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La storia del gigante GogMagog e la nascita di Albione

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Capita spesso di imbattersi in giganti, leggendo le vecchie storie. Beninteso, per vecchie storie intendiamo anche libri più che autorevoli, come la Bibbia. Nella Bibbia si racconta che i giganti fossero creature nate dall’unione di donne umane e creature angeliche. In ebraico si chiamano Nephilim e vissero prima del diluvio e di Noè, per quanto compaiano anche nelle storie di Mosè. Sulla Terra c’è un luogo dove le tracce degli antichi giganti sono più evidenti, ed è la Gran Bretagna. Scopriamo insieme in che modo il gigante GogMagog è coinvolto nella nascita di Albione, e se le storie che lo riguardano sono solo pure invenzioni, oppure no.

Il gigante Gogmagog erano due

Fonte: Wikipedia, Il Gigante di Francisco Goya (1808)

Cominciamo cercando di chiarire un po’ chi era GogMagog, perché di fatto troviamo traccia di questo gigante in tantissime narrazioni e spesso in vesti diverse. Ad esempio, per riprendere il discorso iniziato nelle prime righe, di lui si parla nella Bibbia. Solo che nella Bibbia Gog e Magog sono due cose distinte. Nella Genesi si parla di Magog come del figlio di Japhet. In un altro libro, quello del profeta Ezechiele, Gog è il re di Magog, che in questo caso dunque è un luogo e non una persona. Più avanti Gog e Magog compaiono come segni della fine del mondo nel libro dell’Apocalisse.

Il gigante GogMagog invece è ben altro. Il suo nome secondo alcuni c’entra poco con la Bibbia, visto che secondo Manley Pope, autore del libro “Brut y Brenhinedd” del 1862 (traduzione di cronache più antiche), sarebbe semplicemente una storpiatura del nome Gawr Madoc. Il gigante GogMagog popola infatti la mitologia della Gran Bretagna e si lega addirittura alla fondazione di Albione. Come vedremo, però, qualche legame con i patriarchi biblici lo conserva ugualmente.

Come sempre accade quando andiamo un po’ indietro nel tempo (parecchio indietro) le informazioni che abbiamo sono tante e diverse. Secondo alcune narrazioni, i giganti alla cui stirpe apparteneva GogMagog avevano abitato l’isola di Albione da tempi immemori. La loro origine sarebbe stata un’alleanza sacrilega formatasi tra le 30 figlie dell’imperatore romano Diocleziano. Questi avrebbe voluto darle come spose ad altrettanti valorosi uomini, ma le fanciulle, non volendo sposare contro la loro volontà, progettarono di uccidere i mariti.

Vennero pertanto abbandonate e costrette a viaggiare lontano. Approdarono su un’isola che si chiamò Albione dal nome della più anziana di loro, Albina. Qui esse, in combutta con demoni di varia natura, diedero origine alla stirpe dei giganti. Di questa storia esistono diverse versioni, fino ad arrivare ai tempi di GogMagog.

Bruto e i fuggiaschi di Troia

Fonte: historiesoftheunexpected.com; battaglia tra GogMagog e Corineo raffigurata a Plymouth Hoe

Dopo la guerra di Troia e la tragica sconfitta dell’altera città, non tutti i troiani erano morti ma restavano prigionieri dei Greci. Questo finché Bruto, uno dei discendenti di Enea, decise di liberarli e di cercare con loro una nuova terra in cui vivere. Navigando Bruto giunse sulle coste dell’attuale Inghilterra, dove trovò la popolazione autoctona: i giganti. Il più alto di loro, e il più possente, era il gigante GogMagog. Questo ce lo racconta Goffredo di Monmouth nella sua “Historia Regum Britanniae” (1136). Si dice che GogMagog era alto 12 cubiti (circa 5 metri e mezzo). Un vero gigante.

I giganti non presero bene l’arrivo degli stranieri e GogMagog guidò un assalto contro il campo dei troiani. Questi ultimi però seppero difendersi così bene da ucciderli tutti, tranne il loro capo GogMagog. Questi affrontò allora in singolar tenzone uno dei capitani più valorosi e possenti di Bruto, Corineo. Dapprima riuscì a spezzargli tre costole, ma questo fece infuriare Corineo a tal punto che spintonò il gigante GogMagog gettandolo giù da una scogliera e uccidendolo.

Fonte: notiziein.it; il gigante di Cerne-Abbas

Bruto e i superstiti restarono dunque ad Albione, ognuno di loro ebbe la sua terra e Corineo fondò la Cornovaglia. A ricordo di quella leggendaria battaglia oggi c’è la scogliera chiamata proprio Giant’s Leap. Si trova a Plymouth Hoe e nel 1486 qui vennero disegnate nell’erba due enormi figure, che dovevano essere Corineo e il gigante GogMagog. Un’altra raffigurazione di GogMagog, molto più antica, potrebbe essere il famoso gigante di Cerne Abbas, che si trova nel Dorset. Se credi però che la sua storia si esaurisca qui, ti sbagli.

