Un manuale di magia e astrologia: il Picatrix

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Tra i molti testi curiosi e misteriosi del passato, ce n’è uno che è ben noto a tutti quelli che praticano l’astrologia. Si intitola Picatrix e la sua notorietà va di pari passo con il mistero che ne avvolge la redazione. Anche se possiamo ricostruire le fasi che hanno condotto alla sua diffusione, il Picatrix è anche un manuale di cui non si conosce davvero l’autore. I suoi contenuti, che possono apparire organizzati in modo un po’ confusionario ad un uomo moderno, ci offrono tanti spunti per guardare al mondo, e all’Universo, con occhi diversi. Scopriamo tutti i segreti del Picatrix.

Le varie edizioni del Picatrix

Fonte: fasrsap302.weebly.com

Sembra che l’edizione originale del Picatrix, che non aveva questo titolo, sia in lingua araba. Dovrebbe risalire al X secolo dopo Cristo, e si chiamava Ghayat al-Hakim, che possiamo tradurre come “l’obiettivo dell’uomo saggio”. L’intento di fondo dell’opera era dunque quello di fornire un prontuario per chi volesse perseguire uno scopo molto ambizioso: raggiungere la saggezza. Ecco perché il contenuto del libro (anzi, per meglio dire, dei libri) non è solo relativo alla magia, agli incantesimi e all’astrologia, ma anche alla filosofia. Secondo molti commentatori, il Picatrix sarebbe la base delle successive teorie rinascimentali.

Quest’opera fu infatti un tomo che rivestì un’importanza fondamentale nella formazione, ad esempio, di Marsilio Ficino, e probabilmente fu anche tra le letture preferite di Giordano Bruno. Questi ultimi lo lessero non in arabo ma in latino. La traduzione fu commissionata e voluta da re Alfonso X di Castiglia, detto non a caso “il Saggio”. Il sovrano fece tradurre il manuale anche in spagnolo, e da quel momento (siamo intorno alla metà del XIII secolo) esso ebbe ancora maggiore diffusione.

La denominazione con cui il testo è conosciuto oggi è latina, ma non si sa bene che cosa stia ad indicare. Secondo la teoria più diffusa e accreditata, dovrebbe essere una storpiatura di un nome molto volte citato nell’opera, Buqratis. Forse il re Alfonso diede eccessivo rilievo a questo nome, che di fatto non compare che a metà del testo, finendo per credere fosse quello dell’autore. In realtà, a scrivere il Picatrix potrebbe essere stato Maslama ibn Ahmad al-Majriti, matematico andaluso (l’opera venne redatta originariamente in Andalusia, regione a sud della Spagna). L’attribuzione, però, è tutt’altro che certa.

I contenuti del Picatrix

Fonte: Twitter

Il volume è diviso in quattro Libri, ognuno dei quali si compone di svariati capitoli. Come abbiamo anticipato, per un lettore moderno è molto difficile seguire l’andamento del discorso, in quanto manca un filo logico che renda la lettura consequenziale. Tanto è confusa la narrazione che qualcuno ha ipotizzato che il testo non sia altro che l’insieme degli appunti presi da scolari alle lezioni di uno o più maestri. La suddivisione dei libri può però dare un’idea dei contenuti generali dell’opera, che vertono tutti sulla magia, l’alchimia e le scienze esoteriche.

Nel Libro Primo si parla dei cieli, e degli effetti che provocano con le immagini create sotto di essi. Per “immagini” si intendono simulacri che poi diventano talismani del potere. Nel Libro Secondo si approfondisce il discorso sui cieli, parlando delle traiettorie che descrivono, delle loro sfere e del loro effetto su questa terra. Se ne deduce che quindi è questo il libro dedicato all’astrologia. Ancora di astrologia parla il Libro Terzo, che descrive i pianeti e il modo in cui si può parlare con i loro “spiriti”. In questo libro si introduce anche la tematica della magia, che in realtà non è mai scissa del tutto da quella dell’astrologia.

Nel Quarto Libro, infine, si entra nel vivo delle evocazioni e si spiega in che modo è possibile chiamare gli spiriti con suffumigi e altri espedienti. Bisogna infatti precisare che il Picatrix è conosciuto soprattutto per i suoi contenuti scabrosi. In esso ci sono ricette per preparati magici che spesso usano ingredienti abbastanza raccapriccianti, come sangue di animali o pezzi di cervello. Si illustrano formule e preparati che possono servire a diversi scopi, dal far innamorare qualcuno fino a propiziare un buon raccolto dei campi.

La filosofia del Picatrix

Fonte: Twitter

Quest’opera si può intendere come la summa di conoscenze pregresse, e la sua importanza storica e filologica consta proprio del fatto che ci permette di recuperare nozioni che altrimenti avremmo perduto. Con molta probabilità, infatti, i contenuti del tomo erano in precedenza trasmessi per via orale, come sovente accadeva in passato. Si può però presumere che la trascrizione sia stata molto fedele, in quanto le conoscenze esoteriche si tramandavano come filastrocca, dove un errore veniva subito riconosciuto e rettificato.

Il materiale contenuto nel Picatrix dunque riassume tutte le credenze nel campo dell’astrologia, nel quale gli arabi erano maestri, e della magia pratica e teorica. Infatti, ad un certo punto, vi è un elenco illustrato e ben descritto di immagini e figure che possono servire per invocare l’ausilio dei pianeti e dei cieli. Si può dire che questo manuale sia servito come base per tutti coloro che, anche nei secoli successivi, si sono interessati di occultismo, magia e alchimia. Questo è anche uno dei motivi per cui il libro, ad un certo punto, è stato visto di cattivo occhio.

I contenuti del Picatrix però non sono né buoni né malvagi. Gli incantesimi di cui dà conto possono servire tanto a far accadere cose positive, che invece a fare del male alle persone. Più che altro, esprimono una visione del mondo assai difficile da comprendere per noi uomini contemporanei, ma che fu molto importante per gli uomini dell’epoca e che, come anticipato, costituì le basi del Rinascimento. Infatti, il volume si ispira all’idea che tutto costituisca un unicum: che cielo e terra, uomini e animali, vegetali e persino sostanze inanimate, possano influenzarsi vicendevolmente.

Il significato culturale del Picatrix

Fonte: www.researchgate.net

Stando a quanto ha detto uno dei principali studiosi di questo testo antico, Martin Plessner, il Picatrix sarebbe l’anello di congiunzione tra le credenze esoteriche e l’approdo al metodo scientifico, quello secondo il quale si conosce la verità solo procedendo per tentativi. Questa lettura, però, proietta il volume troppo in avanti nel tempo, mentre in realtà i suoi contenuti affondano molto più indietro. Ad esempio, vengono sovente citati Ermete Trismegisto e tutte le conoscenze ermetiche di cui lui fu il principale detentore.

Vi è anche un passo molto interessante nel Libro Quarto dove si parla di una città chiamata Adocentyn. Fu Ermete Trismegisto a costruire questa città in Egitto, si racconta. La città aveva quattro ingressi, ognuno sorvegliato dalla statua di quattro animali: un toro, un’aquila, un leone e un cane. Nella città Ermete piantò molti alberi, e al suo centro eresse una torre circondata dalle acque. Secondo alcuni, questa città è Giza. Secondo altri, è solo un’utopia, come la città del Sole e come l’Atlantide di Platone.

In realtà, noi sappiamo come Ermete Trismegisto sia da molti associato al dio egizio Thot. Fu Thot davvero un dio, e non forse semplicemente un uomo dalle conoscenze superiori, venuto da una terra lontana che era sprofondata nell’Oceano? Sono queste le domande che si muovono a latere di un libro misterioso e pieno di una magia passata e dimenticata, ma non per questo non più efficace. L’uomo oggi crede in ciò che vede, ma chi ha redatto il Picatrix credeva nel fatto che vi sono molte più cose invisibili che visibili che influenzano la nostra esistenza.

Fonti:

La pietra di Waubansee: un manufatto dall’utilizzo sconosciuto

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Quando pensiamo a civiltà antichissime, il pensiero corre all’Egitto, alla Mesopotamia, o al Centro America. Il Nord America, da questo punto di vista, è un po’ negletto, anche se la sua storia antica non è meno affascinante di quella dei posti che abbiamo appena citato. Ne è dimostrazione il fatto che ci sono oggetti, ritrovati proprio in Nord America, che affascinano gli archeologi da decenni e di cui nessuno ha ancora capito la vera natura. Uno di tali manufatti è la pietra di Waubansee (o di Waubonsie), che per alcuni è del tutto banale, mentre per altri ha lati estremamente oscuri. Scopriamone insieme la storia.

Fort Dearborn e quella strana fontana

Fonte: Reddit

Oggi, la pietra di Waubansee si trova esposta presso la Chicago Historical Society. Una targa esplicativa ne racconta la storia: almeno, quella storia che è stata ufficialmente accettata circa la sua origine. Le vicende della pietra furono ricostruite da Henry H. Hurlbut, membro delle Historical Society di Chicago e del Wisconsin. Si trovano riportate nel libro Chicago Antiquities del 1881 in un capitolo lungo otto pagine. Secondo Hurlbut, a scolpire la pietra fu un soldato che era di stanza a Fort Dearbon, che si trovava all’imboccatura del fiume Chicago.

La pietra di Waubansee è un grosso masso di granito rosso. In origine pesava oltre una tonnellata ed era lunga più di 2 metri. Poi fu rimossa dal suo luogo di collocazione e ridotta ad appena un metro. Si tratta di una sorta di bacinella, la quale è scolpita sulla sommità. Nella parte frontale invece c’è un volto. Ha gli occhi chiusi, la bocca aperta e il pizzetto. Secondo Hurlbut quello è il volto di un capo indiano della tribù Potawatomi, che viveva in quella regione prima dell’arrivo dei coloni europei.

La ricostruzione ufficiale dice che un soldato di Fort Dearborn, il cui nome è andato perduto ma che con una certa enfasi Hurlbut paragona allo stesso Michelangelo, scolpì quel volto per omaggiare il capo indiano. Probabilmente la sua intenzione era di scolpirne la figura intera, ma poi venne spostato altrove e non poté completare la sua opera d’arte. Il capo Waubansee morì nel 1848, alla tenera età di 80 anni. Secondo questa ricostruzione, quindi, la pietra avrebbe poco più di 200 anni.

