.

Solo storie, oppure…

Fonte: kanat.islam.kz

I giganti non sono mai esistiti, quindi tutte le storie che abbiamo raccontato fin qui sono solo questo, storie. Oppure no? C’è da dire che in Inghilterra, nel corso del tempo, sono stati fatti alcuni ritrovamenti di ossa di dimensioni più grandi del comune che potrebbero anche far venire qualche dubbio che un fondo di verità ci sia. A Saint Michael’s Mount, in Cornovaglia, nel 1761 venne trovato, durante degli scavi minerari, un sarcofago in pietra lungo oltre 3 metri. Dentro c’era uno scheletro di pari dimensioni, che però si dissolse al contatto con l’aria. Anche nel Devonshire fu trovata una bara di poco meno di 3 metri, contenente un uomo di dimensioni giganti.

Altre testimonianze del ritrovamento di scheletri più alti dell’usato vengono dal Mold, Flintshire, nel Galles; dai tumuli tutt’attorno a Stonehenge (che, ricordiamo, Goffredo da Monmouth disse essere stata costruita dai giganti su ordine di mago Merlino) e in tutte le isole britanniche. Nel XII secolo fece grande scalpore il ritrovamento della tomba di re Artù e Ginevra a Glastonbury, e le ossa del sovrano leggendario erano enormi. Non si è mai chiarito però se quel ritrovamento non sia stato altro che una truffa per ridare prestigio all’abbazia a quei tempi in decadenza.

C’è anche chi sostiene che GogMagog non fosse altro che un discendente di quei Titani che avevano combattuto contro Zeus, proveniente da Atlantide nella diaspora che era seguita al suo disgregarsi. Sappiamo infatti che Atlantide fu colonizzata, secondo la narrazione di Platone, da Poseidone, uno degli dei del pantheon greco, e dai suoi figli. La mitologia così, ancora una volta, sfumerebbe in una storia troppo antica per essere ricordata, ma che ha lasciato così tante tracce della sua veridicità da poter essere difficilmente ignorata.

Fonti:

I giganti di Lovelock e la leggenda dei Si-Te-Cah

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Secondo una nota teoria revisionista, confutata dalla scienza ufficiale, i racconti biblici non sono solo racconti. Quando si parla di una razza di giganti, si parla davvero di esseri molto alti, e non a causa di anomalie, esistiti un tempo sulla Terra. Di tale esistenza si è dibattuto a lungo. Chi la nega decisamente rifiuta di prestare credito a molti ritrovamenti, in verità quasi sempre controversi, che sono stati fatti negli ultimi decenni. Parliamo oggi dei giganti di Lovelock, e cercheremo di scoprire se il ritrovamento di quei corpi dai capelli rossi è solo una montatura, o se c’è un fondo di verità.

Una leggenda narrata dai nativi americani

Fonte: www.thoughtco.com

La tribù dei Paiute, che vive in Nevada, si tramanda oralmente, da generazioni, una storia che noi conosciamo in quanto poi è stato posta nero su bianco da una appartenente alla tribù. Sarah Winnemucca, figlia di un capo indiano che dedicò buona parte della sua vita a battersi per i diritti della sua gente, pubblicò nel 1882 il libro “Life Among the Paiutes: Their Wrongs and Claims”. Il suo intento era squisitamente politico, ma tra le altre cose riporta anche una storia. Tale storia, in seguito, ha dato vita a numerose speculazioni, alla luce di alcune scoperte fatte di lì a poco.

Nel libro si parla dei Si-Te-Cah, una popolazione che invase il territorio dei Paiute. Pare che questa gente venisse da oltre il mare, da un’isola lontana. Il nome che i Paiute usavano per indicarli, Si-Te-Cah o Saiduka, significa “coloro che mangiano la tule”. La tule è una pianta acquatica, simile alle canne, che è molto diffusa in America Settentrionale e le cui fibre venivano usate per costruire diversi manufatti, non ultime le canoe. Questa gente era crudele, opprimeva i Paiute. I Si-Te-Cah erano abili guerrieri e praticavano il cannibalismo.

Sui Si-Te-Cah i Paiute dicevano anche un’altra cosa, che però non è riportata nel libro. Questi uomini erano giganti con i capelli rossi, per questo i Paiute li temevano. Ma un giorno, stanchi delle loro angherie (così racconta ancora la leggenda), i Paiute attaccarono i Si-Te-Cah. I giganti si rifugiarono nella caverna di Lovelock: i Paiute li sfidarono ad uscire e a combattere. Ma quelli non uscirono, così i Paiute accesero un fuoco all’ingresso della grotta. I Si-Te-Cah morirono tutti, alcuni asfissiati, altri bruciati. L’ingresso crollò, e così finisce la storia.

Il ritrovamento dei giganti di Lovelock Cave

Fonti: edecoy.org/Pinterest

I giganti di Lovelock potevano restare confinati nella leggenda se non fosse che, nel 1886, un ingegnere minerario, John T. Reid, decise di provare a scoprire se quella caverna esisteva davvero. Con l’ausilio di due minatori, James Hart e David Pugh, scoprì che in effetti c’era una caverna, ma non riuscì ad approfondire i suoi interessi archeologici. Infatti i minatori scoprirono che la caverna, restata inaccessibile per chissà quanto tempo agli uomini, era stata abitata dai pipistrelli. Così era diventata una riserva preziosa di guano di pipistrello, che era un fertilizzante molto usato all’epoca e anche di grande valore, oltre che una componente della polvere da sparo.

La speculazione ebbe così la meglio sull’interesse storiografico e la caverna di Lovelock venne scavata in profondità per prelevare tonnellate del ricco materiale. In tutto questo si prestò ben poca attenzione a preservare l’ambiente per altri studi. Nel frattempo, però, vennero rinvenuti parecchi reperti che dimostravano come quel luogo fosse stato abitato fin da tempi antichissimi. Il primo, vero scavo archeologico della caverna avvenne nel 1912, dopo che Hart e Pug avevano contattato Alfred Kroeber, fondatore del dipartimento di Antropologia dell’Università della California, presumibilmente per vendergli alcuni dei manufatti rinvenuti.

Gli scavi si susseguirono anche negli anni successivi, e furono portati alla luce molti oggetti, la maggior parte dei quali è oggi esposto presso l’Humboldt Museum di Winnemucca, in Nevada. Tra i reperti più notevoli, due papere-esca realizzate proprio con la tule. Ma i ritrovamenti più interessanti sembrano essere spariti nel nulla. I primi scavi infatti avevano portato al ritrovamento di due mummie con capelli rossi, un uomo e una donna, alti ben più di due metri. In seguito furono rinvenute altre mummie, tutte però di altezza normale. Per certo, è stato trovato un sandalo lungo 38 centimetri, anch’esso fatto di fibre di tule.

I giganti di Lovelock Cave

Fonte: greaterancestors.com

Nei decenni successivi ai fatti che abbiamo narrato, la storia dei giganti fu smentita con decisione. Adrienne Mayor nel suo libro “Legends of the First Americans” spiega tutta la faccenda come una montatura. Secondo lei i primi che hanno scavato le caverne di Lovelock avevano mostrato le mummie al pubblico per dare risonanza alla scoperta, spacciandole per quelle di giganti e fomentando questa credenza. I capelli rossi, l’altra vera anomalia dei Si-Te-Cah, sarebbero spiegabili come il deperimento dei pigmenti scuri dei capelli per effetto del tempo e di altri fattori naturali. Insomma, nessun gigante abitò la caverna di Lovelock.

Come testimonianza del fatto che questi giganti siano esistiti restano solo le parole di James Hart, uno dei primi minatori che scavarono la grotta. Lui infatti parlò del corpo di un uomo, alto due metri, con capelli rossi. I sandali di dimensioni spropositate sono tutto ciò, però, che resta di lui. Se resta il dubbio se fossero giganti o meno, sembra però certo che i Si-Te-Cah dei Paiute non sono una leggenda ma siano realmente esistiti. Nella zona attorno al lago Lahontan sono stati trovati resti che testimonierebbero la deprecabile pratica del cannibalismo.