Il gigante GogMagog e Guglielmo in Conquistatore

Fonte: folklorethursday.com; Dinas Bran, John Laporte

Uno o più autori ignoti scrissero “The History of Fulk Fitz-Warine” tra il 1325 e il 40, dove si riporta la seguente vicenda. Guglielmo il Conquistatore stava viaggiando attraverso la Britannia per conoscere il suo vasto impero e si trovò a passare per il castello di Dinas Bran. Ne chiese la storia ad un uomo del posto, che gli narrò come quel luogo fosse infestato da spiriti malvagi. Pare infatti che il gigante GogMagog, prima di spirare, avesse stretto un patto con il demonio. La sua presenza quindi continuava ad abitare i luoghi da cui pure era stato cacciato.

Uno dei cavalieri di Guglielmo, sir Payn Peverel, decise di passare la notte a Dinas Bran per verificare se quello spirito fosse tanto spaventoso come si raccontava. In effetti lo era, ma il cavaliere impavido riuscì a resistere e a cacciarlo per sempre, bonificando le rovine dalla sua infestazione malvagia. Sir Peverel cercò di farsi rivelare da GogMagog dove avesse sepolto il grande tesoro dei giganti, ma questi non fece in tempo a dirglielo. C’è chi pensa che sia ancora oggi nascosto da qualche parte.

Il gigante GogMagog non ha però trovato pace nei racconti nemmeno con la definitiva sconfitta subita da parte di sir Peverel. Lo troviamo anche in seguito, di nuovo sdoppiato in due, in qualità dei due giganti che vennero catturati e portati come prigionieri nella città fondata da Bruto, Troia Nova, che sarebbe poi diventata Londra. Qui i due giganti vennero assegnati alla guardia del palazzo reale, che sarebbe diventato la London Guildhall, di cui sono stati a lungo il simbolo. Nel libro “The Gigantick History of the Two Famous Giants of Guildhall” (1741) si dice addirittura che questi due giganti fossero GogMagog e Corineo.

Solo storie, oppure…

Fonte: kanat.islam.kz

I giganti non sono mai esistiti, quindi tutte le storie che abbiamo raccontato fin qui sono solo questo, storie. Oppure no? C’è da dire che in Inghilterra, nel corso del tempo, sono stati fatti alcuni ritrovamenti di ossa di dimensioni più grandi del comune che potrebbero anche far venire qualche dubbio che un fondo di verità ci sia. A Saint Michael’s Mount, in Cornovaglia, nel 1761 venne trovato, durante degli scavi minerari, un sarcofago in pietra lungo oltre 3 metri. Dentro c’era uno scheletro di pari dimensioni, che però si dissolse al contatto con l’aria. Anche nel Devonshire fu trovata una bara di poco meno di 3 metri, contenente un uomo di dimensioni giganti.

Altre testimonianze del ritrovamento di scheletri più alti dell’usato vengono dal Mold, Flintshire, nel Galles; dai tumuli tutt’attorno a Stonehenge (che, ricordiamo, Goffredo da Monmouth disse essere stata costruita dai giganti su ordine di mago Merlino) e in tutte le isole britanniche. Nel XII secolo fece grande scalpore il ritrovamento della tomba di re Artù e Ginevra a Glastonbury, e le ossa del sovrano leggendario erano enormi. Non si è mai chiarito però se quel ritrovamento non sia stato altro che una truffa per ridare prestigio all’abbazia a quei tempi in decadenza.

C’è anche chi sostiene che GogMagog non fosse altro che un discendente di quei Titani che avevano combattuto contro Zeus, proveniente da Atlantide nella diaspora che era seguita al suo disgregarsi. Sappiamo infatti che Atlantide fu colonizzata, secondo la narrazione di Platone, da Poseidone, uno degli dei del pantheon greco, e dai suoi figli. La mitologia così, ancora una volta, sfumerebbe in una storia troppo antica per essere ricordata, ma che ha lasciato così tante tracce della sua veridicità da poter essere difficilmente ignorata.

Fonti:

L’Isola di Pasqua e altri indizi di Mu sparsi per il Pacifico

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Il più grande sostenitore dell’esistenza di Mu, e anche il suo più grande teorizzatore, è stato il colonnello James Churchward. Sono molti però coloro i quali non danno credito ai suoi scritti e alle sue ipotesi, e non si può negare che Churchward pecchi spesso di ingenuità o superficialità. C’è però qualcosa che è innegabile, ed è il fatto che una sua affermazione non può essere confutata. L’intero Oceano Pacifico è disseminato di prove dell’esistenza di Mu: basti pensare all’Isola di Pasqua.