Vicissitudini successive della pietra di Waubansee

la pietra di Waubansee dopo l’incendio di Chicago, Fonte: bookofmormonevidence.org

La pietra su cui è scolpito il presunto volto del capo Waubansee è di origine glaciale, e si suppone che fosse scivolata verso la foce del fiume da Nord. Dopo la distruzione di Fort Dearbon, la pietra venne rimossa e ridimensionata. Il nuovo proprietario era il giudice Henry Fuller, che la mise sulla banchina della Società del Ghiaccio del porto di Chicago. La pietra cambiò successivamente collocazione nel 1856, diventando parte dell’arredo del parco Dearborn. Fu allora, dice Hurlbut, che venne trasformata in una fontana. Il catino superiore venne perforato e messo in collegamento con la bocca, da cui usciva l’acqua.

Nel 1866 Fuller vendette la pietra di Waubansee a Isaac N. Arnold, collezionista d’arte, che la mise nel giardino della sua tenuta. Un incendio la distrusse nel 1871, ma il masso non subì alcun danno. Nel 1884 Arnold morì e nel 1913 tutte le sue proprietà furono messe in vendita. Una delle sue figlie decise allora di donare la pietra di Waubansee alla Chicago History Society, dove si trova da allora. Nonostante sia da tutti riconosciuta la grande importanza storica per il Nord America della scultura, nessuno ha mai approfondito le ricerche sul suo conto dopo le dichiarazioni di Hurlbut.

Eppure ci sono degli indizi che fanno pensare come la storiella del soldato scultore sia poco credibile. Intanto, nonostante alcuni affermino che i militari dell’epoca avevano una grande manualità, il volto inciso nella roccia mostra segni di grande perizia artistica. Senza contare che il granito è davvero molto duro e non è facile scalfirlo. Poi c’è un particolare fisiognomico. La faccia incisa ha la barba, per l’esattezza una sorta di pizzetto. Il capo Waubansee dei Potawatomi era glabro, come tutti i nativi americani.

Altre possibili ricostruzioni: chi ha scolpito davvero la pietra di Waubansee

Fonte: Ancient Pages, Credits: Scott Walter

Nel tempo, naturalmente, sono state fatte altre speculazioni sulla reale natura di quella roccia. Alcuni dicono che servisse ai nativi per macinare il grano, idea alquanto bislacca. Ci sono poi studiosi che ritengono che possa essere assai più antica di quanto non si pensi. Inoltre, probabilmente non era solo un’opera d’arte, ma aveva anche uno scopo pratico e religioso. Alcuni la chiamano infatti la roccia “del Sacrificio e della Morte”. Joseph Kirkland, autore di “Story of Chicago”, è uno dei primi a notare la somiglianza della pietra di Waubansee con i teocalli aztechi.

Il teocalli è la classica piramide a gradoni: è noto come sulla sua sommità avvenissero sanguinosi sacrifici umani. Alcuni pensano che anche la pietra di Waubansee servisse a questo: a compiere sacrifici umani, più esattamente di bambini. L’infante veniva messo nella cavità superiore e sgozzato. Il suo sangue veniva poi versato nel fiume al fine di invocare la benevolenza del dio per i lunghi viaggi in mare. La prima ipotesi è che gli autori della pietra fossero dunque appartenenti a civiltà precolombiane, antecedenti anche alla tribù dei Potawatomi.

Questo la renderebbe dunque assai più antica della datazione attuale. Ma c’è chi si è spinto anche oltre. C’è chi pensa che non siano stati i costruttori di tumuli, né gli Aztechi, né i Maya, ad ispirare la scultura della pietra di Waubansee. Si potrebbe risalire ancora più indietro con ipotesi ancora più ardite. C’è infatti qualcos’altro sulla pietra che potrebbe dare un ulteriore indizio circa la sua vera natura. Su entrambe i lati ha dei buchi triangolari, che poi sono stati smussati. Questi fori affondano di circa 2 centimetri. A cosa servivano?

Navigatori venuti da lontano

Fonte: Ancient Code

Wilford Anderson è uno storico a livello amatoriale, che nel 1996 ha pubblicato in self-publishing un libro intitolato Norse America: Tenth Century Onward. Qui si approfondisce la tesi, ormai universalmente sposata, che non sia stato Cristoforo Colombo il primo ad approdare nel cosiddetto “nuovo mondo”. L’idea che gli antichi credessero che la Terra fosse piatta è infatti del tutto errata e i navigatori del Nord, i Vichinghi, di certo giunsero in quelle che sarebbero diventate le Americhe.

La pietra di Waubansee potrebbe dunque essere una pietra di ormeggio, che veniva usata per attraccare all’arrivo delle navi. Non è l’unica di tal genere che sia stata trovata in Nord America, il che sembrerebbe confermare questa ipotesi. Ma poi c’è chi si è spinto anche oltre. Secondo Frank Joseph, giornalista dell’Ancient American magazine, chi ha scolpito la pietra di Waubansee era una civiltà diversa: lui parla dei Fenici. La supposizione potrebbe sembrare sconvolgente, ma non è campata per aria.

Joseph visitò personalmente la Chicago Historical Society per vedere il manufatto nei primi anni Ottanta. Dopo aver pubblicato molti lavori sui siti sacri del Nord America e sulla loro connessione con Atlantide, nel 1997 diede alle stampe Chicago’s Great Stone Face. Qui illustra le conclusioni a cui è giunto, disse, non da storico ma da giornalista, abituato cioè ad analizzare i fatti senza pregiudizi e senza preconcetti.

L’ipotesi Fenicia

Fonte: www.historytoday.com

I Fenici erano un popolo eccezionale di navigatori. Non vi sono prove che abbiano anche attraversato l’Oceano, ma si sa come raggiunsero praticamente ogni angolo del Mediterraneo dalla loro madre patria, che si trovava nella zona dell’attuale Libano. Fu solo la potenza di Roma che riuscì a mettere fine all’impero fenicio con la distruzione di Cartagine, la loro città più potente. I Fenici,che avevano origini semitiche, portarono a termine imprese impensabili per l’epoca (il loro regno durò dal III millennio avanti Cristo fino alla distruzione di Cartagine, avvenuta nel 146 avanti Cristo).

Dalle coste del Mediterraneo Orientale riuscirono a raggiungere l’Europa del Nord, fino alla Cornovaglia. Non è azzardato ipotizzare che siano riusciti a spingersi anche ben oltre, risalendo i fiumi fino all’entroterra del Nord America per trovare un metallo preziosissimo per l’epoca, il rame. Gli scettici obiettano che sarebbe stato impossibile, vista l’attuale rete fluviale. Ma a quei tempi il reticolo dei fiumi era radicalmente diverso da come appare oggi. Ci sono inoltre altri manufatti fenici che farebbero pensare a somiglianze con la pietra di Waubansee.

Pietra che, a questo punto, avrebbe avuto due usi. Era pietra di ormeggio, a cui si assicuravano le navi al momento di attraccare e scendere a terra. Era inoltre pietra sacrificale, per avere il favore del dio Moloch che avrebbe permesso una traversata sicura e priva di pericoli. Come afferma lo stesso Joseph, queste non sono certezze ma idee che però sono avvalorate da molti indizi. Quel che è certo, è che è un vero peccato che nessuno si sia mai preso il disturbo di indagare davvero su cosa sia la pietra di Waubansee, senza fermarsi alla prima, comoda spiegazione.

Un volto dal passato

Fonte: drloihjournal.blogspot.com

Di nuovo ci troviamo di fronte ad un volto dal passato che non ha né nome né voce. Noi possiamo solo congetturare cosa vorrebbe dirci, ma non riusciamo più a comprendere le sue risposte. C’è chi dice che la poca importanza data ad un reperto che potenzialmente potrebbe essere di fondamentale importanza per capire la storia antica delle Americhe sia voluta. Nessuno desidera che i nativi americani vengano considerati in maniera diversa da come vengono dipinti da secoli, selvaggi senza retaggio e senza memoria.

In realtà sappiamo bene come le tribù di nativi americani conservino ancora oggi, nei modi limitati che sono concessi ai sopravvissuti al loro sterminio, una saggezza ancora più antica delle pietre. E la pietra di Waubansee forse cela una storia dimenticata, che noi ci permettiamo di spingere ancora un passo oltre. Posso essere stati i Fenici a scolpire quella faccia, che ha in effetti tratti decisamente indoeuropei. Ma se fosse stato un popolo ancora più antico, un popolo che sul mare ci viveva?

Alludiamo naturalmente al popolo di Atlantide, di cui forse i Fenici erano i diretti discendenti. Atlantide, se fosse davvero esistita, sarebbe stata il trait d’union tra America e Europa. Molti reperti, come la pietra di Waubansee, mostrano quanto questi due continenti, distanti e separati, siano invece interconnessi fin dai tempi più remoti. Attendiamo però un cenno di conferma da quel volto con gli occhi chiusi. Se infatti le palpebre sono abbassate, la sua bocca è aperta e magari un giorno ci consentirà di scoprire la verità che a lungo è stata ignorata, o celata.

Fonti:

Il Monte Kailash: la Piramide, la Svastica e l’Axis Mundi

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In Tibet vi è una montagna sulla quale, secondo i credenti di diverse religioni, abitano gli dei. Il Monte Kailash si trova esattamente all’interno dei monti Gangdise, che a loro volta fanno parte del sistema dell’Himalaya. Raggiunge 6638 metri sul livello del mare e ha un aspetto imponente e maestoso. Non ci stupisce sapere che, così come accade anche per molti altri picchi montuosi, qualcuno abbia immaginato che lassù potessero sedere esseri divini. Ma il Monte Kailash cela anche tante altre storie, una delle quali dice addirittura che non è una conformazione rocciosa naturale. Scopriamo chi ha rivelato che, in realtà, questa montagna è una piramide che fa parte di un complesso reticolo energetico diffuso su tutto il pianeta.

Una montagna sacra

Fonte: Pinterest

Il Monte Kailash è ritenuto sacro da tre religioni diverse: il buddismo, l’induismo e il giainismo. Non solo, ma anche dalla religione Bön e dagli zoroastriani. Secondo gli induisti, sulla sommità della montagna siede Shiva in meditazione; secondo i buddisti invece lassù si trova il Buddha Demchok, il quale rappresenta l’estrema beatitudine. Anche chi non crede non può negare come questa montagna presenti delle caratteristiche uniche che la rendono, se non sacra, di certo speciale.

Da essa nascono quattro importanti fiumi, tra i quali un affluente del Gange, il Karnali, oltre all’Indo, al Sutlej e al Brahmaputra. Non distante dal Monte Kailash si trovano anche due grandi laghi, il Manasarovar Tal e il Rakshastal Tal, che hanno curiose caratteristiche. Il primo ha forma tonda ed è associato al sole; l’altro invece ha la forma della luna crescente. Uno è composto da acqua dolce, l’altro da acqua salata, caso praticamente unico al mondo.