Nel 1931 due articoli pubblicati sul Nevada Review-Miner parlavano di altrettanti ritrovamenti di scheletri dalle dimensioni anomale rinvenuti sul fondo del lago Humboldt, ormai asciutto. Uno misurava addirittura 3 metri, ed era avvolto in una sostanza simile a gomma che ricordava quella usata dagli egizi per imbalsamare le loro mummie. In anni più recenti, nel 2013, i Bigfoot Investigators MK Davis e Don Monroe hanno fotografato l’impronta gigante di una mano dentro la caverna di Lovelock. L’impronta, in seguito, è stata misteriosamente cancellata da sconosciuti vandali. Monroe ha anche mostrato le foto di un teschio, che si trovava a sua detta nei sotterranei del museo Humboldt. Il museo nega di avere mai posseduto quello, o altri teschi.

Un sito di grande importanza

Fonte: www.gear-gear.com

Nel 1984 la caverna di Lovelock, che misura 45 metri di lunghezza e circa 10 di larghezza, è stata inserita nel National Register of Historic Places. La sua eccezionalità deriva dal fatto che per via delle sue particolari condizioni climatiche e ambientali, ha permesso la conservazione pressoché perfetta di materiale organico e inorganico vecchio di migliaia di anni. Si calcola che alcune delle sepolture più antiche possano risalire anche a 9000 anni fa. Tra i reperti, c’è anche un manufatto che secondo gli studiosi potrebbe essere un calendario.

La storia dei giganti di Lovelock Cave, ufficialmente, è solo una leggenda che parla di un popolo primitivo, probabilmente esistito, ma che non aveva alcun carattere di eccezionalità. Restano quelle testimonianze che parlano di ritrovamenti che invece proverebbero il contrario, ma che con il tempo sono andati perduti, o magari sono stati occultati. Insomma, se la storia e la scienza si dicono certe, noi continuiamo a coltivare il ragionevole dubbio che dietro i racconti possa sempre celarsi una verità, per quanto scomoda.

Fonti:

I Menehune delle Hawaii, il vero “piccolo popolo”

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C’era una volta un popolo di giganti, e c’era una volta un popolo di nani. Quante mitologie di tutto il mondo narrano di persone altissime, e di altre piccolissime? Naturalmente, per gli uomini moderni questi non sono che racconti, favole e vaneggiamenti di popoli primordiali che usavano la fantasia più di quanto non usassero la ragione. Eppure, ci sono tante testimonianze sparse per il mondo, non solo racconti ma anche reperti archeologici, che potrebbero far supporre che vi sia un fondo di verità. Alle Hawaii, ad esempio, pare sia esistito un popolo di gente piccolissima, chiamati i “Menehune”.

Abili costruttori dotati di poteri “magici”

Fonte: www.mauiwowifranchise.com

I Menehune fanno parte del folklore delle isole Hawaii e ancora oggi i bambini si divertono moltissimo a sentire le storie che parlano di loro. Questa gente abitava le isole prima che arrivassero i polinesiani, e la loro caratteristica più evidente era la statura estremamente bassa. In media, non misuravano più di 60 centimetri, e si dice che qualcuno non superasse i 15 centimetri. I Menehune erano abili costruttori e amavano molto navigare. Si nutrivano di banane e pesce, infatti eccellevano anche nell’arte della pesca. Di solito si muovevano di notte: soprattutto, erigevano i loro edifici solo alla luce della luna.

Se non erano in grado di terminare una costruzione nell’arco di una sola notte, essi abbandonavano l’impresa. Altre arti in cui erano abili erano il tiro con l’arco, il canto e il ballo. Discreti e silenziosi, avevano plasmato le isole in base alle loro abilità. Tutte favole, naturalmente, in quanto in ogni libro di storia leggerai che le Hawaii erano disabitate prima che vi giungessero i polinesiani. In realtà, è più difficile credere a questa versione dei fatti che all’esistenza dei Menehune. Perché sulle isole ci sono tante costruzioni, abilmente realizzate, che risalgono ad un tempo di gran lunga antecedente all’arrivo dei polinesiani.

Le incredibili opere dei Menehune

Fonte: www.parrishkauai.com

Secondo gli studiosi, le isole Hawaii vennero abitate per la prima volta intorno al 300 dopo Cristo da colonizzatori che provenivano dalle isole Marchesi. Sappiamo però che questi colonizzatori trovarono svariati edifici preesistenti, che esistono ancora oggi e che hanno resistito alla prova del tempo in modo egregio. Impossibile datarli, ma è difficile non pensare che non siano stati eretti dai Menehune. Una delle più notevoli di queste costruzioni si trova sull’isola di Kauai ed è lo stagno Alekoko, detto anche “Menehune Fishpond”.

Questo stagno è una meraviglia dell’ingegneria antica: tra di esso e il fiume si erge un muro fatto di rocce laviche che è lungo 274 metri ed alto un metro e mezzo. Questo muro è una diga che serviva ad isolare i pesci al fine di allevarli. Le pietre provengono da una cava distante 40 chilometri dal luogo in cui si trova lo stagno. Per molti la sua esistenza è inspiegabile, tanto che l’Alekoko Fishpond è stato incluso nel National Register of Historic Places nel 1973. Per le leggende locali, furono i Menehune a costruirlo, passandosi le pietre di mano in mano, in una sola notte.

Un’altra notevole costruzione si trova anch’essa sull’isola di Kauai ed è il Fosso di Kikiaola, anche detto Menehune Ditch (ditch in inglese vuol dire fossato). Si tratta di un fossato lungo 60 metri, costituito da 120 blocchi di basalto perfettamente allineati, che servivano a convogliare l’acqua fino allo stagno per l’allevamento dei pesci. Nel complesso, cioè, stiamo parlando di opere di ingegneria idraulica che potevano essere frutto solo di conoscenze molto avanzate.

Chi erano davvero i Menehune?

Fonte: www.megalithic.co.uk

Infine, sull’isola di Necker si trovano ben 52 siti archeologici che ospitano 33 heiau. Gli heiau erano altari cerimoniali in basalto orientati in base alle costellazioni, formati da piattaforme e pietre erette. Il più grande era formato da 18 pietre erette, di cui oggi ne restano undici, e misura 18 metri per 8. Secondo la gente del posto, sull’isola di Necker i Menehune si rifugiarono quando arrivarono gli invasori polinesiani, e lì si stabilirono fino al tramonto della loro civiltà, o finché non vennero cacciati anche da quel luogo. Secondo qualcuno non se ne sono mai andati, ma restano inosservati e si nascondono dagli altri, vivendo nel folto della foresta senza farsi vedere.

Per la storia ufficiale però, come abbiamo detto, i Menehune non sono mai esistiti. L’unica, timida apertura a favore della loro esistenza è una spiegazione sociale, più che antropologica. Secondo alcuni storici delle Hawaii, come Katharine Luomala e Aletha Kaohi, Menehune era il termine che i tahitiani usavano per indicare gente di basso rango, e non quindi di bassa statura. I tahitiani occuparono le Hawaii intorno al 1100, e trovarono i discendenti dei primi occupanti polinesiani. Li chiamarono Menehune, che in sostanza li etichettava come schiavi, gente molto in basso nella scala sociale. In un censimento del 1820 svolto a Kauai, 65 persone furono censite come autoproclamantesi “Menehune”.

I Menehune, i “veri” nani

Fonte: www.hawaii-guide.com

La spiegazione del termine Menehune come indicativo di uno status sociale infimo non può soddisfare fino in fondo. Resta infatti ancora una domanda senza risposta. Chi ha eretto quelle costruzioni tanto raffinate, che comunque erano già lì ben prima che vi giungessero i polinesiani? Va detto che sulle isole Hawaii non è stato trovato alcun resto di persone molto piccole. Va anche detto però che nel 2003 il ritrovamento di uno scheletro di donna, vecchio di 190.000 anni, e alto meno di un metro, sull’isola di Flores, ha fatto vacillare molte certezze.