Fonte: www.travelandleisure.com

Rettifichiamo: non si può negare che molte delle isole e isolette dell’Oceano Pacifico presentino resti di monumenti megalitici. Siccome si tratta di territori sparsi, separati tra di loro da diverse miglia marine, non sembra peregrino ipotizzare che siano ciò che resta di una terra più vasta, molto antica, che oggi non è più. Cosa curiosa, quasi mai le pietre con cui sono costruiti questi monumenti sono locali. Provengono quasi sempre da un altro posto. Considerando che trasportare enormi blocchi di pietra per mare non è cosa semplice nemmeno ai giorni nostri, si può ipotizzare un’altra spiegazione.

Nel 1956 il famoso geologo Vladimir Obruchev scrisse: “Si può pensare che nella cintura equatoriale della Terra, in un momento in cui entrambe le regioni circumpolari erano ancora coperte di neve e ghiacciai, l’Umanità raggiunse un elevato sviluppo culturale. Eressero bellissimi templi per le divinità, piramidi come tombe per i re, e statue di pietra sull’Isola di Pasqua per proteggersi da qualche tipo di nemico. E sorge una domanda interessante: la morte di altre culture e delle loro strutture è stata causata da una sorta di catastrofe?”

Le leggende dell’Isola di Pasqua

Fonte: Tripadvisor

Se si presuppone che i resti di civiltà sulle isole del Pacifico non siano resti di diverse civiltà, ma di una sola, si deve giocoforza credere che un tempo quelle isole fossero parte di un unico continente. Se quel continente non c’è più, deve essere accaduto qualcosa di cataclismatico per ridurlo in tanti minuscoli frammenti che a fatica serbano la memoria. A fatica? La verità è che noi ci interessiamo poco alle tradizioni e alle leggende degli abitanti sperduti di qualche atollo remoto. Ma quando si presta ascolto, si possono sentire cose estremamente interessanti.

Ecco cosa raccontano gli abitanti dell’Isola di Pasqua. “Un tempo qui vi era una vasta terra. Ma un gigante, di nome Uvoke, che poteva distruggere le isole con il suo bastone, era arrabbiato e decise di distruggere questa terra. La colpì finché non mandò in frantumi il monte Puku-Puhipuhi. Alla fine, non rimase che la nostra isola”, l’Isola di Pasqua, appunto. Ovvero, nel ricordo ancestrale di questa gente vi è la memoria di un’unica, grande terra.

Un’altra interessante testimonianza è quella che venne raccolta dal ricercatore francese Francis Maziere. Questi, aiutato da sua moglie Tila che era polinesiana, intervistò uno degli ultimi saggi dell’Isola di Pasqua. Il suo racconto era simile a quanto riportato sopra. “L’Isola di Pasqua anticamente era assai più grande di ora. Ma per via dei misfatti dei suoi abitanti, Woke si sollevò e la distrusse con la sua verga.” Mazier scrisse un libro, “The Mysterious Easter Island”, in cui parlava di un’altra versione di come l’isola fu popolata.

Parla di un capo chiamato Hotu Matua che governava una terra chiamata Maori. Il capo si accorse che quella terra affondava piano piano nell’Oceano. Così caricò la sua gente su due grandi imbarcazioni e si allontanò, trovando rifugio sull’Isola di Pasqua. Qui poi ordinò di costruire grandi statue di pietra, che guardassero nella direzione di quella terra antica da cui erano venuti e che più non era.

Altre leggende e vetusti edifici

Fonte: timeandnavigation.si.edu

Nell’ottica in cui si voglia provare a supporre che Mu sia davvero esistita, si capisce come non solo l’Isola di Pasqua ne serbi memoria. C’è anche una leggenda hawaiana, tramandata di generazione in generazione, che racconta di un vasto continente chiamato Ka-Hopo-o-Kane. Questo termine significa “il plesso solare del dio Kannee”. Il continente si trovava dove oggi ci sono la Polinesia, la Nuova Zelanda e le isole Fiji. Secondo la storia, il continente fu sommerso da una vasta inondazione, definita Kai-a-Ka-Hina-Aliyah (l’Oceano che abbatté i potenti). Chi si salvò ci riuscì grazie all’aiuto di un vecchio uomo saggio chiamato Nuu (Noè?).

