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Il Codex Gigas, o Bibbia del Diavolo

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Tra i manoscritti antichi ce n’è uno che non manca di suscitare stupore e anche ammirazione alla vista. Lo chiamano “Codex Gigas”, che in latino vuol dire semplicemente “Libro Gigante”. Questa denominazione ha ben ragione di esistere: infatti il libro è lungo 92 centimetri, largo 50 e alto 22. Anche se libri di una certa imponenza non erano inusuali nel Medioevo, questo è il più voluminoso conosciuto. Pesa 75 chilogrammi e ci vogliono due persone per trasportarlo.

Ma il motivo per cui il Codex Gigas è tanto famoso non è tanto per via delle sue dimensioni, pure stupefacenti. Soprattutto è noto per un’illustrazione che è contenuta al suo interno, e per la sinistra leggenda che circonda la sua compilazione. In effetti, ci sono alcuni misteri che circondano il libro, che secondo alcuni sarebbe maledetto. Scopriamo quali sono i segreti nascosti tra le pagine del Codex Gigas e il motivo per cui è conosciuto anche come “la Bibbia del Diavolo”.

Codex Gigas

Fonte: ediletteraria.wordpress.com

L’epoca di compilazione del Codex Gigas dovrebbe essere il XIII secolo, forse, con più esattezza, il 1229 dovrebbe essere l’anno in cui è stato completato. All’epoca si trovava in Boemia, presso il monastero di Podlažice. Secondo alcuni storici, però, non è qui che fu compilato, in quanto questo era un monastero molto povero e un libro di tale importanza doveva essere stato sicuramente prodotto tra mura prestigiose e ricche. L’autore sembrerebbe essere un certo “Herman il recluso” (Herman Inclusus).

Qui nasce il primo piccolo giallo: davvero un’opera del genere poteva essere stata compilata da un unico uomo? Il tomo si compone di ben 620 pagine, che non sono solo scritte ma anche riccamente illustrate con miniature e capilettera. Ad un’analisi calligrafica però sembra davvero che la mano che ha scritto sia unica: lo stile è uniforme e privo di incertezze. Altra anomalia: possibile che quell’amanuense non si sia mai stancato, che la sua mano non abbia mai vacillato, e che la sua scrittura non sia mai mutata nel corso del tempo?

Per compilare un’opera del genere, si stima che una persona che avesse lavorato sei ore al giorno per sei giorni alla settimana ci avrebbe messo cinque anni (illustrazioni escluse). Verosimilmente, per completare il tutto ci sarebbero voluti 20 anni, anche ipotizzando che a lavorare fosse un team di persone e non un unico amanuense. Quindi, l’opera desta stupore anche da questo punto di vista. E non è tutto.

Un fascino sinistro

Fonte: www.horrorgalore.com

Il Codex Gigas è scritto su papiri tratti dalla pelle conciata di 160 asini, ed è rilegato in legno e metallo. Il suo contenuto sono principalmente i testi sacri della religione cristiana, ovvero la Bibbia che comprende Vecchio e Nuovo Testamento. Alcune pagine all’inizio del testo, però, mancano: si presuppone fossero le regole dell’ordine benedettino. Poi, come era uso comune nel Medioevo, dentro ci sono anche altre opere, a formare una sorta di “enciclopedia”.

Gli altri libri inclusi sono : le “Etymologiae” di Isidoro di Siviglia, le “Antichità giudaiche” e la “Guerra giudaica” di Giuseppe Flavio, la “Chronica Boëmorum” di Cosma Praghese. Sono poi incluse altre opere minori: trattati di varie materie, un calendario, l’elenco dei monaci, formule magiche. Il tutto è scritto in latino. Ma la cosa che maggiormente affascina del Codex Gigas è una particolare illustrazione contenuta al suo interno.

Va premesso che le decorazioni miniate del codice sono per lo più forme astratte o naturalistiche: ci sono pochissimi animali e figure umane. Eccezion fatta che per il foglio 290, dove c’è un’illustrazione a tutta pagina a dir poco inquietante, che è valsa al libro la denominazione di “Bibbia del Diavolo” e che, con tutta probabilità, ha anche dato origine alla leggenda intorno al Codex Gigas.

