Categorie
Atlantide

Shigir, Okunev, Gobekli Tepe: strumenti per misurare lo spazio-tempo

Molto spesso, analizzando reperti antichi, gli studiosi tendono a ragionare secondo schemi mentali ormai predefiniti. Questo è tanto più vero quanto più indietro nel tempo si va. Si tende a credere che i nostri antenati più remoti fossero persone a dir poco naive, semplificandoli come primitivi che si impressionavano per il fulmine nel cielo o per il sorgere del sole. Così, nelle loro manifestazioni materiali o artistiche, si pensa sempre di ravvedere l’oggetto di superstizioni o religioni animistiche. Un’interessante ipotesi di studio, invece, avanza un’altra ipotesi: che i cosiddetti “idoli” fossero invece strumenti per misurare lo spazio-tempo.

L’idolo di Shigir e lo spazio-tempo

Fonte: Twitter

In questa pagine abbiamo già dedicato un articolo all‘idolo di Shigir, un manufatto antichissimo (risale ad oltre 10.000 anni fa) che ha l’eccezionalità di essere in legno di larice. Ritrovato in Russia, a nessuno è mai stato chiaro cosa fosse per davvero ma, viste le sue fattezze antropomorfe, si è optato per la definizione di “idolo”. Questo sottintende che la popolazione che lo ha costruito e inciso avesse voluto raffigurare una qualche divinità non meglio identificata. Tale conclusione però è del tutto arbitraria, non suffragata da nessuna prova, ben lungi dall’essere stata dimostrata.

Ecco quindi che si apre lo spazio necessario per fare altre ipotesi, come quella sostenuta in un documento pubblicato sul sito Scientific Research e firmato da Alina Paranina, docente presso la Herzen State Pedagogical University di San Pietroburgo. La Paranina offre un’altra prospettiva per il cosiddetto idolo di Shigir, a nostro parere assai più appassionante e anche pertinente di quella precedentemente enunciata. Cerca di dimostrare, anche attraverso delle analogie con altri manufatti simili, che l’idolo potesse essere in realtà uno strumento atto a favorire la misurazione dello spazio-tempo.

L’assunto da cui parte è abbastanza semplice e anche inconfutabile: fin dalla più remota antichità, l’uomo ha usato il suo corpo come metro di misura. Tant’è che lo facciamo ancora oggi, sia in modo ufficiale che ufficioso. In Inghilterra si usano i piedi e i pollici come unità di misura della lunghezza; quando qualcosa ci è molto vicino diciamo che è “appena ad un palmo”, e l’acqua ci arriva “alle ginocchia”. Da qui si può pensare che gli antichi, che avevano una concezione del mondo e dell’Universo assai più aperta di noi, potessero fabbricare oggetti antropomorfi al fine di usarli come strumenti di misurazione.

Come mai lo spazio-tempo?

Fonte: megabook.ru

Il discorso potrebbe filare se facessimo riferimento solo al discorso dello spazio: il corpo umano diventa allora metro di tutte le cose, anche delle distanze, in una sorta di umanesimo ante litteram. Ma il tempo, che c’entra? L’autrice fa a questo punto riferimento ad uno degli strumenti più antichi che sia mai stato usato per misurare il tempo, lo gnomone. Lo gnomone, di cui la meridiana è la diretta discendente, non era altro che un bastone infisso in terra. A seconda di come proiettava la sua ombra, si poteva capire che momento della giornata era, e persino a quale latitudine ci si trovava.

La spiegazione dell’idolo di Shigir come metro dello spazio-tempo è un po’ complessa da capire, ma per certi versi inconfutabile. Sappiamo che l’idolo è molto alto (oltre 5 metri, anche se oggi è molto lacunoso), ha 8 facce e parecchie incisioni sul “corpo”. Tra queste incisioni, ci sono 29 tacche, che potrebbero stare a rappresentare i giorni di un mese lunare. Ci sono poi molte linee a zig-zag, che secondo l’autrice potrebbero essere la rappresentazione dei serpenti. Il serpente è un animale simbolico che sta a significare molte cose, tra le quali l’eternità, il ciclico ripetersi del tempo.