Per quanto il Monte Kailash sia meta di pellegrinaggi da secoli, nessuno mai ne ha conquistato la vetta. Oggi è vietato anche solo provarci, ma chi si è cimentato in passato ha incontrato fini ingloriose. Si sono diffuse strane storie sul perché quella vetta sia inaccessibile. Sembra che la montagna, in qualche misura, faccia di tutto per deviare i passi dei viandanti. Senza contare che sul Monte Kailash il tempo scorre più veloce. Chi vi si inerpica da giovane, scende che è già vecchio.

Gli antichi racconti

Fonte: nutshellschool.com

Potresti pensare che queste sono solo le chiacchiere che gli scalatori, beffati dalla montagna, si scambiavano al bivacco, intorno al fuoco. Eppure è vero che le “dicerie” intorno al monte Kailash risalgono a molto, molto tempo addietro. Nei maggiori testi sacri dell’induisimo si parla di questa montagna come dell’Axis Mundi, ovvero del perno attorno al quale ruoterebbe il pianeta Terra, e il cosmo stesso.

Nel 1907 sir Marc Aurel Stein, archeologo britannico di nazionalità ungherese, raggiunse la città di Dunhuang dove, da un eremita taoista, recepì (alcuni dicono: rubò) manoscritti preziosi. Tra questi manoscritti vi era una copia del “Sutra del diamante”. Vi era inoltre un diagramma buddista del secondo secolo in cui si illustrava la “montagna cosmica”, chiamata Monte Meru. Il disegno, studiato in seguito da esperti militari, fu trovato terribilmente somigliante allo schema di un acceleratore di particelle, che fu studiato nell’ambito del progetto Manhattan per mettere a punto la bomba atomica.

Così, qualcuno ha ipotizzato che la misteriosa fine dell’antica città di Mohenjo-Daro, vero cold case dell’antichità, potrebbe avere avuto la sua origine nel monte Kailash. Se la montagna fosse stata, in realtà, una fonte di energia inimmaginabile per l’Uomo, si potrebbe pensare che quell’energia, ad un certo punto, sia finita fuori controllo. Molti indizi trovati a Mohenjo-Daro fanno pensare che il sito possa essere stato colpito da una forte ondata di radiazioni e da un calore smisurato: quello emesso da una bomba atomica. Ma come si fa a pensare che una montagna sia una sorta di centrale nucleare?

La spedizione del dottor Ernst Muldashev

Fonte: www.rbth.com, il dottor Ernst Muldashev

Ernst Muldashev è un personaggio molto curioso. Di professione fa l’oftalmologo: nato nel 1948 nell’ex Unione Sovietica, nel corso della sua lunga vita ha esercitato sempre questa professione. Eppure ha sviluppato e coltivato anche altri interessi, come provano i numerosi libri da lui scritti. In uno di questi volumi, intitolato “Where do we came from” (Da dove veniamo), Muldashev riporta le sue conclusioni dopo una spedizione sul monte Kailash. Mukdashev si recò in Tibet nel 1999 con un gruppo di collaboratori. Soggiornò per qualche tempo sulla montagna, sostenendo di aver udito sussurri e tonfi di pietre provenire dal suo interno.

La teoria del dottore è tanto semplice quanto incredibile. Secondo lui il Monte Kailash è una piramide, costruita da mano umana. Ovviamente, fu costruita moltissimo tempo fa, da uomini che erano più che uomini e possedevano tecnologie oggi perdute. Questa enorme piramide, la più grande di tutte, forse la prima fra tutte, costituisce parte di un complesso reticolo mondiale che mette in collegamento altre piramidi, sia naturali che manufatte dall’uomo, comprese quelle di Giza e quelle mesoamericane.

L’ipotesi completa è questa. C’è stato un tempo, tanto tanto tempo fa, in cui gli uomini erano creature semidivine. Sapevano come fare per spostare massi enormi e pesanti, e gestivano un’energia globale che fluiva su tutto il pianeta. Questa energia veniva narrata nei testi sacri come “raggi di luce”. Che fosse energia atomica? O era forse il misterioso Vril narrato da Edward Bulwer-Lytton? Ad ogni modo, un giorno quell’energia andò perduta. Forse causò la fine di quella civiltà (come causò la fine di Mohenjo-Daro). Oggi resta solo quella che sembra una montagna: una montagna molto misteriosa.

Il monte della svastica

Fonte: haribhakt.com

Il Monte Kailash viene chiamato anche in molti altri modi, tra i quali “montagna della svastica”. La svastica, nonostante per noi occidentali abbia assunto un significato tetro e mortifero, è un simbolo sacro per gli induisti e per molte altre popolazioni, oltre che essere un simbolo antichissimo. Sul versante sud del Monte Kailash, da certe angolazioni, si può vedere una svastica. Inoltre, la montagna ha quattro versanti a picco, che guardano ognuno verso un punto cardinale. Sembra davvero una piramide.

La catena montuosa dell’Himalaya è selvaggia e affascinante, ed è detta “tetto del mondo” non a caso. Essa è vecchia di milioni di anni ed incute timore e rispetto negli esseri umani, che capiscono di trovarsi di fronte ad un organismo antico e saggio. La teoria secondo cui esistono piramidi in ogni angolo del globo, a partire dal Giappone fino all’Egitto e persino all’Australia, non è inedita ed è molto più che affascinante. Essa pone le basi di un’altra storia, che sembra inverosimile solo perché si prende per buona un’altra versione che è diventata ufficiale con il tempo, ma non ha maggiori prove a suo favore.

Anche la storia attuale, per certi versi, ci dimostra come la storia dell’Uomo sia tutt’altro che una linea retta fatta di progressi. Essa è una storia fatta di ripensamenti, errori, e ritorni ciclici. Sotto al Monte Kailash si percepisce come vi sia un’energia potente a cui oggi non sappiamo dare nome, e che di certo non sappiamo domare. Sotto al Monte Kailash possiamo davvero credere che ci sia stato un tempo in cui gli uomini erano poco meno che dei, e che ciò che viene definito “fantarcheologia” forse sia meno fantasiosa di quanto non ci piacerebbe credere.

Fonti:

Il Pozzo di Osiride: uno dei luoghi meno conosciuti della piana di Giza

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Il legame tra l’Egitto e la perduta Atlantide è sancito dallo stesso Platone, il quale apprende come era organizzata quell’antica civiltà da un sacerdote egizio. In molti sono convinti che proprio in Egitto siano ancora celati molti indizi che proverebbero che Atlantide è davvero esistita. Se a questo si aggiunge che in Egitto tutto suscita meraviglia, quando si va a scavare tra la polvere del passato, il gioco è fatto. Vi è ad esempio un luogo molto intrigante, che si trova là dove ogni anno i turisti accorrono a migliaia. Proprio nella piana di Giza c’è infatti quello che viene definito “pozzo di Osiride”, tanto affascinante quanto misterioso. Scopriamo di cosa si tratta.

Cosa c’è sotto la piana di Giza?

Fonte: www.earthtrekkers.com

Nel secondo libro delle sue storie, Erodoto parla diffusamente dell’Egitto, sostenendo che sotto la piana di Giza si trovi una sorta di “città sotterranea” fatti di cunicoli e aperture. L’archeologia moderna ha sempre negato recisamente questa ipotesi, così come ha sempre negato che vi siano tunnel sotto la Sfinge. Eventuali esplorazioni sono state vietate, e se qualcuna ne è stata eseguita, ciò ci resta ignoto. Vi è però un luogo che è stato scoperto, che discende parecchio in profondità, e che sembrerebbe confermare, almeno in parte, le affermazioni di Erodoto. Parliamo proprio del pozzo di Osiride, o della tomba di Osiride, come è anche chiamato.

Se non ne hai mai sentito parlare, potresti pensare che sia in qualche luogo sperduto d’Egitto e che non sia facile da raggiungere. Sbagliato: si trova proprio nella piana di Giza, fianco a fianco con Piramidi e Sfinge. Per l’esattezza, si apre all’incirca a metà del camminamento in pietra che conduce alla piramide di Cheope. Il termine “pozzo” allude proprio al fatto che scende in profondità, e che in fondo si trova dell’acqua. C’è chi dice infatti che il pozzo venisse usato anche come una sorta di piscina. Ma là sotto ci sono parecchie cose interessanti, inaccessibili ai comuni turisti.

La prima testimonianza dell’esistenza del pozzo risale al 1837. L’ingegnere e egittologo britannico John Perring la etichettò come “Tomba #1”. Più tardi, tra il 1933 e il 1934, ad accorgersi che quell’entrata non conduce ad una semplice tomba fu Selim Hassam, archeologo che si stava occupando di ripulire la strada sotto cui si trova il pozzo di Osiride. Hassam scoprì che scendeva di parecchi metri, ma non poté esplorarne il fondo in quanto era invaso dall’acqua, a quei tempi.

La riscoperta del Pozzo di Osiride

Fonte: hiddenincatours.com

Era il 1999 quando infine il pozzo di Osiride venne esplorato fino in fondo. L’autore di questa riscoperta, manco a dirlo, fu Zahi Hawass, noto egittologo. Noto anche per la sua spiccata antipatia verso tutti coloro che esprimano tesi non allineate con quelle ufficiali rispetto all’Antico Egitto. Hawass pubblicò un opuscolo in cui ha raccontato per filo e per segno la struttura del pozzo: una struttura invero sorprendente se vogliamo credere, come sostiene lui, che i sarcofagi trovati là sotto vennero sollevati (e calati, si presume) con l’aiuto di aste di legno.

In “The Discovery of the Osiris Shaft at Giza” (nelle fonti trovi il link per leggere il documento originale) vengono descritti i tre livelli della conduttura, che misura nel complesso ben 30 metri. Al primo livello si accede attraverso una stretta scala di metallo infissa nella parete verticale. A 4 metri di profondità c’è il primo livello, una stanza ariosa e ventilata. Poi, si scende ancora al secondo livello, molto più interessante: bisogna inabissarsi di altri 16 metri. Qui c’è una stanza con 6 nicchie laterali. All’interno delle stanzette furono ritrovati 3 sarcofagi di basalto (materiale molto pesante) più vari arredi funebri e qualche mummia mal conservata.

Gli oggetti rinvenuti erano amuleti di ossidiana, diorite e altri materiali, oltre a statuette. La vera meraviglia giungeva al terzo e ultimo livello, quello un tempo invaso alle acque. Fu comunque necessario drenare fuori l’acqua rimanente. Lì, all’ultimo livello, dopo altri 10 metri di discesa, vi è un grande sarcofago di basalto. Il sarcofago misura oltre 2 metri di lunghezza e un metro di larghezza. Al suo interno furono trovati i resti di uno scheletro; il coperchio era a terra, sul pavimento. Il sarcofago è una sorta di “isola”: si trova infatti in mezzo alle acque, misterioso, impenetrabile. Secondo alcuni era la tomba del dio Osiride, questo perché furono trovati dei simulacri a lui dedicati.