Ma, anche non volendo ammettere che i Menehune erano nani, non si può negare che una civiltà tecnologicamente avanzata sia vissuta in quelle isole sperdute in mezzo al Pacifico tanti e tanti anni fa. La pietra è l’unica testimonianza che non può essere negata, né contraffatta. Chi è vento dopo i Menehune, e ha cercato di riparare ciò che loro avevano fatto, non fu in grado di farlo con la stessa bravura e precisione. Come se il mondo, anziché andare avanti, fosse tornato indietro.

Secondo alcuni, sulla scia delle teorie proposte dal colonnello James Churchward, nel Pacifico un tempo è esistito un grande continente di cui le isole sparse, tra le quali le Hawaii, non sono che i frammenti sopravvissuti ad un’immane catastrofe. Quel continente di chiamava Mu e, se ci vogliamo credere, forse i Menehune erano i discendenti degli antichi abitanti di Mu, o forse quelle costruzioni erano state erette proprio dagli abitanti di Mu. Chissà: l’unica cosa certa è che sulle Hawaii ci sono costruzioni che nessuno sa dire da chi siano state erette. Nessuno, tranne le vecchie storie tramandate oralmente attraverso i secoli, quelle storie che ricordano spesso tante cose che noi invece abbiamo dimenticato.

Fonti:

Gli scheletri dei giganti: quei ritrovamenti smentiti o finiti nel nulla

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Uno dei maggiori divertimenti dei cosiddetti “debunkers”, vale a dire coloro che smantellano le notizie fasulle, consiste nel dichiarare dei fake le notizie riguardanti il ritrovamento di scheletri di giganti. Sentirete sempre parlare di “bufale”, ma c’è una cosa da osservare. Queste notizie, in passato, sono state molto numerose. Inoltre, non comparivano su giornaletti scandalistici specializzati in notizie sensazionalistiche, ma su quotidiani quotati e serissimi. Di questi ritrovamenti, in nessun caso, sappiamo che fine abbiano fatto i resti. Proviamo a ricordarne qualcuno dei più clamorosi.

I giganti dell’Iowa

Fonte: greaterancestors.com

Cominciamo il nostro viaggio nello stato dell’Iowa, nel lontano 1897. Un articolo del “The Nebraska Advertiser” del 19 Novembre 1897 riporta le parole di John Wesley Powell all’epoca direttore dello Smithsonian Institution’s Division of Eastern Mounds. Nell’articolo si parla del ritrovamento dello scheletro di un gigante alto oltre due metri nei tumuli dell’Iowa. Questa creatura aveva ancora addosso una collana fatta di denti di orso, e degli ornamenti in bronzo che dovevano decorare le sue vesti. Ahinoi, di questo gigante non resta nulla in quanto le sue ossa si polverizzarono al contatto con l’aria.

Nello stesso articolo si parla di un altro eccezionale ritrovamento. In questo caso, in un altro tumulo, furono scoperti ben 11 scheletri che sedevano in cerchio, dando le spalle alle pareti del tumulo. Al centro vi era un’enorme conchiglia che doveva essere stata usata per bere, e in nicchie nelle pareti vi erano dei contenitori con della polvere color rame. Probabilmente si trattava di carne umana ridotta in cenere, come era usanza comune tra certe tribù di nativi americani.

L’autore del testo si interroga sulla provenienza dei cosiddetti “mound builders”, gli antenati delle tribù attuali che popolarono le Americhe ben prima dell’arrivo dell’uomo bianco. Sottolinea l’analogia con l’Egitto: in Egitto si costruivano piramidi, in America costruirono i loro tumuli ricchi di tesori. Ipotizza che siano discendenza di una delle tribù di Israele, quelle che nacquero a seguito della diaspora umana causata dal Diluvio Universale.

Il gigante di San Diego

Fonte: Pinterest

Nel 1895 in California, a San Diego, venne trovata la mummia di una creatura alta quasi tre metri (2,70 metri). Questa mummia venne venduta allo Smithsonian Institution per una cifra notevole per l’epoca, ben 500 dollari. Fu messa in mostra e dichiarata essere un esemplare di “gigantismo”. Attorno alla testa della mummia c’erano ancora i resti di un cappuccio, i denti davanti erano esposti, e anche la cassa toracica era bene in vista.

Tra l’acquisizione della mummia da parte dello Smithsonian e il momento in cui venne esaminata e poi messa in mostra (possediamo infatti parecchie foto) passarono alcuni anni. Fu solo a questo punto che si dichiarò che quel gigante non era altro che un falso ben confezionato con la “gelatina”. Gelatina? Da quel momento il gigante di San Diego fu archiviato come non autentico, ma ci sono parecchi punti oscuri in questa storia.

Intanto, non si spiega il tempo che intercorse tra il ritrovamento della mummia e gli studi condotti su di essa. C’è inoltre da sottolineare che in quegli anni entrarono a far parte dell’istituzione, e del team di esperti che dovevano esaminare il corpo, alcuni personaggi dichiaratamente contrari a dichiarare che i giganti fossero mai esistiti. Inoltre, perché spendere tanto danaro prima di verificare l’autenticità del reperto? I troppi dubbi ci impediscono di accantonare l’idea che forse quel corpo non era affatto un falso, per quanto oggi non si sappia che fine abbia fatto.

Il gigante dell’Ohio

Fonte: Pinterest

Nel 1899 il giornale “The Middletown Signal” riportò il ritrovamento di un altro scheletro gigante di cui oggi si è persa traccia. Il luogo del ritrovamento era Miamisburg, in Ohio, località in cui vi erano molti altri resti dei cosiddetti “mound builders”. Edward Gebhart e Edward Kauffman stavano scavando delle sepolture quando si imbatterono in un teschio. Ben presto scoprirono che il teschio era collegato ad uno scheletro completo di proporzioni gigantesche, alto 2 metri e mezzo.

La cosa più stupefacente di quei resti è che erano evidentemente fossilizzati, il che stava ad indicare la loro enorme vetustà. Questo però non collimava con la narrazione antropologica ufficiale, secondo la quale nella Preistoria l’uomo era piccolo, scuro, più simile alla scimmia che all’uomo che sarebbe diventato. Quel gigante, con i denti perfettamente conservati e le inquietanti orbite vuote, smentiva tutto questo.

Il suo corpo era deposto rannicchiato, con le ginocchia raccolte e la testa tra di esse. La mandibola era intatta. Nessuno sa dove sia oggi quell’incredibile reperto, scomparso nel nulla come tutti gli altri. In questo caso non si può parlare di bufala, perché fu il professor Thomas Wilson, curatore di antropologia preistorica presso lo Smithsonian Institution, a dichiarare l’autenticità del cranio.

Scomparsi

Fonte: Ancient Origins

L’elenco potrebbe proseguire ancora a lungo attraverso i primi decenni del Novecento. Tra il 1919 e il 1930 vennero condotti i lavori per realizzare in California il canale di Catalina Island. Durante gli scavi vennero scoperti numerosi scheletri, tutti alti tra i due e i tre metri, tra i quali quello di una ragazza. I resti furono fotografati, e confermavano delle leggende diffuse in Messico, che dicevano che sull’isola di Catalina un tempo aveva vissuto una nobile razza di giganti.

Nel 1933 ci fu un altro ritrovamento in Missouri, anch’esso del tutto fortuito, realizzato da un ragazzo che era in cerca di punte di freccia. Lo scheletro misurava due metri e mezzo di altezza e fu fotografato con un uomo di media altezza vicino per dimostrarne le dimensioni. Nel 1959 in West Virginia, a Cresal Mound, durante degli scavi, il dottor Donald Dragoo, curatore della sezione antropologica al Carnegie Museum rinvenne uno scheletro di oltre due metri.