Lucifero

Fonte: oldenglishwordhord.com

La pagina presenta, vero unicum nel libro, una rappresentazione del Demonio. Appare come una creatura infernale accovacciata sulle gambe posteriori, come se fosse pronta ad uscire fuori dalle pagine del libro. Indossa un perizoma di ermellino, che è simbolo di regalità. Ha le braccia protese in alto, munite di lunghi artigli come le dita dei piedi. Sembra pronto a ghermire chi abbia di fronte. Il suo volto è parimenti mostruoso: una faccia verde con la bocca spalancata e due lingue.

In testa, Lucifero ha due corna rosse. La sua figura sembra assolutamente fuori luogo all’interno di un volume che racchiude testi sacri. Tanto più che, come dicevamo, è l’unica. Sulla pagina di fronte c’è però una raffigurazione della Città Celeste, così che alcuni commentatori hanno interpretato il tutto come una semplificazione del binomio Bene/Male.

Poi c’è l’altra spiegazione: quella che dice che il Codex Gigas fu scritto in una notte. Il suo autore era un monaco che aveva tradito i suoi voti. Per questo lo avevano condannato ad essere murato vivo. Implorando pietà, lui promise che se avesse avuta salva la vita avrebbe scritto in una sola notte un libro che avrebbe reso gloria al monastero. Si rese però ben presto conto che la sua promessa era inattuabile.

Disperato, pregò: ma Dio non rispose. Allora si rivolse ad un’altra potenza: il Demonio. Il Diavolo invece rispose e lo aiutò nell’impresa. Ovviamente, in cambio pretese l’anima del monaco il quale, come segno di riconoscenza, effigiò il suo “benefattore”. Una leggenda, certo: ma spiegherebbe l’incredibile uniformità di scrittura del testo.

La storia del Codex Gigas

Fonte: https://www.kb.se/

Dopo la sua compilazione, il Codex Gigas fu trasferito (con fatica, immaginiamo) in diversi monasteri. Ben presto la sua fama si sparse nel mondo, tanto che il libro veniva considerato come una delle più grandi meraviglie esistenti. Nel 1594 l’Imperatore Rodolfo II, che era un grande collezionista e si interessava di occultismo, prese il libro “in prestito”, ma probabilmente non aveva nessuna intenzione di restituirlo.

Il manoscritto così restò a Praga fino alla Guerra dei Trent’Anni, quando il Codex Gigas venne trafugato insieme ad altri oggetti preziosi e portato a Stoccolma, dove entrò a far parte della collezione della Regina Cristina. Fu nel 1878 che infine il libro raggiunse la sua ultima destinazione, dove si trova ancora oggi, ovvero la National Library di Stoccolma. Qui puoi ammirarlo ancora oggi, protetto da un vetro, in una stanza semibuia perché la luce potrebbe danneggiarne i pigmenti.

Il Codex Gigas è inoltre disponibile in una versione digitalizzata accessibile a tutti. Dopo tanti secoli, conserva il suo mistero, e osservandolo da vicino, in fondo in fondo, non è poi così difficile credere che sia nato da un patto scellerato che ha reso possibile l’impossibile.

Fonti:

L’Arca di Noè: se è davvero esistita e dove approdò

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Dal capitolo 6 del Libro della Genesi, uno dei molti che compongono il libro sacro per Ebrei e Cristiani, la Bibbia, si racconta la storia di Noè. Noè era un uomo giusto, nato dalla discendenza di Adamo quando ancora i giganti camminavano sulla Terra. Dio decise di sterminare l’umanità da lui creata, in quanto si comportava in modo iniquo. Lo fece mandando un grande Diluvio: ma Noè e i suoi figli si salvarono perché Dio fece costruire loro una grande Arca. Quell’Arca è davvero esistita? E se la risposta è si, dove approdò e dove possiamo cercarla ancora oggi?

La Bibbia: la Genesi

“L’Arca di Noè”, Roelant Savery, 1628 – Fonte: Wikimedia Commons

Nel corso dei secoli, le ipotesi sul luogo dove possa essere approdata l’Arca di Noè (dando ovviamente per scontato che sia davvero esistita) sono state numerose. Ogni ricerca degna di questo nome non può che basarsi sulla testimonianza principale del suo viaggio, ovvero la Bibbia. Nella Genesi non solo si danno, in modo particolareggiato, le dimensioni dell’Arca (300 cubiti, la larghezza 50 e l’altezza 30).

