La pratica dell’imbalsamazione in Egitto: erede di una procedura più antica e reversibile

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La pratica dell’imbalsamazione non è certo una prerogativa dell’Antico Egitto, ma senza dubbio noi la associamo soprattutto a questa civiltà che fiorì lungo le sponde del Nilo. Se infatti in altre culture l’imbalsamazione era per lo più una pratica funeraria alternativa all’inumazione o alla cremazione, solo in Egitto ha raggiunto un elevatissimo grado di raffinatezza. Sia in termini tecnico-pratici che in termini ideologici, la pratica dell’imbalsamazione era un momento cardine dell’inizio del viaggio dell’anima, del ka, nel mondo dei morti. Un recente romanzo avanza un’ipotesi ardita: che gli egiziani cercassero di ricreare un’altra procedura, molto più antica, capace di dare davvero la vita eterna?

Come si eseguiva la pratica dell’imbalsamazione

mummia egiziana
Fonte: www.britannica.com

Nei più importanti musei del mondo, come il Louvre, è possibile osservare le mummie di antichi dignitari e financo faraoni d’Egitto. Se la pratica dell’imbalsamazione, infatti, era comune, si praticava nel modo più completo solo sulle persone di grado sociale più elevato. Basti citare la mummia più famosa di tutte, quella del faraone Tutankhamon legata alla leggenda della famosa “maledizione”. Le mummie impressionano per la loro perfetta conservazione, anche se dal momento in cui furono preparate sono passati migliaia di anni. Inoltre, affascina anche il rituale stesso, che era lungo e complesso e di cui solo di recente abbiamo scoperto qualcosa in più.

Infatti sono pochissime le fonti scritte che parlano di come si praticasse l’imbalsamazione. Di recente è stato rinvenuto un papiro risalente al XV secolo Avanti Cristo chiamato Papiro di Louvre-Carlsberg. Questo papiro è lungo ben sei metri e si trova in parte nel museo parigino, e in parte presso la collezione dell’Università di Copenhagen. La traduzione completa vedrà la luce solo nel 2022. Già adesso, però, il papiro ha permesso di conoscere nuovi dettagli sulla pratica dell’imbalsamazione, che con tutta probabilità si tramandava prevalentemente in modo orale.

Gli egiziani credevano che dopo la morte il corpo fisico e l’anima si separassero, ma che un giorno si sarebbero ricongiunti. Ecco perché era importante che il corpo si preservasse, in quanto simulacro che avrebbe di nuovo dato dimora allo spirito, al ka. Al fine di conservare le cellule dal decadimento della decomposizione, si usavano così diverse sostanze, la principale delle quali era il natron.

L’ingrediente “magico” dell’imbalsamazione: il natron

Fonte: www.egy-king.com

Dal punto di vista della composizione chimica, il natron è un carbonato di sodio e per gli Antichi Egiziani era addirittura sacro. Il nome, infatti, viene dalla radice “ntr”, che vuol dire dio. Gli egiziani raccoglievano il natron presso il Wadi el-Natrun, un lago ormai praticamente asciutto: infatti si ottiene per evaporazione ed è un sale. Il corpo della persona da mummificare veniva messa quindi letteralmente sotto sale, ma non prima di aver estratto gli organi interni. Il primo che veniva estratto era il cervello, con modalità non ancora del tutto chiare. L’ipotesi più accreditata è che si tirasse fuori dal naso con un uncino.

Poi si toglievano gli organi della cavità addominale, tutti tranne il cuore. Per gli egiziani era infatti il cuore l’organo più importante, mentre il cervello non aveva alcuna importanza. Gli organi venivano conservati con una speciale miscela di oli e spezie e messi nei canopi, quattro in tutto. Ognuno aveva le fattezze del dio preposto a preservare quei particolari organi. Le divinità erano Hapy, Duamutef, Imsety e Qebhseneuf. Hapy aveva il volto di un babbuino e preservava i polmoni. Duamutef vegliava lo stomaco e aveva testa di sciacallo; Imsety invece era completamente umano e proteggeva il fegato. Qebhseneuf infine, con la testa di falco, vegliava sugli intestini.