Ne pubblicò una foto in un suo libro, e non vi sono dubbi che fosse autentico. Anche presso il Serpent Mound furono trovati scheletri giganti, così come in molti altri posti. Tutte notizie verificabili tramite le testate giornalistiche dell’epoca. Un po’ troppe, per essere frutto di coincidenze o per essere state create ad arte al fine di avere visibilità.

Appare invece chiaro che anticamente, in America del Nord, viveva una popolazione di persone giganti che sono rimaste nei racconti e nelle leggende come ricordo, ma di cui oggi non vogliamo ammettere l’esistenza. Le bufale, che ci sono state, sono state scoperte (come nel caso del gigante di Cardiff). Sta di fatto che molti altri ritrovamenti sono del tutto autentici, ma c’è chi non vuole crederci. In fondo, è più facile credere ad una bufala, che rimettere in discussione le proprie origini.

Fonti:

Le impronte degli dei: il tempio di Ain Dara

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Come si può ipotizzare di riuscire a ricostruire la storia dell’Uomo, se sovente essa viene occultata per interessi di parte? Ancora peggio, come è possibile ricostruire la storia dell’Uomo se quei reperti che, più di altri, potrebbero raccontarcela, vengono distrutti dalla follia della Guerra? Questo è quello che è accaduto ad un sito archeologico di grande interesse, il tempio di Ain Dara, oggi pesantemente danneggiato, ma ancora fonte di misteri e luogo di grandi domande.

Il tempio di Ain Dara

Fonte: Pinterest

Era il 1955, quindi un’epoca molto recente, quando il tempio di Ain Dara tornò alla luce dopo secoli di oblio, e in modo del tutto fortuito. Venne scoperto un grande leone di pietra, e scavando si scoprì che faceva parte di un complesso di eccezionale bellezza. Gli archeologi ritengono che il tempio di Ain Dara sia stato costruito a partire dal 1300 avanti Cristo: questo vuol dire che ha oltre 3.000 anni. La sua struttura lo rende molto simile ad un altro famoso tempio della storia: quello di Re Salomone.

Ad erigerlo fu, sempre secondo gli studiosi, il popolo dei Sirio-Ittiti. I Sirio-Ittiti vennero a riempire il vuoto di potere venutosi a creare nel mediterraneo orientale alla caduta del grande impero degli Ittiti. Di fatto, essi si consideravano una continuazione dell’Impero Ittita. Come il tempio di Ain Dara ne esistono altri, molto simili, in Siria. Non si sa però con esattezza quali divinità venissero venerate all’interno di queste costruzioni sacre.

Fonte: www.baslibrary.org

Il complesso di Ain Dara si costituisce (anzi, dovremmo dire si costituiva) di un cortile d’ingresso lastricato in pietra, e al cui centro vi era un bacino in pietra rialzato decorato con leoni e sfingi incise e scolpite nel basalto. Seguiva poi un’imponente scalinata, affiancata da sfingi e leoni, che portava al portico. Al portico seguivano due stanze, una più piccola e una più grande. Al di là di queste vi era il sancta sanctorum, ovvero la stanza interna in cui trovava spazio la statua del dio, o qualcosa che comunque lo simboleggiava.

Le impronte degli dei

Fonte: news.artnet.com

Pare che il tempio fosse dedicato alla dea Ishtar, ma non vi è un’attribuzione sicura perché la venerazione della dea potrebbe essere successiva all’erezione del tempio. Ain Dara ha fin dall’inizio dei lavori di scavo affascinato gli archeologi soprattutto per un fatto curioso, che non trova riscontro in altri templi di simile fattura. Nel pavimento del portico sono incise nella pietra tre grandi impronte, ognuna lunga un metro. Due sono adiacenti, un’altra è più avanti, distanziata. Nessuno sa dire a chi appartenessero queste impronte.

Naturalmente, nessuno sostiene che siano vere. Sono state scolpite, ma a quale scopo? L’ipotesi più accreditata ma anche, se vogliamo, un po’ banale, vuole che siano le “impronte degli dei” i quali un tempo camminavano sulla terra. Eppure nelle raffigurazioni delle divinità locali, essi indossano sempre delle scarpe con la punta arricciata. Un’altra ipotesi parla di esseri giganteschi che un tempo popolavano il mondo.

La possibilità dell’esistenza, in tempi remoti, di una popolazione di giganti è avvalorata da un gran numero di resoconti, in primis la Bibbia, che però per lo più vengono ritenuti leggendari. Sono anche stati ritrovati dei resti umani, ma ogni ritrovamento è poi misteriosamente scomparso, o è stato smentito. Le grandi impronte di Ain Dara potrebbero essere un altro indizio, un ricordo o un omaggio a chi era venuto prima, a chi aveva camminato sulla Terra ed era stato creduto un dio per le sue dimensioni, e per le sue capacità.

La distruzione della memoria

Fonte: www.livius.org

Purtroppo oggi la Siria è zona di guerra ed è impensabile avvicinarsi ad Ain Dara, che purtroppo è ridotto ad un cumulo di macerie. Infatti un raid aereo del 2018 distrusse buona parte della facciata, facendola a pezzi. Alcuni guerriglieri inoltre rubarono il leone di pietra che per primo aveva denunciato la presenza di questo prezioso sito. La memoria lentamente viene distrutta, o per dolo o per ignoranza, o semplicemente per la cieca brutalità di un conflitto sanguinoso.

Invece, mai la memoria dovrebbe andare perduta, perché questo è il peggiore reato di cui uomo possa macchiarsi. I bombardamenti, però, non hanno cancellato quelle impronte, che sembrano come i passi presi per una rincorsa: verso il cielo, verso il futuro, per chi li ha tracciati. Essi però, per noi, conducono verso il passato, un passato che può rivelarci chi siamo e, di conseguenza, dove andremo.

Fonte:

Il Cromlech di Mzora, la tomba di Anteo

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Quando si parla di siti megalitici molto spesso si tende a trascurare l’Africa (eccezion fatta che per l’Egitto, s’intende). Invece uno dei luoghi più interessanti, anche alla luce della ricerca delle tracce della perduta Atlantide, si trova in Marocco. Parliamo di un cerchio di pietre, o cromlech, che si può tranquillamente assimilare a Stonehenge. Anzi, c’è chi dice che sia stato costruito dagli stessi uomini che hanno eretto Stonehenge e altri megaliti in Inghilterra, Irlanda e Francia.

Il cerchio di pietre di Mzora

Fonte: dostoyanieplaneti.ru

Il sito archeologico di Mzora (che viene traslitterato spesso anche come Msoura, M’zora, Mezora) si trova in Marocco, non lontano dalle coste atlantiche. Si colloca esattamente a 11 chilometri dalla città di Asilah e a 27 da un altro interessante sito archeologico, le rovine di Lixus. La zona è impervia, lontana da altri luoghi di interesse turistico e di conseguenza difficilmente raggiungibile. Possiamo attribuire a questo la sua scarsa notorietà, nonostante il suo incredibile fascino.

Il cerchio di pietre di Mzoura comprende 168 monoliti eretti e disposti in forma circolare, ma originariamente dovevano essere di più (175). Come sovente accade, il cerchio disegnato non è perfetto ma è più che altro un’ellisse che misura 59,29 metri sull’asse maggiore e 56,18 metri su quello minore. La pietra più alta raggiunge i 5 metri, e si pensa che il sito risalga all’epoca neolitica. Al centro del cerchio vi è un tumulo, con molta probabilità però successivo all’erezione del cromlech.

Il sito iniziò ad interessare viaggiatori e archeologi fin dai primi decenni dell’Ottocento, ma colui che iniziò a fare degli scavi degni di questo nome fu César Luis de Montalban nel 1935. Opera sua sembra essere quella sorta di “croce” che ora si può notare osservando il cromlech dall’alto. Montalban non pubblicò mai gli esiti dei suoi studi in quanto i suoi lavori vennero interrotti dallo scoppio della Guerra Civile in Spagna. Altri scavi furono eseguiti negli anni Cinquanta, da cui emerse il possibile legame con Stonehenge.