Si racconta anche che il Diluvio durò 40 giorni. Quando la pioggia smise di cadere, ci vollero però 150 giorni prima che le acque si ritirassero. Al capitolo 8 si dice “Ai diciassette del settimo mese l’Arca si fermò sulle montagne dell’Ararat.” Ancora però Noè e i suoi non scesero: le acque continuarono ad abbassarsi “fino al decimo mese”. La terra era asciutta “il 27 del secondo mese”. Solo allora Dio disse a Noè che poteva scendere dall’Arca, che nel frattempo era stata “scoperchiata”.

Fin qui sembrerebbero non esserci dubbi: il testo è chiarissimo e dice che l’Arca è approdata sul Monte Ararat, che si trova in Turchia e che misura oltre 5000 metri di altezza. Infatti la maggior parte degli esploratori che si sono avventurati alla ricerca dell’Arca hanno scalato queste inaccessibili vette. Ancora oggi c’è chi è convinto che i resti dell’Arca si possano trovare sull’Ararat.

In passato sono stati annunciati molti ritrovamenti clamorosi, tra i quali un ambiente in legno, diviso in scomparti, del tutto compatibile con le descrizioni dell’Arca. Sono però molti di più coloro che negano recisamente che l’Arca di cui si parla nella Bibbia sia la montagna turca: si ritiene che il termine si riferisca piuttosto ad una regione dell’Armenia non distante dall’omonima montagna. A favore di questa ipotesi deporrebbe un fatto geologico innegabile: il monte Ararat, che ha origine vulcanica, si sarebbe formato ben dopo il Diluvio.

Mesha-Naxuan

Fonte: dailymysteries.com

Se invece prestiamo ascolto alle tesi di David Allen Deal, autore del libro “Noah’s Ark—The Evidence: The Bible, The Flood, Gilgamesh & The Mother Goddess Origins”, ci sarebbero molte più evidenze del fatto che la biblica Arca approdò nella regione dell’Ararat, e più precisamente su un monte di poco più di 2000 metri dove sarebbe anche possibile apprezzare l’effetto dello slittamento che, a causa di un terremoto, la grande imbarcazione subì circa 100 anni dopo essersi arenata.

Un’ulteriore prova a favore del fatto che difficilmente il monte Ararat avrebbe potuto rappresentare l’ultimo approdo di Noè è che il vegliardo, che stando al racconto biblico aveva 600 anni e non era certo uno sprovveduto, non si sarebbe mai sognato di sbarcare su una vetta di oltre 5000 metri. Molto meglio scegliere un luogo, per così dire, un pochino più comodo: e per dire questo basta usare un po’ di buon senso.

L’altra località indicata come possibile approdo dell’Arca si trova a 17 miglia a sud del monte Ararat, dove secondo Deal venne costruita la prima città post-diluvio chiamata Mesha-Naxuan. Pare che il nome della località sia un “nome parlante”: Mesha infatti vuol dire “tirato fuori dall’acqua” mentre Naxuan potrebbe essere un’interpretazione greca dell’ebraico e vorrebbe dire semplicemente “la città di Noè”, nome con cui divenne nota in seguito.

Non a caso, inoltre, Mesha ricorda il nome di Mosè, un altro personaggio che fu “salvato dalle acque”, e quello di Gilgamesh, protagonista di un’epopea sumera in cui si parla del grande diluvio e il cui nome vorrebbe dire “colui che ha rivelato Mesha”. Nell’epica di Gilgamesh, inoltre, si parla delle “mura del paradiso”, sul monte Mesha, che corrisponderebbero alla conformazione geografica della montagna individuata da Deal.

Evidenze dell’Arca di Noè

Fonte: dailymysteries.com

Deal si recò personalmente sul sito di Mesha-Naxuan, trovando delle indicazioni geomorfologiche che confermerebbero la sua identificazione. Vi è infatti, a oltre 2000 metri sul livello del mare, un costone che sarebbe compatibile con lo slittamento di una grande chiglia di nave. Inoltre, questo luogo corrisponde alla descrizione delle “mura del Paradiso”. Però non ha trovato altro.