A cosa serviva il pozzo di Osiride

Fonte: curiosmos.com

Vista la presenza dei sarcofagi, e visto il ritrovamento di resti umani, è abbastanza chiaro che gli Egiziani usassero il pozzo come luogo di sepoltura. Eppure sono tante le domande che solleva questo luogo, inaccessibile ai più, di certo precluso ai turisti. La datazione ufficiale è alla 26esima Dinastia, quindi a circa 2500 anni fa. Ma c’è chi crede che il pozzo di Osiride possa essere stato scavato ben prima che gli Egizi ne prendessero possesso. Una prima curiosità da rilevare, mai spiegata, è la presenza di ossido di ferro sui sarcofagi del secondo livello e persino sul soffitto.

Inoltre, c’è da farsi qualche domanda sulla provenienza dell’acqua che invade il fondo del pozzo. Da analisi eseguite sui campioni prelevati personalmente da Kathy J. Forti, essa appare acqua salata e non dolce. Ad ogni modo, il Nilo è molto lontano dalla piana di Giza. Da dove viene quest’acqua marina? L’ipotesi più probabile, avanzata dalla stessa Forti, è il lago Qarun, un tempo detto Meride, che si trova in una depressione sotto il livello del mare. Accanto al lago c’è il complesso archeologico di Hawara. In base alle indagini eseguite dal dottor Carmen Boulter e da Klaus Dona con tecnologie all’avanguardia, sotto quel complesso vi è un fitto reticolo di cunicoli e gallerie sotterranee.

Possibili conclusioni

Fonte: www.ancient-code.com

Di certo il Pozzo di Osiride, anche se non è davvero la tomba di un dio, ha dei contorni che esulano dall’umano. Così come quando ammiriamo le grandi piramidi, la domanda che ci poniamo è perché mai degli uomini abbiano sentito il bisogno di dare vita ad opere così grandiose, complesse e faticose da realizzare. Onorare i loro faraoni potrebbe non essere un motivo sufficiente. L’altra domanda è ancora più elementare: come hanno fatto usando solo semplici utensili in bronzo? Come hanno potuto calare i sarcofagi nel pozzo, visto il loro peso non indifferente? I sarcofagi del pozzo di Osiride ricordano molto quelli del serapeo di Saqqara.

L’altra spiegazione è che tutti i racconti antichi sono veri. C’era una grande civiltà che dovette fuggire dalla sua terra, sprofondata in mare. Quella civiltà era molto avanzata e conosceva forme di energia che noi abbiamo dimenticato. Le piramidi e tutte le altre grandi costruzioni che ancora esistono in giro per il mondo erano elementi di quell’impianto energetico globale. Per conservare i ricordi del loro passato, questi uomini in fuga costruirono tunnel sotterranei, e da qualche parte, là sotto, si nasconde la Hall of Records di cui parlò Edgar Cayce. Zahi Hawass liquida tutto questo come pure sciocchezze. Eppure quella tomba in mezzo all’acqua, come un’isola, forse è essa stessa il ricordo di Atlantide, che un tempo si ergeva in mezzo all’Oceano.

Fonti:

Il “Grande Vuoto” scoperto nel cuore della Piramide di Cheope

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Non smette mai di stupirci un fatto semplice, ma innegabile. Uno dei monumenti più noti e visitati dai turisti in tutto il mondo è la piramide di Cheope. Questa costruzione è anche stata esplorata, analizzata e studiata numerose volte nel corso degli anni. Nonostante questo, essa resta ancora un mistero. Mancando fonti scritte che dicano come è stata costruita, ad oggi non sono state trovate spiegazioni convincenti sul modo in cui gli enormi blocchi di calcare e granito siano stati sollevati a molti metri di altezza e poi posati con precisione. Non si sa con esattezza neppure a cosa servisse. L’unica cosa che si credeva certa era la sua struttura interna: ma recenti studi hanno messo tutto, di nuovo, in discussione.

La struttura interna della piramide di Cheope

Fonte: www.britannica.com

Le nuove tecnologie stanno offrendo molti innovativi strumenti per portare avanti gli studi archeologici. Già del 1986 si era ipotizzata l’esistenza di un’altra stanza all’interno della piramide di Cheope. A quella data, gli studiosi non ne conoscevano che tre: la Camera del Re, che si trova più in alto delle altre e che si ipotizza contenesse la mummia del faraone (che però non è stata ritrovata). Ci sono poi la Camera della Regina, più in basso, e una terza camera, non finita, che è sotto il livello del terreno. Tra la Camera del Re e quella della Regina c’è un collegamento chiamato “Grande Galleria“. Ci sono poi altri cunicoli e spazi di minore rilievo.

Gli ingressi alla piramide sono due: il primo è quello ufficiale, che si trova sulla parete nord, a circa 8 metri di altezza. Quello però usato da visitatori e turisti si trova alla base della piramide ed è detto “Robbers’ Tunnel”. Questo passaggio fu scavato nell’820 dagli uomini del califfo A Mam’un, che gli studiosi ritengono siano stati i primi a penetrare dentro la piramide di Cheope. Fin qui quello che sappiamo. L’archeologia dice che la piramide era la tomba del faraone e che dunque al suo interno vi fosse tumulato il corpo. Non vi sono evidenze a conferma di ciò, visto che il cosiddetto “sarcofago” trovato nella Camera del Re era vuoto. Si presume naturalmente che i predatori avessero già fatto razzia di tutto quanto di prezioso potesse esservi all’interno.

Nel 1986, come dicevamo, si ipotizzava che vi fossero altre cavità oltre a quelle note. Furono anche eseguiti scavi e perforazioni, ma senza successo. Andando avanti si rischiava di danneggiare la struttura. Ma nel 2015 esistevano nuovi sistemi non invasivi che permettevano di scandagliare il cuore della piramide di Cheope. Fu così che nacque il progetto ScanPyramids, patrocinato dall’Università del Cairo, ma a cui aderirono studiosi francesi e giapponesi. Il team di ScanPyramids decise di usare i muoni per penetrare l’interno della piramide misteriosa.

ScanPyramids e i muoni

Fonte: www.caen.it

I muoni sono particelle molto piccole, molte volte più leggere degli elettroni, che i raggi cosmici producono quando penetrano l’atmosfera terrestre. I muoni hanno la peculiarità di poter attraversare i solidi, quindi la pietra, mostrando una densità diversa quando però intercettano degli spazi vuoti. Questo per spiegare in modo molto elementare come funziona la tomografia a muoni. Con sofisticati rivelatori si possono scoprire le cavità entro un vulcano, ad esempio… o, perché no, una piramide.

A partire dal 2015 quindi il team di ScanPyramids ha usato questa, e altre tecnologie, per scandagliare la piramide di Cheope alla ricerca di qualcosa di vuoto. Già nel 2016 furono individuati alcuni spazi sopra l’ingresso nord, che però potevano essere solo spazi di costruzione, finalizzati ad alleggerire l’intera struttura. Nel 2017 però venne trovato qualcosa di assai più interessante, quello che i ricercatori oggi chiamano “The Big Void”, il grande vuoto. Rilevamenti incrociati e ripetuti hanno dato tutti la medesima risposta. Sopra alla Grande Galleria esiste una cavità, lunga circa 30 metri. Non si sa cosa possa essere: un’altra galleria, un’altra camera. Ma le sue dimensioni sono inequivocabili: che si tratti di uno spazio unico o meno, quel vuoto c’è.

ScanPyramids presentò un documento ufficiale, spiegando nel dettaglio il modo in cui avevano individuato quel vuoto in modo incontrovertibile. Molti studiosi hanno recepito la notizia con entusiasmo, perché in quella camera, o in quel corridoio, ci sono cose che nessun occhio umano ha mai visto. Altri mostrano più scetticismo e invitano alla cautela, perché anche in questo caso potrebbe trattarsi solo di uno spazio di costruzione (anche se appare alquanto improbabile, viste le dimensioni).

Ipotesi e ricerche bloccate

Fonte: www.pbs.org

La reazione che ha stupito più di tutte le altre è quella di Zahi Hawass, noto egittologo nonché ex Ministro al patrimonio archeologico d’Egitto. Questi ha liquidato la scoperta come qualcosa che non aggiunge niente alle conoscenze già acquisiste, ritenendola poco o nulla interessante. Il team di ScanPyramids, di tutt’altro avviso, ha invece affermato che questo non è che un primo passo e che il prossimo sarà aprire un piccolo foro nel soffitto della grande galleria per inserire una sonda e vedere cosa vi è oltre. Ma perché allora ad oggi non si sono avute altre scoperte?

La pandemia globale ha interrotto il progetto ScanPyramids, che resta in stand-by in attesa di poter riprendere il suo lavoro. Nel frattempo, si capisce come il Grande Vuoto stia accendendo la fantasia di molti, specie di quelli che non hanno mai accettato le spiegazioni accademica circa la natura e la destinazione d’uso della piramide di Cheope. Viene anche abbastanza naturale pensare che ci sia qualcuno che, in fondo, non voglia davvero scoprire se quel vuoto è vuoto davvero, o invece non contiene qualche indizio che finalmente faccia pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra.

C’è chi dice che quel vuoto non sia altro che questo, una bolla costruttiva. C’è chi immagina che celi un’altra camera, ancora ricca degli arredi funebri che invece sono stati razziati nelle camere conosciute. Oppure, al suo interno potrebbe esserci la chiave che aprirà una volta per tutte le porte della Grande Piramide, rivelando infine qual era il suo vero scopo, come è stata costruita, e a che cosa serviva. Possiamo solo sperare che il progetto ScanPyramids abbia modo di procedere oltre su questa eccezionale scoperta, con un’ultima osservazione. Forse non è poi così strano che siano stati i raggi del cosmo a permettere di nuovo l’accesso agli spazi celati della piramide di Cheope, che da sempre guarda verso le stelle.

Fonti:

La pratica dell’imbalsamazione in Egitto: erede di una procedura più antica e reversibile

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La pratica dell’imbalsamazione non è certo una prerogativa dell’Antico Egitto, ma senza dubbio noi la associamo soprattutto a questa civiltà che fiorì lungo le sponde del Nilo. Se infatti in altre culture l’imbalsamazione era per lo più una pratica funeraria alternativa all’inumazione o alla cremazione, solo in Egitto ha raggiunto un elevatissimo grado di raffinatezza. Sia in termini tecnico-pratici che in termini ideologici, la pratica dell’imbalsamazione era un momento cardine dell’inizio del viaggio dell’anima, del ka, nel mondo dei morti. Un recente romanzo avanza un’ipotesi ardita: che gli egiziani cercassero di ricreare un’altra procedura, molto più antica, capace di dare davvero la vita eterna?