Ma non sono solo racconti e leggende che forniscono interessanti elementi per credere nella veridicità di Mu. Nel 1974, sul giornale francese “Science et Vie” si parlava di cinque isole non distanti dall’arcipelago delle Nuove Ebridi. Secondo la tradizione locale, pare che quelle isole fossero il risultato della disintegrazione di un’isola più grande chiamata Kuwaye. Le indagini geologiche condotte dall’archeologo Jose Garanger confermarono tale assunto, riaprendo, per sua stessa ammissione, anche il discorso relativo a Mu.

C’è infine un artefatto che ancora una volta farebbe pensare che il mondo che conoscevano i nostri antenati era assai diverso da quello di oggi. Si tratta del “globo di La Mana”, quello che secondo alcuni è il più antico mappamondo mai rinvenuto. Nel 1984 una spedizione guidata da Elias Sotomayor trovò dentro gallerie che scendevano in profondità sotto le montagne dell’Ecuador molte pietre interessanti, una più delle altre. Aveva delle incisioni sopra, che facevano proprio pensare ad una rudimentale mappa geografica.

Fonte: Pinterest

L’aspetto più curioso riguardava le coste della parte meridionale dell’Asia, così come si protendevano fino all’America. Le isole dei Caraibi e la penisola della Florida non erano disegnate. Un po’ sotto l’equatore, nell’Oceano Pacifico, c’era un’isola gigantesca, all’incirca delle dimensioni del Madagascar. Il Giappone era parte di un gigantesco continente, che si estendeva fino alle coste dell’America e a sud. Molti scienziati, com’è ovvio, contestano il fatto che questa pietra sia, di fatto, un mappamondo antichissimo. Di fatto, ci si rifiuta di provare a considerare le cose da un altro punto di vista.

Dall’Isola di Pasqua fino a Mu

Fonte: www.crystalinks.com

A Uxmal, nella penisola dello Yucatan, c’è un’antica città Maya circondata da mistero e magia. Si racconta infatti che uno dei suoi monumenti più notevoli, il cosiddetto “Tempio dell’Indovino”, sia stato eretto in una sola notte da un nano chiamato Itzamna che disponeva di particolari poteri. In questo tempio si trova un’iscrizione che così è stata tradotta “la terra ad Ovest, da dove siamo venuti”. Peccato però che ad ovest dello Yucatan, per molte e molte miglia marine, non vi sia oggi altro che acqua.

Anche se la comunità scientifica presta poco o nessun credito ai numerosi indizi sparsi che sembrano dimostrare che, di fatto, Mu sia esistita, resta comunque un insieme di racconti, monumenti, ricordi che invece sembrano puntare decisamente in questa direzione. Non ultima, la scoperta di alcuni edifici immersi nei pressi dell’isola di Yonaguni, tra i quali una piramide. Così come per Atlantide, la ricerca di Mu è tutt’altro che conclusa, e il capitolo sulla sua esistenza, o meno, tutt’altro che archiviato.

Fonti:

L’Arca di Noè: se è davvero esistita e dove approdò

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Dal capitolo 6 del Libro della Genesi, uno dei molti che compongono il libro sacro per Ebrei e Cristiani, la Bibbia, si racconta la storia di Noè. Noè era un uomo giusto, nato dalla discendenza di Adamo quando ancora i giganti camminavano sulla Terra. Dio decise di sterminare l’umanità da lui creata, in quanto si comportava in modo iniquo. Lo fece mandando un grande Diluvio: ma Noè e i suoi figli si salvarono perché Dio fece costruire loro una grande Arca. Quell’Arca è davvero esistita? E se la risposta è si, dove approdò e dove possiamo cercarla ancora oggi?

La Bibbia: la Genesi

“L’Arca di Noè”, Roelant Savery, 1628 – Fonte: Wikimedia Commons

Nel corso dei secoli, le ipotesi sul luogo dove possa essere approdata l’Arca di Noè (dando ovviamente per scontato che sia davvero esistita) sono state numerose. Ogni ricerca degna di questo nome non può che basarsi sulla testimonianza principale del suo viaggio, ovvero la Bibbia. Nella Genesi non solo si danno, in modo particolareggiato, le dimensioni dell’Arca (300 cubiti, la larghezza 50 e l’altezza 30).

Si racconta anche che il Diluvio durò 40 giorni. Quando la pioggia smise di cadere, ci vollero però 150 giorni prima che le acque si ritirassero. Al capitolo 8 si dice “Ai diciassette del settimo mese l’Arca si fermò sulle montagne dell’Ararat.” Ancora però Noè e i suoi non scesero: le acque continuarono ad abbassarsi “fino al decimo mese”. La terra era asciutta “il 27 del secondo mese”. Solo allora Dio disse a Noè che poteva scendere dall’Arca, che nel frattempo era stata “scoperchiata”.