Si potrebbe obiettare che, se davvero l’Arca è approdata qui, allora dovrebbero essercene dei resti. Basta ragionare un attimo per capire che invece è assai più probabile che resti non ve ne siano. Non solo per l’ovvio motivo che l’Arca era in legno, e il legno in tutti questi millenni si è di certo degradato. Bisogna tener conto anche del fatto che è fondata ipotesi ritenere che il legno dell’Arca fu usato per costruire le case di Mesha-Naxuan.

Le tesi di Deal, ad ogni modo, non sono universalmente condivise. C’è chi identifica ancora l’arca sul monte Ararat, chi dice che si trovi in Iran, e chi liquida tutta la faccenda dicendo che molto più semplicemente non è mai esistita. L’aspetto interessante della ricerca di Deal è che collega il luogo di approdo dell’Arca con una figura femminile molto interessante, quella di Noema, discendente della linea di Caino.

Noema era molto probabilmente a bordo dell’Arca, e la sua figura avrebbe poi dato origine a quella di tante altre dee che hanno costellato la storia dell’uomo, dalla Nammu dei sumeri fino ad Isis e Atena. La storia dell’Arca, quindi, traccia una storia che risale a prima del Diluvio, alle origini stesse dell’Umanità. Forse non troveremo mai l’Arca, ma è dalla sua pancia che siamo scesi tutti noi.

I manoscritti del Mar Morto e le nuove rivelazioni sull’Arca di Noè

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La Bibbia non è solo il libro sacro di Ebrei e Cristiani. All’interno di questo voluminoso tomo, composto da più libri, ci sono rivelazioni che si collegano a quelle presenti anche in altre tradizioni millenarie. Per tutti coloro che credono nell’esistenza di Atlantide, la Bibbia porterebbe prove concrete, come il grande Diluvio. E ancora più interessanti sono i cosiddetti manoscritti (o rotoli) del Mar Morto, dove ci sono nuove rivelazioni sull’arca di Noè.

I manoscritti del Mar Morto

Fonte: www.science-rumors.com

Come sappiamo, i libri sacri che compongono la Bibbia sono stati più volte rimaneggiati nel corso del tempo. Vuoi per le traduzioni da una lingua all’altra, vuoi per errori di trascrizione, vuoi per le decisioni prese in seno al consesso religioso (la canonizzazione di certi libri e l’espulsione di altri), possiamo dire con certezza che quello che era il corpus originario è stato pesantemente manipolato (sia volontariamente che non).

I manoscritti del Mar Morto sono un’eccezionale testimonianza perché rappresentano la versione più antica che abbiamo della maggior parte dei libri che compongono la Bibbia ancora oggi (praticamente tutti, eccezion fatta ovviamente che per il Nuovo Testamento e per il Libro di Esther). Si tratta di rotoli di papiro e pergamena (ma anche di rame, come vedremo) che sono stati ritrovati in tempi recenti e in diverse fasi.

In alcuni casi i libri sono praticamente completi; in altri invece possediamo solo dei frammenti. Gli studiosi stano lavorando alacremente per cercare di rimetterli insieme e di decifrarli. Molto si sa, ma molto resta da fare. Il progetto di restauro si può seguire sul sito Leon Levy Dead Sea Scrolls Digital Library, il quale permette anche agli utenti del web di vedere alcune delle pagine di questi reperti di incredibile valore.

Perché questi manoscritti sono tanto importanti? In parte, lo abbiamo già detto: perché consentono di sapere cosa c’era scritto nella Bibbia prima che subisse ulteriori modifiche. Inoltre, i manoscritti sono prevalentemente redatti in ebraico (ma anche in greco e aramaico). Invece, fino al ritrovamento le testimonianze più antiche erano solo in greco.

Un ritrovamento fortuito

Fonte: www.science-rumors.com

Il primo nucleo di papiri che venne rinvenuto fu trovato da un gruppo di giovani pastori di capre nell’area del Qumran, sulle coste del Mar Morto. Fu un caso: uno dei ragazzi aveva lanciato un sasso contro uno scoglio e aveva sentito che suonava come se fosse cavo. Fu così che i pastorelli trovarono l’ingresso ad una caverna, il cui interno era ricolmo di vasi all’interno dei quali si trovavano papiri e pergamene.