Come si eseguiva la pratica dell’imbalsamazione

Fonte: www.britannica.com

Nei più importanti musei del mondo, come il Louvre, è possibile osservare le mummie di antichi dignitari e financo faraoni d’Egitto. Se la pratica dell’imbalsamazione, infatti, era comune, si praticava nel modo più completo solo sulle persone di grado sociale più elevato. Basti citare la mummia più famosa di tutte, quella del faraone Tutankhamon legata alla leggenda della famosa “maledizione”. Le mummie impressionano per la loro perfetta conservazione, anche se dal momento in cui furono preparate sono passati migliaia di anni. Inoltre, affascina anche il rituale stesso, che era lungo e complesso e di cui solo di recente abbiamo scoperto qualcosa in più.

Infatti sono pochissime le fonti scritte che parlano di come si praticasse l’imbalsamazione. Di recente è stato rinvenuto un papiro risalente al XV secolo Avanti Cristo chiamato Papiro di Louvre-Carlsberg. Questo papiro è lungo ben sei metri e si trova in parte nel museo parigino, e in parte presso la collezione dell’Università di Copenhagen. La traduzione completa vedrà la luce solo nel 2022. Già adesso, però, il papiro ha permesso di conoscere nuovi dettagli sulla pratica dell’imbalsamazione, che con tutta probabilità si tramandava prevalentemente in modo orale.

Gli egiziani credevano che dopo la morte il corpo fisico e l’anima si separassero, ma che un giorno si sarebbero ricongiunti. Ecco perché era importante che il corpo si preservasse, in quanto simulacro che avrebbe di nuovo dato dimora allo spirito, al ka. Al fine di conservare le cellule dal decadimento della decomposizione, si usavano così diverse sostanze, la principale delle quali era il natron.

L’ingrediente “magico” dell’imbalsamazione: il natron

Fonte: www.egy-king.com

Dal punto di vista della composizione chimica, il natron è un carbonato di sodio e per gli Antichi Egiziani era addirittura sacro. Il nome, infatti, viene dalla radice “ntr”, che vuol dire dio. Gli egiziani raccoglievano il natron presso il Wadi el-Natrun, un lago ormai praticamente asciutto: infatti si ottiene per evaporazione ed è un sale. Il corpo della persona da mummificare veniva messa quindi letteralmente sotto sale, ma non prima di aver estratto gli organi interni. Il primo che veniva estratto era il cervello, con modalità non ancora del tutto chiare. L’ipotesi più accreditata è che si tirasse fuori dal naso con un uncino.

Poi si toglievano gli organi della cavità addominale, tutti tranne il cuore. Per gli egiziani era infatti il cuore l’organo più importante, mentre il cervello non aveva alcuna importanza. Gli organi venivano conservati con una speciale miscela di oli e spezie e messi nei canopi, quattro in tutto. Ognuno aveva le fattezze del dio preposto a preservare quei particolari organi. Le divinità erano Hapy, Duamutef, Imsety e Qebhseneuf. Hapy aveva il volto di un babbuino e preservava i polmoni. Duamutef vegliava lo stomaco e aveva testa di sciacallo; Imsety invece era completamente umano e proteggeva il fegato. Qebhseneuf infine, con la testa di falco, vegliava sugli intestini.

Una volta svuotata, nella cavità addominale venivano messe sostanze aromatiche che dovevano coprire l’odore della morte. A questo punto il corpo veniva strofinato con il natron e ricoperto interamente da esso, per un periodo che poteva andare dai 30 ai 70 giorni. In questo periodo si svolgevano dei rituali periodici sul corpo. Infine, quando la salma era del tutto disidratata, la si ricopriva di oli e resine e la si avvolgeva in bende di lino. Da qui l’usuale aspetto delle temibilissime mummie redivive, con bende cadenti che lasciano intravedere la pelle in decomposizione. In realtà, tramite la pratica dell’imbalsamazione, uomini e animali si sono conservati in perfette condizioni fino ai giorni nostri.

L’ipotesi di Stewart Ferris

Fonte: super.abril.com.br

Nel 2016 il romanziere Stewart Ferris ha pubblicato un libro che si intitola “The Sphinx Scrolls”. La trama è avventurosa e parla di una ricerca che potrebbe riuscire a salvare l’umanità. Il viaggio dei protagonisti si snoda attraverso varie location tra le quali non poteva mancare l’Antico Egitto. Nel libro si avanza un’idea che potremmo definire quantomeno intrigante. L’idea è la seguente: potrebbe essere la pratica dell’imbalsamazione il ricordo di un’altra pratica, molto molto più antica, che aveva la peculiarità di essere reversibile?

Premesso che il romanzo è pura fiction, si potrebbe liquidare la cosa come fantascienza e chiuderla lì. Ma la verità è che la moderna scienza sta tentando di fare qualcosa del genere con la criogenia. Anche in questo caso potrebbe sembrare fantascienza e invece è realtà attuale. Esistono diversi istituti in tutto il mondo, tanto negli USA che in Russia, dove alcune persone chiedono di essere “congelate”. Si tratta per lo più di soggetti con patologie molto gravi con bassissime aspettative di vita. L’idea è quella di “addormentarsi” per poter poi essere risvegliati il giorno in cui esista la cura per le proprie malattie.

La criogenia funziona non solo abbassando le temperature fino a -196 gradi centigradi, ma anche svuotando il corpo del sangue e riempiendo le vene con sostanze crioprotettive. I corpi vengono poi immersi in azoto liquido. Il problema nella procedura sta nelle sostanze crioprotettive che danneggiano i tessuti in modo irreversibile. Ancora una volta la speranza è che in futuro si trovi il modo di prevenire o curare tali danni. Ecco dunque che ai giorni nostri esiste una pratica di “imbalsamazione” potenzialmente reversibile. E se in un lontano passato l’uomo avesse già conosciuto e praticato con successo tale tecnica?

Da Atlantide all’Egitto

Fonte: The Guardian

Secondo molti teorici dell’esistenza di Atlantide, l’Egitto sarebbe stato il luogo in cui i profughi del continente distrutto avrebbero concentrato e depositato le pregresse conoscenze. Ecco perché qui nacque una fiorente civiltà, per così dire, dall’oggi al domani, quasi dal nulla. Gli antichi abitanti di Atlantide trasmisero il loro sapere, anche se esso era ormai sbiadito. Infatti, ormai erano perdute le tecnologie e i mezzi che potevano mettere in pratica ciò che in Atlantide era quotidianità. Forse la costruzione delle piramidi è stata possibile grazie a questo retaggio.

E l’imbalsamazione? Poniamo che gli abitanti di Atlantide avessero scoperto la formula dell’immortalità: un modo per preservare sul serio i corpi nei secoli e poi risvegliarsi a piacimento senza aver subito alcun danno, né essere invecchiati. Questa potrebbe essere la chiave per i viaggi interstellari. Ma le sostanze da loro utilizzate non esistevano più. Gli egiziani cercarono allora di replicare il processo a modo loro. I corpi erano pronti per il viaggio nell’Oltremondo, per tornare, prima o poi.

Se queste non sono altro che fantasie, non si può negare che la civiltà egizia ci affascini ancora oggi perché è avvolta nel mistero. Sono talmente tante le anomalie e le incongruenze che si possono evidenziare nella narrazione ufficiale che è doveroso cercare un’altra spiegazione. L’idea che l’Egitto non sia che una versione diminuita della potenza di Atlantide, non l’alba di un nuovo mondo ma i resti di quello passato, trova numerose conferme anche attraverso la pratica dell’imbalsamazione.

Fonti

La Tomba di Bastet e il misterioso manufatto alieno

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Quando cerchi la tomba di una divinità egiziana, penseresti che sia saggio cercarla in Egitto: e invece no. Secondo alcune fonti, molto controverse ma avvalorate da una serie di elementi che andremo ad illustrare, la tomba di Bastet non si troverebbe in Egitto ma in Bulgaria. A scoprirla fu un gruppo di ricercatori, mossi da vari interessi, con l’aiuto della veggente Baba Vanga. Quanto vi sia di vero nella storia che stiamo per raccontare resta tutto da verificare. In molti però affermano che il luogo che si crede celi la tomba di Bastet emani chiaramente un’energia speciale, effetto del mistero che cela da secoli e forse millenni.

Strandzha e i Traci

Fonte: www.strandja.bg

Spostiamoci dunque in Bulgaria, e più precisamente nella zona del massiccio montuoso dello Strandzha. Quest’area, che confina con la Turchia, era abitata in tempi antichi dal popolo dei Traci, i quali sono ricordati anche dallo storico greco Erodoto. Di loro Erodoto diceva che erano un popolo molto numeroso, che non aveva preso il sopravvento su altre civiltà soltanto perché era diviso in gruppi e tribù e non riusciva a trovare coesione e unità. L’area di Strandzha è perciò ricchissima di reperti archeologici, di dolmen e antichi templi in pietra. Inoltre, è anche un’area carica di una speciale aura mistica, così come la gran parte della Bulgaria, a dirla tutta.

Fonte: alchetron.com

Nel 1980 quest’area divenne oggetto di particolare interesse poiché un cercatore di tesori, in modo non meglio chiarito, venne in possesso di un’antica pergamena sulla quale erano incisi dei geroglifici e altri segni impossibili da decifrare. L’uomo si rivolse all’Accademia delle Scienze per cercare di capire cosa dicesse quello scritto. Lì venne in contatto con la pergamena colei che avrebbe dato vita alla spedizione alla ricerca della tomba di Bastet. Lyudmila Zhivkova era la figlia di Todor Zhivkov, all’epoca dittatore della Bulgaria, e ricopriva il ruolo di capo dell’Ufficio Cultura del Paese. Chiaramente, quel ritrovamento la interessò molto. Ma nessuno capiva gli strani segni vergati su quella pergamena.

Non c’era che un ultimo tentativo da fare: rivolgersi alla famosa veggente Baba Vanga. Dopo esseri messa in contatto con la nipote della donna, la Zhivkova consegnò dunque la pergamena a Baba Vanga, che non ebbe alcuna difficoltà nel leggerla. Infatti, disse che nel testo si parlava della tomba di Bastet, una dea egizia che era stata riportata in Bulgaria poiché di origini tracie. Vicino al villaggio di Malko Tarnovo si trovava la sua sepoltura, e non solo. Con la dea avevano seppellito un manufatto alieno di incredibile potere. Inoltre, la sua tomba celava anche un segreto che avrebbe riscritto la storia dell’Uomo.