Fin qui sembrerebbero non esserci dubbi: il testo è chiarissimo e dice che l’Arca è approdata sul Monte Ararat, che si trova in Turchia e che misura oltre 5000 metri di altezza. Infatti la maggior parte degli esploratori che si sono avventurati alla ricerca dell’Arca hanno scalato queste inaccessibili vette. Ancora oggi c’è chi è convinto che i resti dell’Arca si possano trovare sull’Ararat.

In passato sono stati annunciati molti ritrovamenti clamorosi, tra i quali un ambiente in legno, diviso in scomparti, del tutto compatibile con le descrizioni dell’Arca. Sono però molti di più coloro che negano recisamente che l’Arca di cui si parla nella Bibbia sia la montagna turca: si ritiene che il termine si riferisca piuttosto ad una regione dell’Armenia non distante dall’omonima montagna. A favore di questa ipotesi deporrebbe un fatto geologico innegabile: il monte Ararat, che ha origine vulcanica, si sarebbe formato ben dopo il Diluvio.

Mesha-Naxuan

Fonte: dailymysteries.com

Se invece prestiamo ascolto alle tesi di David Allen Deal, autore del libro “Noah’s Ark—The Evidence: The Bible, The Flood, Gilgamesh & The Mother Goddess Origins”, ci sarebbero molte più evidenze del fatto che la biblica Arca approdò nella regione dell’Ararat, e più precisamente su un monte di poco più di 2000 metri dove sarebbe anche possibile apprezzare l’effetto dello slittamento che, a causa di un terremoto, la grande imbarcazione subì circa 100 anni dopo essersi arenata.

Un’ulteriore prova a favore del fatto che difficilmente il monte Ararat avrebbe potuto rappresentare l’ultimo approdo di Noè è che il vegliardo, che stando al racconto biblico aveva 600 anni e non era certo uno sprovveduto, non si sarebbe mai sognato di sbarcare su una vetta di oltre 5000 metri. Molto meglio scegliere un luogo, per così dire, un pochino più comodo: e per dire questo basta usare un po’ di buon senso.

L’altra località indicata come possibile approdo dell’Arca si trova a 17 miglia a sud del monte Ararat, dove secondo Deal venne costruita la prima città post-diluvio chiamata Mesha-Naxuan. Pare che il nome della località sia un “nome parlante”: Mesha infatti vuol dire “tirato fuori dall’acqua” mentre Naxuan potrebbe essere un’interpretazione greca dell’ebraico e vorrebbe dire semplicemente “la città di Noè”, nome con cui divenne nota in seguito.

Non a caso, inoltre, Mesha ricorda il nome di Mosè, un altro personaggio che fu “salvato dalle acque”, e quello di Gilgamesh, protagonista di un’epopea sumera in cui si parla del grande diluvio e il cui nome vorrebbe dire “colui che ha rivelato Mesha”. Nell’epica di Gilgamesh, inoltre, si parla delle “mura del paradiso”, sul monte Mesha, che corrisponderebbero alla conformazione geografica della montagna individuata da Deal.

Evidenze dell’Arca di Noè

Fonte: dailymysteries.com

Deal si recò personalmente sul sito di Mesha-Naxuan, trovando delle indicazioni geomorfologiche che confermerebbero la sua identificazione. Vi è infatti, a oltre 2000 metri sul livello del mare, un costone che sarebbe compatibile con lo slittamento di una grande chiglia di nave. Inoltre, questo luogo corrisponde alla descrizione delle “mura del Paradiso”. Però non ha trovato altro.

Si potrebbe obiettare che, se davvero l’Arca è approdata qui, allora dovrebbero essercene dei resti. Basta ragionare un attimo per capire che invece è assai più probabile che resti non ve ne siano. Non solo per l’ovvio motivo che l’Arca era in legno, e il legno in tutti questi millenni si è di certo degradato. Bisogna tener conto anche del fatto che è fondata ipotesi ritenere che il legno dell’Arca fu usato per costruire le case di Mesha-Naxuan.

Le tesi di Deal, ad ogni modo, non sono universalmente condivise. C’è chi identifica ancora l’arca sul monte Ararat, chi dice che si trovi in Iran, e chi liquida tutta la faccenda dicendo che molto più semplicemente non è mai esistita. L’aspetto interessante della ricerca di Deal è che collega il luogo di approdo dell’Arca con una figura femminile molto interessante, quella di Noema, discendente della linea di Caino.

Noema era molto probabilmente a bordo dell’Arca, e la sua figura avrebbe poi dato origine a quella di tante altre dee che hanno costellato la storia dell’uomo, dalla Nammu dei sumeri fino ad Isis e Atena. La storia dell’Arca, quindi, traccia una storia che risale a prima del Diluvio, alle origini stesse dell’Umanità. Forse non troveremo mai l’Arca, ma è dalla sua pancia che siamo scesi tutti noi.