Quando si capì che la scoperta era molto rilevante, giacché quegli scritti potevano essere antichi di oltre 2000 anni, si scatenò una vera e propria caccia al tesoro. Si cominciò a setacciare la zona e vennero trovate altre caverne, per un totale di undici. Dentro ogni caverna erano celati altri papiri, per un totale di 900 documenti circa scritti tra il 150 avanti Cristo e il 70 dopo Cristo.

Chi furono gli autori di questi papiri, perché li nascosero in questo luogo remoto? In realtà gli studiosi non hanno saputo dare ancora una risposta definitiva, ma l’ipotesi più accreditata è che coloro che vergarono quei testi, ritenuti sacri, furono gli Esseni. Quella degli Esseni era una comunità di stile monastico contraddistinta da una certa dose di mistero. Vivevano come eremiti e di loro non si sa molto, se non che sono citati in numerose cronache antiche.

Oggi, oltre che online, i manoscritti originali sono conservati in diversi musei, tra i quali il Museo Rockfeller di Gerusalemme, e il Museo d’Israele. Alcuni frammenti sono posseduti anche da privati. C’è chi ha detto che, essendo perduta l’Arca dell’Alleanza e inattingibile il Santo Graal, i manoscritti del Mar Morto sono la chiave di lettura più importante che possediamo per svelare una storia antica, mai del tutto raccontata.

L’Arca di Noè

Fonte: www.ancient-origins.net

Non è sempre facile decifrare gli scritti sui papiri. Alcuni infatti sono redatti in un linguaggio criptato, che evidentemente poteva essere compreso solo dagli iniziati. Il rotolo più curioso è quello detto “di rame”, perché infatti è di questo materiale. Al suo interno conserva le coordinate per ritrovare dei tesori nascosti, ma capire esattamente cosa dice è tutt’altro che semplice.

Gli studiosi si stano adoperando per cercare di evincere dai rotoli del Mar Morto tutto ciò che sia possibile, anche ricomponendo i minuscoli frammenti che sono stati ritrovati. Grazie alle più moderne e sofisticate tecnologie digitali, è stato possibile rileggere alcuni brani molto noti della Bibbia in modo del tutto nuovo. Come ad esempio quello in cui si parla del Diluvio Universale.

Al momento in cui si narra della costruzione dell’Arca di Noè, viene usato un termine che è “ne’esefet“. Questa parola veniva tradotta di solito con “altezza”: ma secondo il dottor Alexey Yuditsky in realtà vuol dire “riunite”. In pratica, il brano parrebbe voler dire che le ordinate dell’arca furono convogliate tutte fino a toccarsi in un solo punto. Detto in altro modo, l’arca doveva avere una forma piramidale.

Dai manoscritti del Mar Morto, dunque, si evince che il mezzo con cui l’umanità scampò ad un grande cambiamento climatico (perché appare ormai assodato che il Diluvio non fosse altro che questo, un innalzamento del livello dei mari) era stato costruito con la forma di una Grande Piramide. Forse per il ricordo di una civiltà più antica e antecedente, quella dei giganti.

Un’antichità un po’ più vicina

Fonte: www.science-rumors.com

Trovare testimonianze scritte che vengono dal passato remoto non è facile. ancor meno facile è leggerle con i nostri occhi di moderni. Ci sono molte cose che potrebbero sfuggirci, altrettante che potremmo fraintendere poiché non possediamo più i codici giusti. La Bibbia è uno dei libri più importanti del mondo, al pari di altri testi che conservano la memoria dell’Uomo, pur facendolo parlando per segni e simboli.

Nei manoscritti del Mar Morto possiamo ritrovare, con maggiore freschezza, quella che era la voce di chi serbava ancora vivido il ricordo, o il ricordo di un racconto, di epoche più remote. Man mano che ci allontaniamo, assume sempre più i contorni del mito e della leggenda. Ma c’è stato un tempo in cui il Mito era Storia.

Forse gli Esseni erano dei sacerdoti che ricordavano ancora la perduta Atlantide? E forse quell’arca, quella nave dalla forma piramidale, è stato il primo seme per ricostruire un mondo che era andato perduto, finito sotto le acque dell’Oceano? Sono in molti a credere che, tentando di decifrare i rotoli del Mar Morto senza pregiudizi, si potrebbero fare altre scoperte eclatanti.