Alla ricerca della tomba di Bastet

Fonte: agronovinite.com

Baba Vanga diede delle indicazioni tanto precise che l’anno successivo, in primavera, la Zhivkova organizzò una spedizione per scoprire se quello che la profetessa aveva detto era vero. Partì un ridotto gruppo di persone in grandissimo segreto, tanto che per anni non si è saputo nulla di questa storia. In seguito, uno dei partecipanti alla spedizione, Krustiu Mutafchiev, scrisse un libro in cui raccontò tutto per filo e per segno. Anche la nipote di Baba Vanga, Krasimira Stoyanova, ne parlò nella biografia su sua nonna. Arrivata al luogo indicato dalla veggente, la spedizione trovò l’ingresso alla tomba, e non solo.

Di notte, quando la luce della luna bagnò la pietra che aveva incisi tre cerchi, a formare un triangolo rovesciato,i presenti ebbero un’apparizione. Due figure si disegnarono sulla roccia, una delle quali sembrava essere un giovane faraone seduto in trono. Così come erano apparse, scomparvero. Una certa inquietudine si impadronì dei presenti, perché Baba Vanga li aveva ammoniti che stavano per compiere un atto sacrilego. Andarono avanti ugualmente, e quello che segue è avvolto dal mistero. Infatti, subito partirono le operazioni di scavo, ma non sappiamo se o o cosa sia stato ritrovato.

Le ipotesi sono tante e nessuna può essere confermata. C’è chi liquida tutta la faccenda come una bufala; chi dice che furono trovati reperti di grande valore, alcuni di natura aliena, oggi nascosti e occultati dai servizi segreti. Gli scavi proseguirono fino a luglio, quando colei che aveva patrocinato l’impresa, Lyudmila Zhivkova, morì tragicamente. Aveva poco più di 41 anni e c’è chi dice che si suicidò. Altri ancora dicono che la uccisero perché era diventato un personaggio scomodo. Infine, c’é chi dice che morì consumata dal tumore al cervello di cui era ammalata, dopo aver abbandonato le cure tradizionali, ripetendo “Pensa a me come al fuoco”.

La maledizione della tomba di Bastet

Fonte: zen.yandex.ru

Nei mesi successivi anche altri membri della spedizione, e personaggi che avevano contribuito a vario titolo ad essa, morirono in circostanze poco chiare. A tal punto che, come ai tempi del ritrovamento della tomba di Tutankhamon, si iniziò a parlare di maledizione. La cosa più incredibile è che la morte della Zhivkova segnò la fine brusca e repentina fine di ogni ulteriore approfondimento della faccenda. La tomba di Bastet, già fortemente danneggiata dalle esplosioni svolte durante gli scavi, fu sigillata definitivamente. Tutto quello che era stato trovato, ammesso che fosse stato trovato qualcosa, è rimasto nascosto.

Oggi il luogo è visitabile dall’esterno, ed è anzi diventato meta di appassionati, turisti e curiosi. Non ci sono stati ulteriori approfondimenti, ma una novità da riportare c’è. Nel 2018 un archeologo locale, Daniel Pantov, direttore del Museo di Storia di Primorsko, con l’ausilio dell’unico georadar presente in Bulgaria, e in dotazione al suo museo, ha fatto un rilevamento straordinario. Ha infatti appurato che a circa 18 metri di profondità rispetto all’entrata della presunta tomba di Bastet vi è un oggetto metallico, forse una lancia o una spada. Che si tratti del manufatto di cui ha parlato Baba Vanga?

L’uomo ha affermato che si può ipotizzare la presenza di un complesso funerario sotterraneo, e di aver intenzione di riprendere gli scavi. Purtroppo però ci sono due grossi ostacoli: il primo è la pandemia di Coronavirus che ha bloccato ogni attività di ricerca. Il secondo è la mancanza di soldi, perché per riprendere gli scavi sarebbero necessarie somme ingenti.

La tomba di Bastet, incarnazione dell’Occhio di Ra

Fonte: www.wallpaperflare.com

Bastet sarebbe dunque stata una sacerdotessa di origini tracie che era andata in Egitto per studiare. Aveva qui appreso arti tali da diventare una sorta di divinità, acquisendo poteri straordinari. In punto di morte, aveva voluto essere sepolta nella sua terra natale, dove fu riportata via mare. La sua tomba, secondo Baba Vanga, è in Bulgaria, ai piedi dei mistici mondi Strandzha. Con lei è stato sepolto qualcosa che, se rivelato, sconvolgerebbe l’umanità. La veggente ammonì: non siete ancora pronti.

Così il segreto della dea Bastet resta celato nel cuore della terra, e forse è bene che lì resti suggellato. Ma ancora una volta sembra emergere da questa storia il forte retaggio di Atlantide, di una civiltà i cui abitanti erano delle semi divinità poiché in grado di padroneggiare forze ed energie ignote ai moderni. Forze ed energie che li distrussero, ed è quindi bene che restino sepolte fino a che l’Uomo non sia pronto. Ammesso che quel giorno giunga mai.

Fonti:

Non aprite quella porta: il mistero del tempio di Padmanabhaswamy

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L’India è un continente affascinante, con una storia molto antica e una profonda spiritualità che sovente noi occidentali facciamo fatica a comprendere. Per questo, forse, l’India è e resta per noi un luogo misterioso, dove realtà e leggenda si fondono al punto che non sai mai dove finisca l’una e dove cominci l’altra. O forse, semplicemente, ciò che noi consideriamo solo racconti, in India diventa verità. Tra i molti templi che popolano questo luogo ce n’è uno che affascina curiosi, studiosi e visitatori. Parliamo del tempio di Padmanabhaswamy e della sua misteriosa porta sotterranea che nessuno è mai riuscito ad aprire.

Il tempio di Padmanabhaswamy

Fonte: Pinterest

Il tempio di Padmanabhaswamy si trova nella regione di Kerala, nella città di Thiruvananthapuram, lungo la costa sud occidentale del continente indiano. Il nome della città vuol dire letteralmente “la città del Signore Ananta”, riferendosi alla divinità Vishnu. Il dio a cui è dedicata la città, e il tempio che si trova in essa, si chiama “Padma” (che vuol dire fiore di loto), Nabha (ombelico) e Swamy (che vuol dire Signore). Questo dio è Brahma, il creatore, che siede su un fiore di loto sbocciato dall’ombelico di Vishnu. La statua che raffigura Brahma e Vishnu nella posizione sopra descritta è talmente grande che i pellegrini la vedono attraverso ben tre porte.

La colossale statua di Brahma e Vishnu è dunque uno dei motivi per i quali il tempio di Padmanabhaswamy è famoso in India. Nonostante la sua struttura imponente, le molte statue votive conservate al suo interno (oltre a quella di cui ti abbiamo appena parlato) e la sua indubbia importanza devozionale, nessuno sa con esattezza quando il tempio sia stato eretto. Sembra risalire al periodo letterario detto Sangam, quindi ad un lasso di tempo compreso tra il 500 avanti Cristo e il 300 dopo Cristo. Secondo altre fonti il tempio sarebbe più recente, risalirebbe al 600 dopo Cristo e sarebbe stato eretto dalla famiglia reale di Travancore.

Ancora una volta, però, nemmeno questa è la peculiarità per cui il tempio di Padmanabhaswamy è famoso. La sua struttura esterna è ricoperta interamente in oro. Molto più preziose però sono le ricchezze rinvenute al suo interno, e per di più in tempi piuttosto recenti. Si valuta che il tesoro del tempio ammonti a qualcosa come oltre 22 miliardi di dollari. Ma quando leggerai o sentirai parlare del tempio di Padmanabhaswamy, non saranno nemmeno le sue inusitate ricchezze al centro del discorso. Il tempio è famoso per una porta, una semplice porta in metallo e legno che nessuno può e nessuno deve aprire, pena immani catastrofi. Scopriamone di più.

Il tesoro del tempio di Padmanabhaswamy

Fonte: theprint.in

Nel 2011 un ufficiale ormai in pensione della polizia indiana, T. P. Sundarajan, avanzò una richiesta presso la Corte Suprema. Con una petizione avanzò formalmente l’istanza di inventariare il tesoro che da sempre si favoleggiava si trovasse all’interno del tempio di Padmanabhaswamy, che però nessuno mai aveva visto. La sua proposta fu accolta e si procedette dunque all’apertura delle sei camere blindate presenti nei sotterranei della struttura. Per aprire quelle porte fu selezionato un team di persone fidatissime e esperte: ma nessuno di loro poteva immaginare cosa avrebbe trovato. Le ricchezze conservate negli spazi sotterranei dell’edificio erano oltre ogni immaginazione.

Nel 2014 il giornalista Jake Halpern del The New Yorker Magazine condusse un reportage, parlando con coloro che avevano assistito all’apertura delle porte. V.K.Harikumar, all’epoca curatore del tempio, raccontò di aver aperto la porta etichettata con la lettera A con le chiavi in suo possesso. Dopo una prima griglia in metallo, aveva incontrato una semplice porta di legno. Oltre la porta aveva trovato una grossa pietra, simile ad una pietra tombale, appoggiata in terra. Ci vollero 5 uomini e 30 minuti per rimuoverla, ma ne valse la pena.

Dopo alcuni angusti gradini, si entrava in un altro ambiente in cui dovette essere pompato dell’ossigeno per respirare liberamente. Un altro degli uomini presenti all’ingresso del sotterraneo A, M. Balagovindan, disse che all’inizio era tutto buio, come di notte. Poi apparvero le “stelle”: erano le pietre preziose che riverberavano la poca luce che si introduceva dall’esterno. Oggetti di valore incommensurabile, oro, gioielli, statue, tutto era ammucchiato per terra perché i contenitori di legno che un tempo li raccoglievano erano andati distrutti con il passare degli anni. Prima di aprire la porta A, gli esploratori avevano tentato di aprire anche la porta B. Ma non ci erano riusciti.

La Porta che Nessuno deve Aprire

Fonte: bangalorelyf.com

Arriviamo dunque al cuore del mistero che avvolge il tempio di Padmanabhaswamy. Nei sotterranei si trovano in tutto 6 porte (anche se in alcune fonti abbiamo riportato il numero di 8 e non è da escludere che ve ne siano delle altre). Di certo però quella che incuriosisce maggiormente è quella contraddistinta dalla lettera B. Questa porta è di acciaio e ha due enormi cobra dipinti sopra. Dopo aver aperto la porta metallica, esattamente come era accaduto con la porta A, gli uomini in esplorazione trovarono una porta di legno. Era molto semplice, senza maniglie, né serrature. Non ci fu modo di aprirla.