Il gigante Anteo

Fonte: dostoyanieplaneti.ru

Paradossalmente, il cerchio di pietre di Mzora era molto più famoso in epoca romana, come testimonia nelle sue cronache lo scrittore Plutarco. Questi redasse nel I secolo dopo Cristo il libro “Vita di Sertorio”, che ripercorreva le vicende di questo condottiero romano. Secondo quel che riposta Plutarco, fu Quinto Sertorio a venire a conoscenza del fatto che al centro del cromlech era sepolto il gigante Anteo. Il generale romano verificò che in effetti lì era sepolto un gigante.

Anteo, secondo la mitologia greca e romana, era il figlio del dio Poseidone e della dea Gea, ovvero della madre Terra. Governò la Libia fin quando non venne ucciso da Ercole/Eracle. In base al resoconto di Plutarco, Sertorio trovò sepolto un essere alto quasi trenta metri (sessanta cubiti, secondo l’unità di misura usata dai romani). Non profanò la tomba, ma lasciò il corpo lì dov’era.

Gli archeologi naturalmente non credono a questa storia, ma pensano che il cromlech fosse diventato il luogo di sepoltura di personaggi importanti per la civiltà locale. C’è però anche chi ha osservato che, come Stonehenge, anche Mzora presenta un orientamento stellare: alcuni pilastri sono infatti collocati in modo da essere orientati verso il tramonto o l’alba dei solstizi e degli equinozi.

Goffredo di Monmouth

Fonte: dostoyanieplaneti.ru

Goffredo di Monmouth è un famoso scrittore britannico vissuto nel medioevo; nel suo libro “Historia Regum Britanniae”, parlando dei megaliti irlandesi, così scrive “i giganti antichi li portarono qui dalle lontane coste dell’Africa, e li collocarono in Irlanda, dove si stabilirono”. Questo rappresenta un altro possibile legame tra Mzora e Stonehenge, e i numerosi altri cerchi di pietre che si trovano nel mondo anglosassone e irlandese. Ad avvalorare questa ipotesi ci sono anche alcune peculiarità costruttive.

Si è calcolato, infatti, che nel disegnare l’ellisse di Mzora si sono usati i rapporti del triangolo di Pitagora, esattamente come accade per i cromlech del Nord Europa. Si può quindi davvero credere che una razza di persone giganti abbia percorso il globo dall’Africa all’Irlanda? Ad avvalorare la presenza dei giganti in Africa, c’è anche un’altra testimonianza. Viene riporta da Peter Kolosimo nel suo libro “Terra senza tempo”.

Qui riporta la vicenda del capitano francese Lafanechère che si trovava di stanza in Marocco, e più precisamente ad Agadir. Qui trovò un deposito di armi da caccia che avevano dimensioni e peso spropositati per un uomo normale. Secondo i suoi calcoli, ci sarebbero voluti uomini alti almeno quattro metri per maneggiare simili attrezzi. Altra testimonianza che parla di giganti in Africa, e più esattamente a Zanzibar, è quella di Marco Polo, il celebre viaggiatore veneziano autore de “Il Milione”.

Sulle coste dell’Atlantico

Fonte: dostoyanieplaneti.ru

Come sempre accade in questi casi, non è facile dare una datazione delle pietre. Il cerchio di pietre di Mzora potrebbe essere molto più antico di quanto non si pensi. Ci sono molti elementi che fanno riflettere: il suo legame con siti simili collocati molto più a nord e la leggenda (ma c’è persino una testimonianza storica) che dice che fosse il luogo di sepoltura di un gigante. E non un gigante qualunque, ma del figlio di Poseidone. Anche Atlante, primo re di Atlantide, era il figlio di Poseidone.

Mzora si trova sulle coste dell’Oceano, a poca distanza dal luogo dove, sempre secondo la narrazione di Platone, avrebbe dovuto trovarsi Atlantide. Secondo molte tradizioni, esisterebbe anche un legame tra la civiltà egizia e l’Irlanda, così come esiste tra i megaliti irlandesi e quelli africani. Mzora è un sito negletto, poco considerato, ma che sembra avere molto da raccontare.

Sappiamo che il Marocco è stato abitato fin dall’8.000 avanti Cristo, e le tribù dei Berberi, che qui vivono, hanno tratti somatici poco simili al resto della popolazione africana. Gli indizi che inducono a pensare ad un’origine remota e ancora da scoprire. Un’origine che qualcuno definirebbe mitologica, ma che forse appartiene solo ad un’altra storia, ancora da scrivere.

Fonti:

La Sardegna e il popolo dei Giganti

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La Sardegna è, insieme alla Sicilia, una delle due principali isole italiane. La Sardegna però, per certi versi, sembra aliena persino all’Italia stessa, possedendo caratteristiche tutte sue peculiari. Poco densamente abitata, conserva tradizioni e memorie che risalgono fino a tempi molto antichi. Numerose leggende locali parlano di un popolo di giganti che abitò anticamente questa terra: e guardando i numerosi siti archeologici presenti si è tentati di credere alle leggende.

Tumbas de sos Gigantes

Fonte: www.luoghimisteriosi.it

Le chiamano le tombe dei giganti: l’archeologia si affanna a precisare che non si tratta altro che di una denominazione fantasiosa. Non sono tombe in cui sono stati seppelliti dei giganti. Sono solo tombe monumentali in cui venivano sepolte molte persone. In dialetto locale vengono chiamate “Tumbas de sos Gigantes” e sono sparpagliate un po’ ovunque sull’isola, insieme agli altrettanto celebri nuraghe. Entrambe queste costruzioni megalitiche risalgono a quella che viene definita proprio “età nuragica”, svoltasi circa 2000 anni prima di Cristo.

Chi abitò la Sardegna in questi tempi remoti? In realtà la risposta a questa domanda resta avvolta nel mistero. C’è chi parla degli Shardana, i cosiddetti “popoli del mare” sul cui conto non si sa molto di più, se non che fossero abili navigatori. Quello che abbiamo per certo sono le strutture in pietra, e le statue, che questi antichi abitanti della Sardegna hanno eretto, in grande numero, hanno caratteristiche che ricordano le antiche città peruviane attribuite agli Incas.

Esattamente come i siti megalitici del Perù, le tombe e i monumenti sardi presentano caratteristiche che lasciano affascinato anche l’osservatore moderno. Ci sono due tipi di tombe dette “dei giganti”. Il primo tipo è detto dolmenico e si caratterizza per la presenza di una stele centrale. Il secondo tipo è detto a filari. Anche in questo caso si ha una stele centrale che però si amalgama con maggiore naturalezza con le altre pietre disposte ai lati. Dietro la stele centrale c’è sempre la camera funeraria vera e propria, alla quale si accede attraverso una piccola porta, presente nella stele centrale.

Peculiarità delle tombe

Fonte: Wikipedia

Alcune delle pietre di cui sono costituite le tombe raggiungono anche i 30 metri di altezza. Considerando che si pensa siano state erette in un periodo compreso tra il 3300 e il 700 avanti Cristo, si fa davvero fatica ad immaginare come questi uomini, vissuti così anticamente, siano riusciti ad erigere strutture tanto monumentali. Una delle tombe più intriganti e famose è quella di Coddu Vecchiu, situata nel comune di Arzachena.

Ciò che maggiormente lascia interdetti è soprattutto l’incapacità di comprendere fino in fondo la natura dei rituali funebri degli antichi abitanti della Sardegna. Si pensa che la porticina aperta nella stele centrale servisse come passaggio per l’anima verso l’altro mondo. C’è però anche chi ipotizza che i luoghi in cui vennero costruite le tombe fossero ricettacoli di energia terrestre, che in qualche modo dovevano essere sfruttati.

Le costruzioni, secondo certe interpretazioni, ricreavano la forma delle corna di un Toro, e infatti nella maggior parte dei casi sono orientate verso al costellazione del Toro. Quindi, così come accade spesso per le costruzioni antiche, il luogo di erezione veniva scelto con cura per incanalare certe energie in grado di ringiovanire, guarire, curare, e di favorire il passaggio all’oltretomba delle anime dei defunti.