Come sempre, ciò che è più importante a tal fine è leggere senza per forza voler trovare il senso che si cerca, o una conferma alle proprie teorie. Bisogna leggere con mente aperta e pulita, e magari si potrebbero trovare risposte a domande che non sono neppure ancora state formulate.

Oahspe: il libro sacro che parla di Mu

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L’esistenza di Atlantide e Mu non è mai stata provata, e ad oggi c’è chi nutre delle forti rimostranze anche solo a voler prendere in considerazione l’idea che il passato dell’Umanità sia diverso da come è stato scritto. Mettiamo però in chiaro una cosa: ciò che la scienza oggi accetta e definisce “ufficiale” non è altro che una convenzione. Si raccolgono indizi e si fanno delle deduzioni: la verità assoluta non è nella tasca di nessuno. E ci sono parecchi indizi che semplicemente vengono ignorati, quando non combaciano con il quadro che si vorrebbe vedere. Uno di questi indizi è l’Oahspe: il libro sacro che parla di Mu.

La Nuova Bibbia

Fonte: www.worthpoint.com

Come è noto, ogni religione del mondo ha il suo “libro sacro”. Per l’Islam è il Corano; per ebrei e cristiani è la Bibbia, per gli induisti ce ne sono diversi, tra i quali il Mahābhārata‎. Facilmente però non avrai mai sentito parlare di un libro che si autodefinisce “la nuova Bibbia”. Il suo titolo è Oahspe e fu scritto nel 1882, quindi è relativamente recente. Perché quindi si arroga un titolo tanto pomposo?

Prima di entrare nel merito, è doveroso fare una premessa. I sostenitori dell’esistenza di Mu e Atlantide rintracciano spesso “indizi” dell’esistenza di questi continenti all’interno dei testi sacri, o mitologici. Basti pensare al Diluvio, o alla figura dei Giganti: elementi che ricorrono in ogni tradizione antica, in ogni parte del globo. Churchward dice che le tavole Naacal sono quelle su cui sono state plasmate in seguito le grandi religioni. Qualcun altro dice che “il libro dei libri” sia l’Oahspe.

L’Oahspe venne messo per iscritto da John Ballou Newbrough (1828–1891) che non sembra avere meriti speciali se non quello di essere in diretto contatto con il mondo degli spiriti. Quest’uomo infatti era originario dell’Ohio e faceva il dentista, ma fin da ragazzino vedeva cose che gli altri non potevano nemmeno percepire. Scrisse l’Oahspe sotto “dettatura”, attraverso il meccanismo della scrittura automatica. Fu, in definitiva, solo un tramite.

Se sei una persona che non crede in questo genere di cose, sappi però che chi ha letto l’Oahspe dice semplicemente che Newbrough non aveva le conoscenze necessarie per scrivere di suo pugno, con il solo ausilio della fantasia, un testo tanto complesso. Il testo si compone di oltre 900 pagine e include anche dei disegni, per meglio dire geroglifici, che Newbrough eseguì a mano. Il resto lo scrisse a macchina: era la prima volta che un’opera veniva redatta interamente a macchina.

Non è un testo sacro

Fonte: oahspestandardedition.com

Anche se oggi ci sono persone (molto poche, in verità) che considerano l’Oahspe un testo sacro e lo usano come base di una sorta di religione “New Age” , il suo stesso autore disse che questo non è un libro di tipo religioso, quanto più un compendio sull’origine di tutte le religioni. Il “Dio” di cui si parla è sia uomo che donna e viene definito con il termine “Jehovih”. Così viene descritto il contenuto dell’opera:

Una Nuova Bibbia nelle parole di Jehovih e dei suoi angeli. Una Storia Sacra dei Domini dei Cieli Superiori e Inferiori della Terra dei passati 24.000 anni insieme ad una Sinossi della Cosmogonia dell’Universo; la Creazione dei Pianeti; la Creazione dell’Uomo; i Mondi Invisibili; il Travaglio e la Gloria degli Dei e delle Dee nei Cieli Eterei; con i Nuovi Comandamenti di Jehovih all’Uomo del Presente.

Davvero una presentazione sontuosa per un compendio che è onnicomprensivo. Il termine Oahspe viene tradotto in questo modo: il tutto, la somma di ogni conoscenza fisica e spirituale. I termini “angeli”, “Dei” e “Dee” non hanno l’accezione che possiedono per noi. Gli angeli, in questa cosmogonia, sono le anime delle persone, quelle che sono eterne e non soggette a morte. Dei e dee sono le anime incarnate.