Questo fatto riportò alla memoria una leggenda che veniva tramandata da molte generazioni. Si narrava infatti che quella porta fosse stata sigillata con potenti canti e mantra. Solo un sacerdote di alto grado, intonando alla maniera esatta il Garuda Mantra, avrebbe potuto aprirla. Per tutti gli altri, essa non poteva che portare sventura. Sembrò confermare questa macabra profezia il fatto che Sundarajan, l’uomo che aveva richiesto l’apertura delle camere blindate, morì poco dopo aver avanzato la sua istanza.

Non si trattava solo di una vecchia diceria. Chi aveva cercato di forzare l’ingresso alla camera B aveva incontrato sempre una brutta fine. Si racconta di alcuni ladri che nel 1931 avevano cercato di abbattere quella porta: un gruppo di cobra, spuntati fuori da chissà dove, li aveva aggrediti costringendoli alla fuga. Si racconta anche che secoli prima dei monaci, allo stesso modo, avessero provato ad aprire la camera B. Ma avvicinando l’orecchio avevano sentito il suono dell’Oceano e, spaventati, avevano desistito. Oggi è convinzione comune che ogni tentativo di aprire quella porta con attrezzature moderne condurrebbe a catastrofi inenarrabili.

Che cosa si nasconde sotto il tempio di Padmanabhaswamy

Fonte: www.behance.net

La sesta porta del tempio di Padmanabhaswamy ha su di sé un incantesimo. Dietro è nascosto qualcosa che l’Umanità non può ancora attingere, non finché giunga un uomo abbastanza saggio da saper gestire quel che troverà. Qualora si cercasse di prendere con la forza il “tesoro” nascosto dietro Kallara (questo in nome indiano della porta) B, si attirerebbe su tutti una sciagura di immani proporzioni. Non a caso a sorvegliare l’ingresso alla camera segreta vi sono i due cobra, un demone-vampiro noto come Kanjirottu Yakshi e molte alte divinità.

Per il momento sussiste ancora il divieto di aprire la camera segreta, ma non è detto che tale divieto venga ancora rispettato a lungo. Le antiche credenze oggi svaniscono, come la rugiada al sole del mattino. L’uomo contemporaneo ha fede solo nella scienza, in ciò che tocca e vede, e non considera più nulla sacro. L’uomo contemporaneo non crede che aprire una porta possa portare sciagure, e non ha rispetto delle regole che i suoi padri hanno osservato per secoli.

Forse dietro la porta del tempio di Padmanabhaswamy si cela davvero qualcosa di sconvolgente, una rivelazione che potrebbe cambiare la storia dell’Uomo: non lo sappiamo. Sappiamo che le onde di quel mare che rumoreggia oltre la soglia ci parla di un tempo lontano, e di un luogo remoto, a cui torneremo un giorno, ma solo quando saremo davvero pronti.

Fonti:

Il burrone Golosov: nebbie magiche e viaggi nel tempo

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Sono tanti i luoghi misteriosi sulla faccia della Terra, che non lasciano indifferenti nemmeno i più scettici. E la Russia, vista l’enorme estensione del Paese, ne ospita parecchi. Uno dei più famosi, specie negli ambienti New Age, è il burrone Golosov. Su questo luogo si narrano parecchie cose strane. Si dice che sia abitato da strane creature ricoperte di pelo ma di aspetto umanoide, che il suo fiume abbia acque gelide ma che non ghiacci mai. Inoltre, nel burrone scende spesso una nebbia verde, e chi si perde al suo interno può trovarsi a vagabondare nel tempo. Cosa c’è di vero in tutto questo? Scopriamolo insieme, facendo un viaggio fino al parco Kolomenskoye, in Russia, dove si trova il burrone Golosov.

Un luogo leggendario in cui ci si può perdere nel tempo

Fonte: Wikipedia

La prima cosa che è strana nel burrone Golosov è il suo nome: nessuno sa con esattezza per cosa stia il nome “Golosov” anche se ci sono due interpretazioni tra le più gettonate. La prima dice che potrebbe derivare dal nome di un dio pagano che veniva venerato in questa zone. Aveva forma di serpente e governava sull’oltretomba: il suo nome era Veles. Oppure, potrebbe ricordare il termine “golosa”, che in russo vuol dire voci, ad indicare il richiamo che le anime perdute fanno echeggiare tra le pareti del burrone. Nell’uno e nell’altro caso, la traduzione non sminuisce nemmeno un po’ la fama che nei secoli il burrone Golosov ha acquisito.

Per l’esattezza, però, non si dovrebbe parlare di burrone ma di gravina. Infatti, questa stretta gola dovrebbe essersi formata per via dell’erosione determinata da un fiume che oggi non esiste più. Sul fondo delle strette pareti del burrone, però, scorre ancora un rivo d’acqua che va ad alimentare il fiume Moscova, insieme a molte altre sorgenti che caratterizzano il paesaggio di questo posto. Vedremo come anche questi corsi d’acqua possiedano caratteristiche difficili da spiegare. Il burrone divide a metà l’immenso parco Kolomenskoye, che non dista molta da Mosca e all’interno del quale si trova la residenza dello zar Aleksej Michajlovic Romanov. Quindi è un luogo di turismo ricreativo, ma non esente da leggende anche inquietanti.

Si narra infatti che, a volte, lungo il fondo del burrone Golosov scenda una fitta nebbia verdastra. Alcune testimonianze, alcune più remote e altre più recenti, parlano di persone che si sono infilate in modo incauto in quella nebbia per uscirne solo decenni dopo. Soltanto che a chi si era immerso nella nebbia sembrava fossero passati solo pochi minuti, o poche ore. Potrebbero sembrare le solite leggende metropolitane, ma ci sono anche elementi che sembrerebbero confermare i fatti. Approfondiamo.

I cavalieri dell’Orda d’oro

Fonte: Pinterest

La prima vicenda che si racconta risale nientemeno che al 1621. Accade che un distaccamento di cavalieri si presentasse alle porte dello palazzo dello zar, a Kolomna. A quei tempi la Russia era in guerra con il Khanato dell’Orda d’Oro, ormai in disfacimento, e quei soldati sembravano proprio far parte dell’esercito tataro. Solo che c’era qualcosa di singolare nel loro modo di abbigliare. Le armature che indossavano apparivano desuete, così come gli elmi con lunghe code di cavallo che non si usavano più da tempo. I soldati, pur ben sapendo di rischiare la testa, raccontarono una storia incredibile.

Dissero che erano parte dell’esercito del Khan Devlet I Giray, e che durante una battaglia si erano nascosti nel burrone Golosov. Lì una fitta nebbia li aveva avvolti, e avevano faticato un po’ nel ritrovare la strada. Quando infine erano riusciti ad uscire, pensando bene che l’inseguimento ormai fosse finito, si erano recati a palazzo. Tutto questo però era accaduto nel 1571, durante l’attacco a Mosca. Lo zar diede ordine che venisse condotta un’inchiesta, il cui esito fu il seguente: probabilmente quegli uomini avevano detto la verità. Ahinoi, nessuno racconta che fine abbiano fatto i cavalieri che avevano galoppato attraverso il tempo.

Compagni di bevute

Fonte: www.besthdwallpaper.com

L’altra storia che si racconta risale a tempi più recenti e riguarda due contadini, Arkhip Kuzmin e Ivan Bochkarev. Siamo nel 1810: il loro racconto sarebbe stato riportato sul giornale Moskovskie Vedomosti nel 1832. I due amici stavano tornando a casa, presumibilmente dopo una buona bevuta, quando avevano capito che si era fatto molto tardi. Per abbreviare il tragitto avevano così deciso di tagliare attraverso il burrone Golosov. Qui, ad un tratto, una fitta nebbia li aveva avvolti. I due si erano persi, ma per fortuna avevano incontrato delle strane creature, simili a uomini ma molto pelose, che cercavano a gesti di indicare loro la strada. Alla fine erano riusciti ad arrivare a casa.

Peccato però che né le loro mogli, né i loro figli li aspettassero più: erano spariti da circa 20 anni, mentre per loro non erano trascorse che poche ore. La Polizia iniziò ad investigare sul caso che assurse agli onori delle cronache. Si racconta che uno dei due uomini, forse non sentendosi più a suo agio in un mondo che era andato avanti senza di lui, tornò volontariamente ad immergersi nella nebbia. Non ne è più uscito, almeno finora e per quel che ne sappiamo.

Il burrone Golosov e le sue strane proprietà

Fonte: izi.travel

Una storia molto antica e il racconto di due ubriaconi: sembra non esserci molto per prestare credito a queste storie. In verità, il burrone Golosov è un luogo particolare, dove strane energie si concentrano, e questo viene provato dalle peculiari caratteristiche fisiche che ha dimostrato di possedere. Vadim Aleksandrovic Cernobrov, personaggio molto controverso che però ha trascorso la sua vita a studiare fenomeni fuori dal comune, ha affermato di aver condotto delle indagini nel burrone usando un cronometro in grado di rilevare le differenze di velocità nel tempo anche infinitesimali. Ha quindi verificato che nel burrone Golosov in effetti si verificano crono anomalie frequenti, ma minime, non escludendo che occasionalmente se ne fossero potute verificare anche di maggiori. Come i due esempi sopra riportati.

Sempre Cernobrov condusse degli studi su due pietre che si trovano nel burrone e che sono diventate oggetto di particolare venerazione per i culti neo pagani. Sono chiamate le pietre sacre di Kolomenskoye. Sono due pietre di 10 tonnellate l’una, di granito, quindi diverse dalla composizione delle altre rocce di Golosov, chiamate l’una Diviy (energia femminile) e Gus (energia maschile). Ha detto di non aver trovato particolari radiazioni su di esse, ma di certo in antichità sono state manipolate da mano umana. Non è certo come siano giunte fin qui; dopo alcuni lavori di sistemazione del parco sono state ricollocate diversamente rispetto al loro luogo originale.

Nonostante quanto rilevato da Cernobrov, alcune indagini portate invece avanti dal General Physics Institute hanno dimostrato come il campo elettromagnetico della Terra sia molto più potente all’interno del burrone, 12 volte oltre la norma lungo il burrone stesso, e 27 oltre la norma vicino alle pietre. Altre anomalie rilevate riguardano la propagazione del suono e il punto di congelamento dell’acqua. Se delle campane suonano in cima al burrone, il suono si ode perfettamente anche dal fondo. E l’acqua delle sorgive non ghiaccia mai, per quanto sia gelida, a differenza di quanto accade al fiume Moscova, e nessuno se ne spiega il motivo.