Una volta svuotata, nella cavità addominale venivano messe sostanze aromatiche che dovevano coprire l’odore della morte. A questo punto il corpo veniva strofinato con il natron e ricoperto interamente da esso, per un periodo che poteva andare dai 30 ai 70 giorni. In questo periodo si svolgevano dei rituali periodici sul corpo. Infine, quando la salma era del tutto disidratata, la si ricopriva di oli e resine e la si avvolgeva in bende di lino. Da qui l’usuale aspetto delle temibilissime mummie redivive, con bende cadenti che lasciano intravedere la pelle in decomposizione. In realtà, tramite la pratica dell’imbalsamazione, uomini e animali si sono conservati in perfette condizioni fino ai giorni nostri.

L’ipotesi di Stewart Ferris

Fonte: super.abril.com.br

Nel 2016 il romanziere Stewart Ferris ha pubblicato un libro che si intitola “The Sphinx Scrolls”. La trama è avventurosa e parla di una ricerca che potrebbe riuscire a salvare l’umanità. Il viaggio dei protagonisti si snoda attraverso varie location tra le quali non poteva mancare l’Antico Egitto. Nel libro si avanza un’idea che potremmo definire quantomeno intrigante. L’idea è la seguente: potrebbe essere la pratica dell’imbalsamazione il ricordo di un’altra pratica, molto molto più antica, che aveva la peculiarità di essere reversibile?

Premesso che il romanzo è pura fiction, si potrebbe liquidare la cosa come fantascienza e chiuderla lì. Ma la verità è che la moderna scienza sta tentando di fare qualcosa del genere con la criogenia. Anche in questo caso potrebbe sembrare fantascienza e invece è realtà attuale. Esistono diversi istituti in tutto il mondo, tanto negli USA che in Russia, dove alcune persone chiedono di essere “congelate”. Si tratta per lo più di soggetti con patologie molto gravi con bassissime aspettative di vita. L’idea è quella di “addormentarsi” per poter poi essere risvegliati il giorno in cui esista la cura per le proprie malattie.

La criogenia funziona non solo abbassando le temperature fino a -196 gradi centigradi, ma anche svuotando il corpo del sangue e riempiendo le vene con sostanze crioprotettive. I corpi vengono poi immersi in azoto liquido. Il problema nella procedura sta nelle sostanze crioprotettive che danneggiano i tessuti in modo irreversibile. Ancora una volta la speranza è che in futuro si trovi il modo di prevenire o curare tali danni. Ecco dunque che ai giorni nostri esiste una pratica di “imbalsamazione” potenzialmente reversibile. E se in un lontano passato l’uomo avesse già conosciuto e praticato con successo tale tecnica?

Da Atlantide all’Egitto

Fonte: The Guardian

Secondo molti teorici dell’esistenza di Atlantide, l’Egitto sarebbe stato il luogo in cui i profughi del continente distrutto avrebbero concentrato e depositato le pregresse conoscenze. Ecco perché qui nacque una fiorente civiltà, per così dire, dall’oggi al domani, quasi dal nulla. Gli antichi abitanti di Atlantide trasmisero il loro sapere, anche se esso era ormai sbiadito. Infatti, ormai erano perdute le tecnologie e i mezzi che potevano mettere in pratica ciò che in Atlantide era quotidianità. Forse la costruzione delle piramidi è stata possibile grazie a questo retaggio.

E l’imbalsamazione? Poniamo che gli abitanti di Atlantide avessero scoperto la formula dell’immortalità: un modo per preservare sul serio i corpi nei secoli e poi risvegliarsi a piacimento senza aver subito alcun danno, né essere invecchiati. Questa potrebbe essere la chiave per i viaggi interstellari. Ma le sostanze da loro utilizzate non esistevano più. Gli egiziani cercarono allora di replicare il processo a modo loro. I corpi erano pronti per il viaggio nell’Oltremondo, per tornare, prima o poi.

Se queste non sono altro che fantasie, non si può negare che la civiltà egizia ci affascini ancora oggi perché è avvolta nel mistero. Sono talmente tante le anomalie e le incongruenze che si possono evidenziare nella narrazione ufficiale che è doveroso cercare un’altra spiegazione. L’idea che l’Egitto non sia che una versione diminuita della potenza di Atlantide, non l’alba di un nuovo mondo ma i resti di quello passato, trova numerose conferme anche attraverso la pratica dell’imbalsamazione.

Fonti

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