La cosa davvero interessante è la concezione della storia presente nell’Oahspe, che è ben diversa da quella che noi intendiamo. Secondo il libro infatti l’uomo procede per cicli di progresso e regressione. I cicli si susseguono ai cicli, o possono anche esserci vari cicli all’interno di un ciclo più ampio. Insomma, nessuna linea retta verso un futuro meraviglioso. solo il continuo ritorno delle medesime cose in forme diverse.

La geografia dell’Oahspe

Fonte: www.angelfire.com

Siccome il libro si compone, come la Bibbia, di molti libri, e abbraccia un lungo periodo di tempo, racconta come il mondo appariva in epoche remote. Secondo il testo un tempo vi era un grande continente che viene chiamato Pan: una terra che subì drammatici cambiamenti. Ad un certo punto, infatti, si inabissò, e poco di ciò che essa era oggi resta.

In questa visione troviamo quindi il parallelo dell’esistenza di Mu, che si identifica con le “terre dell’ovest” per le popolazioni dell’America e che nell’Oahspe è chiamata Pan. E nel susseguirsi dei cicli umani ha conosciuto la sua fine. Ha però continuato ad esistere. Primo, perché le anime sono eterne e non hanno fine. Le anime di oggi erano già allora, ma hanno dimenticato.

Secondo, perché la storia narrata nell’Oahspe ha continuato ad essere narrata ed è stata tramandata. Naturalmente, ha cambiato forma nel tempo, e c’è stata una diaspora con tutte le differenziazioni del caso. Molti dei simboli presenti nel libro, però, ricordano da vicino quelli narrati da Churchward nei suoi libri su Mu. Sono gli stessi segni trovati su resti in pietra sparsi un po’ ovunque, da ovest ad est.

Vi è un’iscrizione nel tempio di Uxmal, in Messico, che è stata tradotta in questo modo: “Questo sito è dedicato alle terre ad Ovest, da cui un tempo giungemmo”. E ancora, nella piramide di Xochicalco si legge “Eretto come monumento alla Madreterra dell’Uomo, la Terra dell’Ovest, per tramandarne la memoria e commemorarne la distruzione”. Secondo Churchward, il riferimento è a Mu; per l’Oahspe, a Pan, il continente finito sotto il mare.

Faithism

Fonte: oahspestandardedition.com

Oggi ci sono gruppi di persone che seguono i dettami dell’Oahspe come una religione. Si chiamano “faithist”, che potremmo tradurre molto semplicemente come “coloro che hanno fede”. Ci sono svariati gruppi in America e qualcuno anche in Europa. La cultura mainstream li ignora, o li considera una delle tante “sette” che cercano una risposta al turbamento dell’uomo moderno in forme di venerazione del sacro sempre più astruse.

Il fulcro della religiosità dell’Oahspe, del “credo” che professa, è molto semplice e ci ricorda tanto i culti primordiali (a cui appartiene, se vogliamo prestar fede alla sua origine). Gli uomini sono “dei” e non hanno bisogno di intermediari con il Principio Creatore. Ogni uomo è parte dell’Universo e può comunicare con esso come e quando vuole. “Non avrò setta. Non avrò credo” è scritto ad un certo punto.

Paradossalmente, quella che viene definito “la Nuova Bibbia” è la negazione della religione come concetto base. L’uomo non ha bisogno di religione, di credo, di fede, di dogmi o dottrine, perché la fede è in lui in modo connaturato e congenito. Ammettiamo che questo è affascinante, perché è scandalosamente nuovo. Ci spinge a pensare che i secoli, i millenni, ci hanno allontanato dalla nostra vera natura.

Natura che risiede ancora da qualche parte, tra i resti spezzati e corrosi in cui hanno abitato le nostre anime in altri corpi. Ecco che la ricerca di Atlantide e Mu è la ricerca del Graal, la riscoperta del vero scopo dell’Uomo e del suo Fine Ultimo. Qual è stata davvero la “culla dell’Umanità”? Paradossalmente, la risposta oggi giace nell’acqua: là dove sempre la vita ha inizio.