Un luogo sacro agli dei

Fonte: Atlas Obscura

Molti dicono che la venerazione delle pietre sacre di Kolomenskoye sia recente, e nata da dicerie diffuse circa la capacità di guarigione che tali pietre avrebbero. Secondo altri invece la sacralità del burrone Golosov era ben nota fin dall’antichità, e all’antichità risalirebbe il mito delle strane creature che i due contadini raccontarono di aver visto. Si tratterebbe infatti di esemplari di Leshy. Il Leshy è una sorta di Yeti slavo, una creatura umanoide che si aggirerebbe nei boschi a punire chi uccide gli animali senza motivo e senza aver chiesto il suo permesso.

Inoltre, il burrone Golosov probabilmente era un luogo di culto molto antico in cui venivano venerati gli dei elementali, in particolar modo il dio chiamato Veles che dominava sull’Oltremondo. Questa supposizioni però sono rigettate da molti, che credono che il burrone Golosov non sia altro che questo: uno strapiombo tagliato dai fiumi nel corso dei secoli che per qualche motivo è diventato “di moda” tra neopagani e seguaci della filosofia New Age in tempi moderni.

Come sempre, noi crediamo che quando una fiamma si accende spesso risorge da antiche braci. La scienza, che oggi molti venerano come il nuovo dio assoluto, ha dimostrato che, per certi versi, il burrone Golosov viola le leggi naturali e presenta tratti speciali. I nostri antenati erano molto più sensibili di noi a queste cose, e non possiamo che rallegrarci se qualcuno, ancora oggi, torna ad apprezzare e usare ciò che un tempo è stato ritenuto sacro.

Fonti:

Canada de la Virgen e l’orologio cosmico

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I siti archeologici che sono stati scoperti nel corso del tempo sono numerosi. Tutti sono stati studiati in modo approfondito da professionisti nel campo dell’archeologia, della storia, dell’arte e dell’antropologia. Al punto che, a volte, abbiamo la sensazione che tutto ciò che c’era da scoprire sia già stato scoperto: come se non ci fossero più sorprese per noi moderni che viviamo in un mondo nitido e chiaro. Naturalmente, non è così, perché nuovi siti continuano ad emergere giorno dopo giorno. Canada de la Virgen è un complesso monumentale che si trova in Messico che è stato individuato solo nel 1995 e sul quale c’è ancora tanto da lavorare. Scopriamo cosa si sa finora su questo luogo, che viene definito “orologio cosmico”.

Canada de la Virgen e gli Otomi

Fonte: livingandtravel.com.mx

Canada de la Virgen si trova nello stato di Guanajuato, su uno degli altopiani centroamericani, nella valle di San Miguel de Allende. Si sa che quest’area fu abitata in epoca pre ispanica, e presumibilmente da tempi antichissimi, da una civiltà chiamata Otomi. Gli Otomi vivevano di agricoltura e il sito di Canada de la Virgen, che secondo gli studiosi fu eretto da loro, rappresenta il sito archeologico più a nord che si trovi in Messico, ed anche il più simile a quelli attribuiti ai Maya. Il complesso, che consta di vari edifici, come abbiamo detto è venuto alla luce solo in tempi relativamente recenti. Gli scavi hanno avuto inizio nei primi anni del 2000, e nel 2011 il sito è stato aperto al pubblico.

Forse però non ne hai mai sentito parlare perché, di fatto, Canada de la Virgen è un sito assai meno noto di tanti altri del centro America. Ciò accade non solo per la sua recente scoperta, ma anche perché si trova nel bel mezzo di una vasta proprietà privata. Visitarlo non è facile, ma potremmo dire che ne vale la pena. Canada de la Virgen rappresenta infatti un esempio straordinario di come gli Otomi (se sono stati loro a costruirlo) possedessero conoscenze astronomiche e architettoniche decisamente all’avanguardia.

Secondo quanto affermano gli archeologi che hanno condotto gli scavi, gli edifici furono eretti intorno al 500 dopo Cristo. Vennero abbandonati all’incirca 500 anni dopo, all’epoca in cui la cultura Teotihuacan stava ormai tramontando. Quando ti avremo descritto esattamente cosa è Canada de la Virgen (considerando che ci sono ancora altri edifici che devono essere scavati) forse anche tu ti chiederai se questa ricostruzione cronologica può essere attendibile.

Le piramidi e gli altri edifici di Canada de la Virgen

Fonte: www.discoversma.com

Il complesso di cui stiamo parlando include quattro strutture principali, più una quinta che ancora non è stato riportato alla luce. Le costruzioni sono state erette all’ombra di un vulcano dormiente, Palo Huerfano. Ci sono due piramidi e una terza costruzione a pianta rotonda, oltre ad un disegno nel terreno che mima il sole e la luna. Secondo l’interpretazione corrente, infatti, Canada de la Virgen era un luogo sacro. Qui vivevano sacerdoti e sacerdotesse dediti a studiare i movimenti degli astri per determinare il calendario agricolo. Gli edifici avevano dunque tale scopo, specie quello che è stato chiamato la “Casa dei Tredici Cieli”.

Vi si arriva usando un Viale Cerimoniale lungo un chilometro e largo da 13 a 17 metri. La piramide è composta in tutto da 13 stanze ed è una costruzione a gradoni che potrebbe sembrare anche curiosamente asimmetrica. In realtà, segue una simmetria tutta sua. Ogni gradone è posizionato in modo da “inquadrare” perfettamente il sole o la luna in una determinata fase, o in un determinato momento dell’anno. Ecco perché potremmo dire che la Casa dei 13 Cieli è una sorta di orologio cosmico, o calendario astronomico perenne.

Alla sommità della piramide, che è alta oltre 14 metri, si giunge usando una scalinata affiancata da due serpenti. Davanti alla piramide c’è una sorta di piscina che veniva riempita d’acqua per poter osservare più comodamente la luna e le stelle durante la notte. Tutto il complesso di Canada del la Virgen è stato posizionato con un’inclinazione tale da permettere di vedere la volta celeste per intero in qualunque momento dell’anno.

La Casa dei Venti e la Casa della Notte più Lunga

Fonte: Wikipedia

Oltre alla Casa dei 13 Cieli, gli altri edifici riscoperti dagli archeologi sono stati chiamati Casa dei Venti e Casa della Notte più Lunga. Il primo è un edificio a pianta rotonda, con una zona quadrata al centro, che probabilmente in origine disegnava una spirale. Essa è orientata in modo tale da poter seguire i movimenti del Grande Carro attraverso le quattro stagioni. La Casa della Notte più Lunga è pure una piramide a gradoni orientata verso il punto in cui il Sole tramonta al Solstizio d’Inverno.

Infine, nella parte più a nord del complesso, ad est della casa dei Venti, vi è una sorta di “disegno” che dovrebbe rappresentare il sole da cui si dipanano, come raggi a spirale, sette lune. Questo disegno starebbe a rappresentare le credenze religiose, cerimoniali e astronomiche degli Otomi, che veneravano il Sole e la Lune come divinità. Tutto il sito, in quest’ottica, sarebbe una sorta di grande “tempio”. Il tempio vero e proprio però, chiamato tempio rosso”, si trova sulla sommità della Casa dei 13 Cieli. Sopravvissuto miracolosamente ai predatori di antichità che facevano abbondante uso di esplosivi, presenta ancora lacerti di affreschi davvero stupefacenti.

La Bimba Guerriera e il Gerarca

Fonte: brunoticias.com

A Canada de la Virgen sono state trovate numerose sepolture perché chi qui dimorava vi nasceva e vi moriva anche. Ma in particolar modo due corpi hanno suscitato vivo stupore, per via del fatto che la datazione al carbonio 14 ha dimostrato che sono molto più antichi del sito stesso. Entrambe risalgono al 700 circa prima di Cristo, e sono stati chiamati rispettivamente la “bimba guerriera” e il “gerarca”.

La prima è una bimba di non più di sette anni, sepolta però come se si fosse trattato di un grande combattente con molte suppellettili, tra le quali un coltello di ossidiana, collane e orecchini. Quando il suo corpo venne ritrovato si verificarono piogge torrenziali che interruppero gli scavi per due settimane. Ecco perché la bimba è nota anche come “ragazza della pioggia”. Il secondo doveva essere un personaggio importante, un uomo di circa 50 anni che si presume sia stato ucciso in modo rituale. Al suo fianco c’era un cane, che secondo le credenze degli Otomi doveva accompagnarlo nel suo viaggio oltremondano.

Il fatto che questi due corpi siano stati traslati da un altro luogo dimostra che dovevano rivestire una particolare importanza per gli Otomi che vivevano a Canada de la Virgen. Il complesso, si crede, era anche meta di pellegrinaggio per chi viveva altrove. I grandi onori riservati ala bambina dimostrano come le donne fossero tenute in grande considerazione presso la civiltà Otomi. Questo è tutto quello che sappiamo, ad oggi, su un sito “giovane” che di certo ha ancora parecchie cose da raccontare. Ma siamo certi che tutto sia stato letto nel modo giusto?

Il Sole e la Luna e una storia antica

Fonte: arqueologiamexicana.mx

Molto spesso noi moderni tendiamo a dare delle costruzioni antiche delle spiegazioni semplicistiche e anche un po’ banali. Sembriamo dare per scontato che le popolazioni antiche fossero anche “primitive”, per certi versi. Pensare che tutto il complesso di Canada de la Virgen servisse solo per misurare il tempo e sapere quando seminare, o quando raccogliere, forse è un po’ riduttivo. Lo sforzo per costruire le piramidi e gli altri edifici non deve essere stato da poco, e molti archeologi sono convinti che il complesso possa essere stato costruito molto prima della datazione comunemente accettata.

Gli Otomi sono una popolazione che ha abitato il centro America prima che arrivassero gli spagnoli e della quale non sappiamo molto. Ad esempio, non sappiamo da quanto tempo abitassero le vallate del Messico, ma presumibilmente da centinaia di anni, forse migliaia. Forse non erano altro che i discendenti di progenitori ancora più antichi che avevano lasciato loro conoscenze molto evolute per l’epoca, come la capacità di leggere il movimento di stelle e pianeti. Forse sono un altro di quegli anelli che ci riportano indietro, fino ad Atlantide?

Di ceto un sito come Canada de la Virgen merita approfondimenti che vadano oltre i triti luoghi comuni dell’archeologia e che cerchino di spiegare perché mai i popoli antichi avrebbero dovuto spendere energie fisiche e intellettuali per costruire opere così imponenti solo per osservare il cielo di notte. Forse chi ha costruito questi siti aveva scopi che noi oggi non riusciamo più nemmeno ad immaginare, e che mai potremo capire a meno di non liberare la nostra mente e accettare ogni ipotesi, anche quelle all’apparenza più inverosimili.

Fonti:

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