I Maya e il Popol Vuh

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Ci sono antiche civiltà delle quali si parla molto e di cui, quindi, supponiamo di sapere tutto. In realtà il passare del tempo frappone tra noi e i nostri antenati degli ostacoli forse invalicabili, o forse solo molto, molto difficili da superare.

La sistematica distruzione della cultura Maya

Fonte: www.prensalibre.com

Ci sono popolazioni antiche di cui non sappiamo molto non perché non ci abbiano lasciato numerose testimonianze di varia natura. Accade che a volte ci sia una volontaria distruzione della memoria. Se uccidere un uomo è un atto deprecabile, ucciderne il ricordo è forse un atto ancora più perverso. Eppure questo è accaduto spesso, specie nei confronti della popolazioni centro-americane.



I Conquistadores europei giunsero e portarono guerra, malattia e morte. I missionari arrivarono e, per imporre la loro cultura e il loro credo, fecero quanto potevano per cancellare ogni rito, ogni mito, ogni tradizione preesistente. Fu così che Diego De Landa, divenuto vescovo dello Yucatan nel 1572, decise di annientare ogni ricordo della civiltà Maya. Lo fece perché avvertiva invece le numerose analogie che esistevano tra la loro spiritualità e il cristianesimo.

Materialmente, Diego De Landa distrusse e fece distruggere statue, libri, manoscritti, reperti che oggi potrebbero esserci di inestimabile aiuto per ricostruire l’identità dei Maya. Questo dato va sempre tenuto presente quando scriviamo o parliamo di popoli vissuti molto prima di noi. Dobbiamo ricordare che tante verità sono state nascoste, o distrutte volontariamente, in quanto entravano in conflitto con il potere vigente.



Per fortuna però l’ardore sacro del vescovo De Landa fu frenato dal sovrano di Spagna. Per una sorta di contrappasso De Landa passò la seconda parte della sua vita a (tentare di) rimediare a quanto aveva fatto. Divenne così uno dei maggiori studiosi della cultura maya e fu anche uno dei primi che tentò di decifrarne la complessa scrittura.

La scrittura Maya e il Codice Troano

Fonte: blog.education.nationalgeographic.org

Nel 1864 il metodo di traduzione studiato da De Landa fu adottato dall’archeologo belga Brasseur de Bourbourg. Questi lo usò per decifrare uno dei pochissimi manoscritti sopravvissuti alla metodica opera di distruzione operata dagli occidentali sui documenti maya. Si tratta di quello che è conosciuto come Codice di Madrid, e più nello specifico della parte nota come “Codice Troano“.

Nella sua opera di traduzione, Bourbourg comprese che lo scritto parlava di una terra inabissatasi a seguito di un immane cataclisma. Quella terra si chiamava Mu. Oggi la traduzione di Bourbourg viene completamente rifiutata, ma questo non è del tutto corretto. Sappiamo infatti che il metodo fonetico da lui usato per interpretare la scrittura maya, ereditato da De Landa, era errato. Ma non del tutto.

Il vescovo De Landa aveva creduto che ogni simbolo della scrittura maya corrispondesse ad una lettera, un po’ come accade nell’alfabeto latino. Gli studiosi moderni sono più propensi a credere che invece la lettura sia in parte sillabica e in parte iconica. Per dirla in modo più semplice, leggere l’antica lingua maya è un processo molto complicato perché essa si presta a molteplici interpretazioni.



Ergo, non possiamo dire con assoluta certezza che la traduzione di Bourbourg fosse errata, in quanto non abbiamo (non più) sufficienti pietre di paragone. Viceversa De Landa, colui che inventò il sistema di traslitterazione, era quello che aveva avuto maggiori possibilità di consultare scritti per noi perduti per sempre.

Il Popol Vuh

Fonte: www.ancient-code.co

C’è però un manoscritto che non è soggetto a interpretazioni contraddittorie, in quanto a tradurlo dall’antico maya al latino furono i Maya stessi. Coloro che erano sopravvissuti al progressivo sterminio del loro popolo non volevano che usanze e tradizioni venissero dimenticate. Così tradussero uno dei testi più sacri che possedessero, il “Popol Vuh.

Grazie a questi coraggiosi partigiani della conoscenza oggi noi possiamo conoscere buona  parte della complessa mitologia e religione mesoamericana precolombiana. Ciò che leggiamo nel Popol Vuh ha una curiosa assonanza con quello che è scritto nella Bibbia.

Popol Vuh significa “libro della comunità“, il che ci offre già un’anticipazione dei suoi contenuti. Racconta infatti il modo in cui non solo il popolo Maya, ma tutta l’umanità fu creata. La storia della creazione è molto simile a quella della Genesi. All’inizio non c’era nulla ma c’era un “Dio”, un principio creatore che cominciò a modellare l’universo.