Nuraghe e giganti

Fonte: www.sardiniapost.it

Ci sono però altri misteri in terra sarda. Abbiamo parlato, oltre che delle tombe, anche dei nuraghe. Nel caso di queste costruzioni non sappiamo con esattezza neppure a cosa servissero: ce ne sono addirittura migliaia, tutti posizionati in punti strategici, spesso in modo tale che dall’uno potesse essere visibile quello adiacente. Per questo si è avanzata l’ipotesi che fossero roccaforti di difesa e di avvistamento.

Secondo altre interpretazioni, erano magazzini per le provviste, tombe, luoghi di osservazione astronomica, templi. La forma dei nuraghi è quella di un tronco di cono, e sono fatti di pietre accatastate le une sulle altre. Ricordano un po’ le torri circolari irlandesi. Ci sono poi i pozzi, come quello, famosissimo, di Santa Cristina. Sono luoghi, sempre costruiti con pietre perfettamente squadrate, che portano alle sorgenti. Luoghi sacri, senza dubbio.

L’ultimo tassello del grande mistero della preistoria sarda è costituito dai giganti di Mont’e Prama. Sono sculture estremamente inquietanti, alte tra i 2 e i 5 metri, che vennero ritrovate ridotte in numerosi frammenti negli anni Settanta. Sembrano essere le statue antropomorfe più antiche di sempre, dopo quelle egizie, e raffigurano soldati, arcieri, lottatori. Non è possibile dare loro una datazione precisa. Alcune delle statue sono state ricostruite.

Il loro aspetto è molto inquietante. Hanno grandi occhi tondi e vuoti, la bocca è quasi inesistente, il collo spesso ha forma allungata. Nessuno sa a cosa servissero.

La vera “isola misteriosa”

Fonte: www.gaveena.com

Ad aggiungere mistero al tutto, ci sono le storie che parlano di scheletri giganti, denti giganti, ossa giganti ritrovate in passato e poi fatte scomparire dalle autorità costituite. Le molte anomalie che si riscontrano a livello archeologico in Sardegna, e soprattutto il fatto che non si possa dare una definizione più precisa a quella che viene definita semplicemente “civiltà nuragica”, fa sì che resti spazio per tante ipotesi.

Così c’è chi ha pensato che l’isola fosse ciò da cui Platone trasse ispirazione per il racconto leggendario di Atlantide. Oppure, si può pensare che la Sardegna fu uno dei primi luoghi di approdo dei fuggiaschi di Atlantide. che costruirono i nuraghi per restare in guardia contro un pericolo che veniva da ovest. I vuoti occhi delle statue dei giganti fissano un punto che non esiste più? Chissà. Le loro bocche, così inconsistenti, non possono rispondere alle nostre domande.

Fonti:

Le Fortezze delle Fate: luoghi da non profanare

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L’Irlanda è la terra dove, più che in ogni altro Paese, si fa ancora sentire molto forte l’impronta culturale celtica. Quelle che per noi sono “favole e leggende”, per la popolazione irlandese sono invece ancora delle storie vive, che vengono dal passato ma agiscono ancora sul presente. Tra le molte costruzioni avite che popolano il suolo irlandese ci sono i cosiddetti “Ringfort“, o fortezze ad anello. Scopriamo perché li chiamano anche “fortezze delle Fate” e perché sono luoghi da non profanare.

I Ringfort, o Fortezze ad anello

Fonte: Flickr

Nel mese di marzo del 2019 l’architetto Keith O’Faoláin ha deciso di sobbarcarsi un compito encomiabile, che lo terrà occupato fino al mese di Agosto del 2022. Si è creato un account sul social network Instagram e su Twitter, dove ogni giorno pubblica una foto satellitare di un ringfort. Ha deciso di selezionarne “solo” 29.772, quelli dei quali ha potuto tracciare le coordinate con maggiore precisione. Già così si è accollato un’impresa improba: ma sappi che i ringfort sono molti, molti di più.

In questo articolo ci concentreremo solo su quelli che si trovano in Irlanda, ma ce ne sono anche in Inghilterra e in Scandinavia. Semplificando, diciamo che sono costruzioni circolari di cui non sappiamo con esattezza lo scopo. Non sappiamo nemmeno quando furono costruiti, in quanto esistono tre possibili datazioni. Potrebbero risalire all’Età del Ferro, e quindi ai primi secoli prima di Cristo, oppure essere più recenti, essendo stati costruiti nel primo Medioevo o nel X secolo.

In tutto si calcola che ci siano almeno 60.000 ringfort nella sola Irlanda. Essi vengono distinti in diverse tipologie. In generale, si tratta di un recinto circolare di svariati metri di diametro (da 30 a oltre 70) fatto con legno o siepi, al cui interno si trovano una o più abitazioni. Il ringfort poteva essere circondato da un fossato, oppure essere costruito su una collinetta. Si suppone che anche la collina di Tara potesse essere una fortezza ad anello.

Il ringfort fatto di terra era detto “rath” e il “lios” era lo spazio interno; quello costruito in pietra era detto “caiseal” o “cathair”. Molte delle fortezze ad anello avevano anche un passaggio sotterraneo detto “souterain”, il quale veniva scavato nella pietra o ricavato dalla presenza di caverne naturali. Probabilmente veniva usato come rifugio in occasioni eccezionali, mentre di norma era una sorta di dispensa.

Le fortezze delle Fate

Fonte: www.nicholloils.com

I ringfort sfuggono ad una comprensione assoluta da parte di storici e archeologi, che fanno tante ipotesi senza però trovare una spiegazione univoca. Potrebbe sembrare strano, visto che ce ne sono così tanti. Il fatto è che normalmente gli studiosi locai sono restii a scavare troppo in profondità o ad indagare con troppa curiosità. Questo perché potrebbero incorrere nella maledizione delle Fate.

Se infatti vogliamo prestar fede ai racconti della tradizione irlandese, una spiegazione univoca alle fortezze ad anello esiste. Essi sono dette “Fairy Fort”, Fortezze delle Fate, perché fu qui che i leggendari abitanti dell’Irlanda precristiana, i Tuatha de Danann, si ritirarono nel momento in cui vennero scacciati e sconfitti. Da dominatori del mondo terreno si tramutarono in creature ultraterrene: fate e folletti (i leprecauni). E abitarono queste fortezze, che sono un po’ un portale tra i mondi.

Esattamente come i celeberrimi “cerchi delle fate”, che vengono disegnati da elementi naturali come i funghi, le fortezze delle Fate sono luoghi di grande potere. Le fate li difendono in modo strenuo, affinché gli uomini non possano violare i confini del loro reame. Sempre secondo la tradizione, ad erigerli furono dei giganti. I folletti celano qui il loro oro, e non è inusuale vedere strane luci o sentire suoni soprannaturali provenire dai ringfort.

Tutti sanno che chi osasse violare uno di questi luoghi subirebbe la punizione delle fate. Si potrebbe andare da una semplice perdita di un capo di bestiame, fino ad infortuni più gravi e alla morte stessa. Ecco perché nessuno riesce a dare una definizione maggiore alla storia delle fortezze ad anello. Forse erano luoghi di difesa, luoghi di culto, luoghi per ricoverare il bestiame. Forse. Di certo sono protetti dalle fate, ed è bene non farle arrabbiare.

La vendetta delle Fate

Fonte: Pinterest

Come è noto, e come ben descrive sir James Barry nei suoi libri su “Peter Pan”, le fate sono creature dolci e frivole ma anche molto vendicative, quando vogliono. Si raccontano episodi davvero sconvolgenti sulle loro fortezze. Nel 1992 Sean Quinn voleva estendere la cave a cui stava lavorando, e così facendo si inoltrò all’interno della Aughrim Wedge Tomb, una fortezza ad anello che si trova in County Cavan. Quinn fu avvisato di non profanare il luogo, ma non credeva nella fate e non prestò orecchio agli ammonimenti altrui.