Secondo la scrittrice, il grande idolo sarebbe quindi un mix tra uno strumento pratico e uno simbolico, rituale. L’idolo più piccolo che fu rinvenuto insieme ad esso, invece, sarebbe prettamente uno strumento pratico atto a calcolare lo spazio-tempo specie durante i viaggi in mare. Infatti, si capisce come queste complesse conoscenze di misurazione si esercitassero soprattutto nei viaggi marittimi, in cui i nostri antenati eccellevano, tanto che oggi sappiamo come abbiano percorso il globo in lungo e in largo molto più di quanto non si sospettasse in passato.

Da Shigir a Okunev

Fonte: Reddit

Naturalmente, se il discorso si limitasse al solo idolo di Shigir, ci sarebbe troppo poco materiale per avvalorare la tesi dello spazio-tempo. Allora l’autrice chiama in causa le stele in pietra della cultura Okunev. La cultura Okunev fiorì in Khakassia, una regione siberiana dove sono stati trovati moltissimi reperti che la denotano come estremamente peculiare per questa zona. Tale civiltà risale all’Età del Bronzo, quindi parliamo di circa 4500 anni fa. Aveva caratteristiche e modalità rappresentative che fanno ipotizzare dei legami con i nativi del Nord America, dimostrando come i contatti tra i due continenti siano avvenuti parecchio prima di quanto non si pensi comunemente.

Tra i reperti più interessanti degli Okunev ci sono delle stele di pietra su cui sono incise delle “facce”. Ancora una volta, gli studiosi hanno individuato in queste facce spiriti, divinità, antenati e così via. Ma c’è anche chi parla di semplice pareidolia: siccome le incisioni prevedono la presenza di cerchi e linee, si può facilmente vedere un volto dove invece c’è ben altro. Per la Paranina, ci troviamo invece di fronte a delle meridiane, atte a misurare la posizione del sole e, di conseguenza, lo spazio-tempo. D’altro canto, la navigazione basata sulla posizione del Sole non è una novità tra gli antichi.

La usavano, ad esempio, gli Egizi. Essi si basavano sul numero 64, che è il valore dell’azimut del sole all’alba del solstizio d’estate. Lo chiamavano “l’occhio di Ra”. Ancora una volta, vediamo come pratica e simbologia si uniscano per le popolazioni antiche. L’occhio è il simbolo della visione, dell’osservazione del cielo: al tempo stesso il valore dell’azimut è un paradigma matematico utile a tracciare le rotte. Così i “volti” degli Okunev servono invece a proiettare ombre in alcuni punti che indicano gli equinozi, l’alba e il tramonto, il mezzogiorno.

E se tutti gli idoli indicassero lo spazio-tempo?

Fonte: www.farkedermi.com

Il documento in questione si limita ad analizzare l’idolo di Shigir e le stele di Okunev: ma se questo ragionamento fila, se si dimostrasse esatto, potrebbe essere applicato anche ad altri monumenti antichi. Ad esempio, possiamo pensare ai megaliti di Gobekli Tepe, che hanno a loro volta fattezze antropomorfe. E, se volessimo, potremmo spingerci ancora un passo più in là. Stando ad un’altra interessante ipotesi avanzata da Mark Wiseman sul sito Medium, potremmo anche leggere nei “volti” di Okunev dei calendari perpetui, solari e lunari.

Non solo: più in generale, gli antichi volevano anche rappresentare il ciclo perenne della morte e della vita, nonché della rinascita, che è sia personale che collettiva. Le stele degli Okunev potrebbero essere delle enciclopedie del passato, di un passato in cui lo scibile umano non era diviso in compartimenti stagni ma costituiva un unicum. L’uomo viveva nel presente, ma in virtù della sua profonda comprensione delle regole dello spazio- tempo, sapeva che quel presente era inserito in un flusso costante fatto di ciclici ritorni.

Queste teorie, naturalmente, non sono che speculazioni su segni e immagini che per noi, purtroppo, hanno perduto il senso che avevano per chi invece li ha tracciati e disegnati. Ma corre l’obbligo di fare un’ultima osservazione. Se davvero popoli vissuti migliaia di anni fa avevano affinato strumenti così sofisticati per la navigazione, come avevano fatto? Da dove derivavano tali conoscenze? Forse da un popolo più antico che aveva dominato i mari, e che noi conosciamo con il nome di Atlantide.

Fonti:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Exit mobile version