Nacquero prima la luce e il cielo. Il mare (le acque primordiali) c’era già. Poi, grazie alla parola (la Bibbia dice “in principio era il verbo”, ovvero la parola generatrice) furono creati gli animali. Che però avevano un difetto: non potevano riconoscere né venerare chi li aveva fatti nascere. Per questo si volle creare anche l’Uomo, un essere che poteva pronunciare il nome del suo creatore.

Il diluvio che diede il via all’umanità

Fonte: www.ancient-origins.net

Per creare l’Uomo si procede per tentativi. Il primo, fatto usando il fango, fallisce. Il secondo materiale usato è il legno, a sua volta inadeguato. Gli uomini di legno (senza anima e senza memoria) si erano però moltiplicati. Per annientarli venne scatenato un terribile diluvio. Proprio come nella Bibbia, il cataclisma ha carattere punitivo per dare il via ad una “nuova” umanità gradita agli dei.

Solo dopo questa catastrofe gli dei riuscirono a creare l’Uomo ideale usando il mais. Il Popol Vuh poi prosegue ancora oltre, raccontando tutta l’epopea del popolo Maya. Andando ad analizzare più nel dettaglio questo testo e la Bibbia, si possono riscontrare similitudini davvero impressionanti. Non possiamo dare una datazione precisa al Popol Vuh, sappiamo solo che raccoglie credenze ataviche dei Maya. Anche la Bibbia sfugge ad una datazione precisa.



Due libri, fondamentali per le rispettive culture a cui appartengono, raccontano di un cataclisma, “un diluvio”, che distrusse ciò che c’era e che poi sarà ricostruito ripartendo da zero. I due libri sono stati scritti e concepiti a molti chilometri di distanza, letteralmente in due parti opposte del globo.

I Maya sono coloro a cui si fa risalire una delle prime testimonianze dell’esistenza di Mu, il continente primigenio esistito nell’oceano Pacifico. Sono anche una delle civiltà che fanno presupporre l’esistenza di un altro continente poi distrutto, Atlantide, nel mezzo dell’Atlantico. Ma ci sono tante cose che non sappiamo sui Maya, perché qualcuno decise di distruggere la loro memoria.

Ecco perché oggi non possiamo più escludere nulla, nemmeno le ipotesi più assurde. Se davvero le nostre origini si trovano sul fondo del mare, ciò che lo raccontava è diventato cenere nel vento. Quanto è andato distrutto purtroppo non può essere recuperato: ma è nostro dovere morale cercarne le tracce per capire dove conducono.

Noè, l’Arca e il “mito” del Diluvio Universale

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Tutti noi conosciamo il racconto biblico di Noè, l’Uomo saggio e retto che Dio scelse per salvare l’umanità. Dando per assodata una lettura puramente allegorica della Bibbia, e non storiografica, c’è però un quesito che rimane aperto: perché il Diluvio Universale è un racconto che compare non solo nella tradizione ebraico-cristiana, ma in quasi tutte le culture del mondo?

Il Diluvio e l’Arca

Fonte: askgramps.org

La Bibbia è il libro sacro della religione ebraica e in seguito, con l’aggiunta del Nuovo Testamento, è diventato anche il testo di riferimento per la religione cristiana. La Bibbia è divisa in numerosi libri (da cui il suo nome che in greco vuol dire, letteralmente e semplicemente “libri”) il primo dei quali si chiama “Genesi” e racconta il modo in cui Dio creò l’Uomo e la Terra.

Dal capitolo 6 la Bibbia racconta una storia davvero angosciante. Pare infatti che ad un certo punto Dio si fosse pentito della sua creazione, trovando che l’uomo era in grado solo di concepire “pensieri malvagi“. Pensò dunque di annullare tutto: era in suo potere farlo. Però c’era un uomo che egli riteneva giusto, il vecchio Noè. Aveva 600 anni all’epoca dei fatti. Dio avvisò Noè che avrebbe mandato un grande “diluvio” sulla Terra.



Il diluvio avrebbe ucciso tutti e sommerso ogni cosa, ma Dio ordinò a Noè di costruire un’imbarcazione speciale, un’arca. Gli fornì i dettagli per la costruzione, misure comprese. L‘arca era una sorta di “sommergibile” che non sarebbe affondato nemmeno se capovolto. Noè e i suoi figli Sem, Cam e Jafet si misero al lavoro. Sempre dietro gli ordini di Dio, caricarono sull’arca le coppie degli animali della Terra e attesero.