Così proseguì gli scavi, ma presto capitarono una serie di disgrazie che lo fecero finire in bancarotta. Tutti i bene informati sanno che ciò è accaduto per via della maledizione della Fate. Solo pochi anni fa una società statunitense, la West Pharmaceutical, decise di costruire una fabbrica sul luogo in cui sorge una fortezza delle Fate chiamata “Knockhouse”.

Knochouse ringfort è uno dei più importanti tra tutte le fortezze ad anello, in quanto è uno dei più antichi. Lo scrittore Eddie Lenihan scrisse una lettera ai dirigenti della società, mettendoli in guardia: non avrebbero mai dovuto profanare quel luogo, pena immani sciagure. La gente del posto si rifiutò di lavorare al progetto, segno che la faccenda era molto seria. Non sappiamo come si sia comportata la West Pharmaceutical, ma se ha ignorato l’avvertimento di certo non se l’è passata molto bene.

L’ultimo episodio risale al 2017, quando una buca sull’asfalto apertasi all’improvviso su una strada, dopo essere stata riparata, si è aperta di nuovo. Pare che la strada in questione, la N22, passasse in prossimità di molte fortezze della fate. Il danno doveva essere causato da “fate al lavoro” che era bene lasciare indisturbate, disse Danny Healy-Rae, severo politico locale. Diede ordine di non intervenire oltre, pena subire la furia delle fate.

Un mistero che parla di magia

Fonte: Imgur

L’Irlanda è una terra magica, e nei suoi Fairy Fort si cela una magia antichissima, che risale ai tempi primordiali. Ci piace che questi luoghi restino avvolti dal mistero e dal fascino del folklore, senza dimenticare mai che dietro i racconti leggendari si cela sempre una verità che i nostri prosaici occhi moderni non sono in grado di vedere, o si rifiutano di vedere.

Queste fortezze circolari, che esistono a migliaia, sono davvero il punto di congiunzione tra due mondi. Anziché scavarli ed analizzarli, potremmo provare ad osservare e ascoltare. Chissà che quelle storie di giganti, fate e folletti, non finiscano per dimostrarsi molto più concrete di quanto non siamo disposti a credere.

Un Gigante che è esistito davvero: la strana e commovente storia di Kap Dwa

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Gli antichi racconti, miti e leggende sono ricolmi di storie di giganti. I giganti non erano solo uomini più alti del normale. Erano esseri colossali con poteri sovrumani. In molti casi erano considerati semidei: se ne parla persino nella Bibbia, dove sono chiamati Nephilim. In tempi più recenti ci sono stati anche ritrovamenti di corpi di giganti, anche se in genere si dice si tratti di bufale. C’è un solo corpo mummificato che si ritiene vero, ed è quello di un gigante che è esistito realmente. La strana e commovente storia di Kap Dwa non è del tutto chiara, ma vale la pena di essere narrata.

Il gigante della Patagonia

Fonte: www.disclose.tv

La cosa più straordinaria che riguarda Kap Dwa è che non solo il suo corpo, che è alto circa 3 metri e mezzo, è stato riconosciuto come autentico. Ancora oggi può essere ammirato, in quanto fa parte della collezione di Robert Gerber “Bob’s Side Show” di proprietà della società The Antique Man Ltd di Baltimora, negli Stati Uniti. Ecco come questo gigante – che sembra avere origine in Patagonia – è giunto fin qui.

Una prima storia che si racconta sul suo conto risale al XVII secolo e dice che un vascello spagnolo catturò il povero Kap Dwa durante un viaggio fino alla Patagonia. Il gigante fu fatto prigioniero per essere riportato in patria. Il suo aspetto non era straordinario solo per via della sua incredibile altezza. Kap Dwa aveva anche due teste.

Però i marinai maltrattavano la creatura, che ad un certo punto si decise a fuggire. Il suo tentativo finì male: i marinai lo colpirono con una fiocina in pieno petto e lo uccisero. In seguito il suo corpo mummificato fu portato in Inghilterra, dove se ne ha traccia intorno al XIX secolo. La storia che racconta il signor Gerber, però, è diversa.

Pare infatti che Kap Dwa sia stato trovato su una sperduta spiaggia del Paraguay (non Patagonia, quindi). Il povero gigante era già morto, con una lancia conficcata nel petto. Il corpo fu condotto in Inghilterra, dove entrò a far parte della collezione del Museo di Blackpool. La mummia venne usata in varie esibizioni, per poi giungere in America ed entrare a far parte della collezione del signor Gerber.

Un freak o un vero gigante?

Fonte: www.disclose.tv

A lungo si è pensato che Kap Dwa non fosse altro che uno dei tanti fenomeni da baraccone, un “freak” per usare il termine inglese, che andavano tanto di moda tra XVIII e XIX secolo. Spesso si trattava di persone con deformità reali che venivano mostrate al pubblico in una sorta di “circo delle stranezze”: il più famoso era il circo Barnum.

A volte, però, i freaks venivano artefatti. Si trattava di un’opera di tassidermia: si prendevano varie parti di diversi corpi umani e animali (un po’ come nella storia di Frankenstein). I corpi così composti venivano mostrati ad un pubblico pagante come veri “mostri”, ma non si trattava altro che di falsi ben costruiti (e a volte neanche tanto bene). Questo però non sembra essere il caso del nostro Kap Dwa.

Chi ha esaminato il corpo, ha detto di non aver trovato alcun segno di sutura. Le due teste sembrano genuinamente essere attaccate entrambe al busto, e nessuna delle due è stata aggiunta con un intervento successivo. La mummia fu esaminata svariate volte dagli anni Trenta ai Sessanta, e nessuno mai ha dubitato della sua genuinità. Pare che uno studente della Johns Hopkins University abbia anche eseguito una risonanza magnetica. Anche in questo caso il corpo è apparso autentico.

Kap Dwa dunque era un essere che è nato e vissuto esattamente con l’aspetto che ora conserva per l’eternità, con la sua altezza di oltre 3 metri e le sue due teste. La domanda successiva è: si tratta solo di un’anomalia nella normale conformazione fisica di un essere umano, oppure Kap Dwa è uno degli ultimi discendenti di una razza di giganti?

Chi era davvero Kap Dwa

Fonte: www.pianetablunews.it

Purtroppo dare una risposta a questo quesito è impossibile: ognuno di noi può solo provare a fare le supposizioni che gli sembrano più sensate. La scienza medica ci dice che è possibile che una creatura nasca con due teste, o con altri organi “doppi”. Una simile anomalia comprometterebbe in modo determinante le aspettative di vita, ma non è impossibile, anzi, è più frequente di quanto non si creda.

L’altezza di Kap Dwa invece sarebbe qualcosa di davvero inedito. Anche se ci sono persone molto alte, molto più della media, la persona più alta del mondo finora è stato Robert Wadlow, morto nel 1940. Wadlow aveva raggiunto un’altezza di 2 metri e 72 centimetri. Ben lungi dall’uguagliare i 3,50 metri di Kap Dwa (nome che in malese vuol dire “due teste”).

Dobbiamo dunque escludere a priori che questo povero corpo mummificato non sia piuttosto la prova concreta di tanti racconti che girano da secoli? E racconti non solo leggendari. Ci sono le testimonianze di alcuni marinai olandesi guidati dal capitano Sebalt de Weert, il quale certificò sul suo diario di bordo di aver visto dei giganti oltre lo stretto di Magellano. Era il XVI secolo, quindi all’incirca l’epoca in cui Kap Dwa fu ritrovato.

Ci sono anche degli scritti conservati nella Biblioteca Vaticana che raccontano di una razza di giganti che avrebbe abitato in Sud America, che, secondo i missionari, erano stati uccisi dagli Aztechi. Insomma, c’è il caso che Kap Dwa fosse più di un “freak”, di un’anomalia, come ci piace etichettare tutto ciò che non rientra nei nostri canoni mentali.

The Antique Man Ltd. ha un sito web che puoi visitare. Nella sezione “Bob’s Side Show” puoi vedere catalogato, insieme ad un gomitolo gigante e al guanto usato da Freddy Kruger nella serie di film “Nightmare”, anche il corpo di Kap Dwa. La didascalia dice che Barnum cercò invano, più volte, di acquistarlo. Il povero gigante avrebbe meritato di certo sorte migliore. Ma, se vuoi, puoi andare a verificare con i tuoi occhi la sua concretezza.

Coppe o urne: l’affascinante mistero della Piana delle Giare

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Nella zona sud occidentale dell’Asia, nella regione del Laos, si trovano numerosi siti archeologici che da quasi un secolo appassionano gli studiosi. Di recente sono stati fatti nuovi ritrovamenti che hanno reso ancora più fitto l’enigma che i ricercatori cercano di svelare. Ancora non si è capito se i reperti sparsi per chilometri e chilometri fossero enormi coppe o urne: l’affascinante mistero della Piana delle Giare deve ancora essere risolto.

La Piana delle Giare

Fonte: Atlas Obscura

I primi ritrovamenti vennero effettuati già agli inizi del Novecento, ma fu solo intorno agli anni Trenta che un’archeologa francese, Madeleine Colani, cominciò a fare studi più approfonditi e ad avanzare le prime ipotesi. Nella parte settentrionale del Laos si trova l‘altipiano di XiangKhoang, detto anche del Tranninh. Questo è un luogo molto fertile, caratterizzato da montagne e colline verdeggianti e vaste estensioni di foresta pluviale.

Su questo territorio si trovano dei curiosi manufatti il cui scopo resta ancora ignoto. Si tratta di grandi orci costruiti in pietra, per lo più in arenaria. Hanno forma svasata, più stretta in cime e più larga alla base. Dall’imboccatura sembra che avessero dei coperchi, ma non sono stati ritrovati: si suppone fossero fatti in materiali deperibili, ad esempio in vimini.

All’insieme dei siti archeologici che sono stati rinvenuti poco alla volta è stato dato il nome di “Piana delle Giare”, la quale sono da luglio 2019 è diventata uno dei siti Patrimonio dell’Umanità voluti dall’UNESCO. Oltre alle giare sono stati ritrovati dei dischi decorati sepolti per lo più a faccia all’ingiù. Le giare invece non hanno decorazioni, tranne che in un unico, singolo caso. Questa giara ha un bassorilievo che raffigura un uomo-rana.

Intorno alle giare sono stati ritrovati alcuni monili, altre giare più piccole fatte in argilla (delle sorta di miniature) e resti umani. Si suppone però che gran parte degli oggetti che ci potevano essere siano stati predati nel corso dei secoli. Le giare vengono infatti datate tra il 500 avanti Cristo e il 500 dopo Cristo. Le più antiche risalgono dunque ad oltre 2000 anni fa.

Oltre 400 giare dallo scopo oscuro

Fonte: Atlas Obscura

I più recenti rinvenimenti nella zona risalgono ad appena pochi anni fa. Nel 2016 gli archeologi Dougald O’Reilly e Nicholas Skopal, provenienti dalla Australian National University, annunciarono di aver trovato ben 15 nuovi siti con oltre 140 giare mai scoperte prima. Questo ha fatto salire il numero complessivo degli enormi recipienti a più di 400, ma soprattutto apre la strada a nuove scoperte.

Chissà quante sono in tutto le giare sparse per il territorio: un territorio difficile da esplorare in quanto costellato anche da bombe inesplose gettate dai soldati Americani tra gli anni Sessanta e Settanta. Questo fatto ha reso sempre molto difficili le operazioni di scavo, e dare una risposta univoca ai molti quesiti che i curiosi manufatti suscitano non è facile.

Ogni giara può essere alta da una cinquantina di centimetri fino a tre metri: alcune sono davvero imponenti e pesano svariate tonnellate. Le cave da cui sono state scavate non sono distanti, ma comunque il trasporto deve aver richiesto uno sforzo improbo. Non si hanno notizie di insediamenti umani sull’altopiano di XiangKhoang nell’Età del Bronzo, quindi non si sa esattamente chi abbia costruito le giare, né come. Sembrano infatti scolpite con utensili di ferro, che però all’epoca non avrebbero dovuto esistere.

L’ipotesi più accreditata, già avanzata a suo tempo dalla Colani, è che questi contenitori fossero delle sepolture. I corpi venivano messi all’interno delle giare per decomporsi e poi essere cremati. Questo spiegherebbe la presenza di resti umani e darebbe una risposta plausibile, ma non del tutto soddisfacente.

Coppe o recipienti per i giganti

Fonte: Daily Mail

I grandi dischi interrati, decorati con cerchi concentrici, figure geometriche o forme animali, sono quindi stati interpretati come pietre tombali. Non si capisce però perché si trovino con la faccia incisa rivolta verso il basso. La spiegazione che viene data alla presenza delle giare dalla gente del posto è molto diversa e affonda – come spesso accade – nella leggenda.

Un tempo vi era un grande sovrano in questa zona del Laos: si chiamava Khun Jeuam, era buono e saggio ed era un gigante. Esisteva anche un altro sovrano, Chao Angka, il quale invece era malvagio ed opprimeva la sua gente. Khun Jeuam perciò gli dichiarò guerra e ci fu una grande battaglia, a seguito della quale il bene trionfò sul male.

Una volta abbattuto il suo avversario, Khun Jeuam decise di festeggiare. Invitò dunque i suoi uomini ad un sontuoso banchetto dove scorrevano fiumi di vino di riso, detto lao lao. Le giare sono le coppe usate dai giganti per festeggiare la vittoria, e sono rimaste in terra, proprio come bicchieri lasciati disordinatamente su un tavolo dopo un lauto pasto.

Naturalmente gli archeologi non prestano alcuna attenzione a questa versione dei fatti, ma hanno avanzato anche un’ipotesi alternativa a quella dei siti di sepoltura. Si pensa che forse le giare servissero a raccogliere l’acqua piovana, che veniva poi bollita e data ai viandanti. L’uso sepolcrale potrebbe essere anche di molto successivo all’effettiva costruzione dei recipienti in pietra.

Un enigma irrisolto

Fonte: New Atlas

Così come accade per molti altri siti archeologici che a noi moderni non dicono molto, non è facile dare una collocazione precisa alle enigmatiche giare del Laos. Dire con certezza a cosa servissero non è possibile, poiché non abbiamo elementi tali da dare una risposta definitiva. Forse erano davvero luoghi di sepoltura, o forse no. Magari avevano uno scopo che non possiamo neppure lontanamente immaginare.

Delle giare non sappiamo quasi niente. Non sappiamo come vennero costruite e poi spostate nei siti dove si trovano oggi; non sappiamo chi le usasse, o perché. Ignoriamo perché siano state costruite in un numero così elevato, o quale significato avessero le incisioni sui dischi in pietra che non sono coperchi (secondo gli studiosi). Ignoriamo anche perché solo una delle giare rinvenute finora riporti una decorazione.

Forse prestare orecchio alle vecchie storie potrebbe essere utile una volta di più, ovvero capire che possiamo avvicinarci alla verità solo se abbandoniamo il nostro modo di ragionare e cerchiamo invece di recuperare la filosofia di vita dei nostri antenati, che era di certo profondamente diversa dalla nostra. E se quelle giare non fossero affatto giare? Se fossero servite per scopi per noi ormai inattingibili?

Ci resta nella mente l’accattivante immagine di una mano gigante che si abbevera a quelle coppe antiche. Viste dall’alto le giare sparpagliate sembrano i residui di un mondo che più non è e che ha incontrato una fine repentina e caotica. Le ricerche e gli studi proseguono, seppure a fatica, e chissà che tra le giare ancora da scoprire non si trovi un indizio determinante per sciogliere infine questo affascinante enigma.