Piovve per quaranta giorni e quaranta notti e le terre emerse vennero ricoperte dall’acqua dei mari. Tutte le creature viventi morirono. Le acque ristagnarono poi per 150 giorni, fino a che Dio mandò un forte vento che le fece ritirare. Erano sopravvissuti Noè, i suoi figli e le loro famiglie che ripopolarono in seguito il pianeta. Per assicurare che non sarebbe mai più successo nulla di simile, Dio disegnò un arco colorato tra le nubi: l’arcobaleno.

Una mitologia ricorrente

Fonte: kumareon.wordpress.com

Questo è il racconto biblico, ripercorrendo le orme del quale molti archeologi si sono avventurati sulle vette dei monti per cercare il luogo di approdo dell’arca. Il monte Ararat, che si trova in Turchia (il cui nome corrente è Agri Dagi), è stato meta di molte spedizioni che hanno rinvenuto pezzi di legno, la cui datazione però resta incerta.



C’è dunque chi prende le parole del testo sacro alla lettera e chi invece le considera solo una narrazione mitica. C’è però anche una terza via percorribile, ed è quella del ricordo primordiale di un evento realmente accaduto e poi trasfigurato con il tempo. Ad avvalorare questa tesi c’è la singolare ricorrenza del “mito del diluvio” in numerose civiltà umane.

Ancor prima che nella Bibbia il diluvio è raccontato nell’epopea di Gilgamesh, un poema epico di epoca sumerica elaborato dai popoli della Mesopotamia. Gilgamesh è un eroe leggendario a cui viene raccontata la storia di un’alluvione causata dagli dei, che aveva come scopo la distruzione della razza umana. Ma questa potrebbe essere solo una coincidenza, tra l’altro in territori geograficamente simili: i redattori della Bibbia potrebbero essersi ispirati alle leggende sumere.

Il diluvio nelle diverse culture

Fonte: nn.wikipedia.org

Il fatto davvero interessante è che la vicenda di un diluvio, un’inondazione, un cataclisma legato al sollevamento delle acque, è presente anche in tante altre culture. Nella mitologia greca c’è il mito di Deucalione e Pirra; nelle leggende egizie si parla di un’inondazione terribile voluta dagli dei. Nella tradizione induista si narra di Manu, che sopravvisse ad un diluvio grazie agli avvertimenti del pesce Matsya.



In America sentiamo parlare di diluvio in tutte le religioni delle civiltà precolombiane. Per gli Aztechi e i Maya il tempo dell’uomo si divideva in quattro grandi ere, la quinta è quella in corso. La quarta si era conclusa con una grande inondazione. La tribù Hopi ancora oggi ricorda un’alluvione da cui alcuni uomini si salvarono nascondendosi dentro della canne.  In Cina, Malesia, Australia e Nuova Zelanda le tradizioni locali rammentano un diluvio accaduto molto lontano nel tempo, all’origine dell’umanità.

Tale ricorrenza non può essere casuale, ed è convalidata da alcuni indizi più o meno chiari. Ad esempio, c’è chi dice che l’erosione della grande Piramide di Giza possa essere dovuta al moto delle onde. Si può essere miscredenti quanto si vuole, ma sembrerebbe essere molto probabile che un “diluvio” debba esserci stato, in un remoto passato.

Cos’è stato davvero il diluvio

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Quando si esce dal reame delle leggende si entra in quello delle ipotesi. La scienza ha ipotizzato molti possibili eventi cataclismatici che possono aver dato origine a queste mitologie che parlano di un innalzamento delle acque. Non è detto infatti che si sia trattato di piogge torrenziali. Tale innalzamento potrebbe essere stato causato dallo scioglimento dei ghiacci, dalla caduta di un meteorite, da un qualche sommovimento delle zolle tettoniche sottomarine o da uno tsunami.

La possibile esistenza di un continente, o di una grossa isola (Atlantide?) sprofondata in mare a seguito di un innalzamento del livello delle acque viene corroborata dalla “mitologia” del diluvio. Ancora una volta si compone un puzzle di cui molti pezzi sfuggono, ma molti altri si incastrano in modo sorprendente.

Certamente desta molta impressione il fatto che le storie della Bibbia e della civiltà mesopotamica assomiglino tanto a quelle delle popolazioni americane. Questo sembrerebbe smentire chi ritiene che il diluvio biblico si leghi ad un‘esondazione del Mar Nero, che risulterebbe troppo geolocalizzata per poter assumere le proporzioni di “universale”.

Nel grande punto interrogativo che resta, e che ci spinge ad alzare gli occhi fino al monte Ararat e nelle profondità dell’Atlantico, resta però una consolazione. Ogni volta che un arcobaleno si disegna nel Cielo possiamo ben sperare che la nostra fine non sarà causata dalle acque, perchè dal diluvio in poi esse sono diventate solo fonte di vita e non più di morte, per lo meno  non di morte universale.