I giganti di Lovelock e la leggenda dei Si-Te-Cah

Secondo una nota teoria revisionista, confutata dalla scienza ufficiale, i racconti biblici non sono solo racconti. Quando si parla di una razza di giganti, si parla davvero di esseri molto alti, e non a causa di anomalie, esistiti un tempo sulla Terra. Di tale esistenza si è dibattuto a lungo. Chi la nega decisamente rifiuta di prestare credito a molti ritrovamenti, in verità quasi sempre controversi, che sono stati fatti negli ultimi decenni. Parliamo oggi dei giganti di Lovelock, e cercheremo di scoprire se il ritrovamento di quei corpi dai capelli rossi è solo una montatura, o se c’è un fondo di verità.

Una leggenda narrata dai nativi americani

Sarah Winnemucca
Fonte: www.thoughtco.com

La tribù dei Paiute, che vive in Nevada, si tramanda oralmente, da generazioni, una storia che noi conosciamo in quanto poi è stato posta nero su bianco da una appartenente alla tribù. Sarah Winnemucca, figlia di un capo indiano che dedicò buona parte della sua vita a battersi per i diritti della sua gente, pubblicò nel 1882 il libro “Life Among the Paiutes: Their Wrongs and Claims”. Il suo intento era squisitamente politico, ma tra le altre cose riporta anche una storia. Tale storia, in seguito, ha dato vita a numerose speculazioni, alla luce di alcune scoperte fatte di lì a poco.

Nel libro si parla dei Si-Te-Cah, una popolazione che invase il territorio dei Paiute. Pare che questa gente venisse da oltre il mare, da un’isola lontana. Il nome che i Paiute usavano per indicarli, Si-Te-Cah o Saiduka, significa “coloro che mangiano la tule”. La tule è una pianta acquatica, simile alle canne, che è molto diffusa in America Settentrionale e le cui fibre venivano usate per costruire diversi manufatti, non ultime le canoe. Questa gente era crudele, opprimeva i Paiute. I Si-Te-Cah erano abili guerrieri e praticavano il cannibalismo.

Sui Si-Te-Cah i Paiute dicevano anche un’altra cosa, che però non è riportata nel libro. Questi uomini erano giganti con i capelli rossi, per questo i Paiute li temevano. Ma un giorno, stanchi delle loro angherie (così racconta ancora la leggenda), i Paiute attaccarono i Si-Te-Cah. I giganti si rifugiarono nella caverna di Lovelock: i Paiute li sfidarono ad uscire e a combattere. Ma quelli non uscirono, così i Paiute accesero un fuoco all’ingresso della grotta. I Si-Te-Cah morirono tutti, alcuni asfissiati, altri bruciati. L’ingresso crollò, e così finisce la storia.

Il ritrovamento dei giganti di Lovelock Cave

reperti ritrovati nella caverna di Lovelock
Fonti: edecoy.org/Pinterest

I giganti di Lovelock potevano restare confinati nella leggenda se non fosse che, nel 1886, un ingegnere minerario, John T. Reid, decise di provare a scoprire se quella caverna esisteva davvero. Con l’ausilio di due minatori, James Hart e David Pugh, scoprì che in effetti c’era una caverna, ma non riuscì ad approfondire i suoi interessi archeologici. Infatti i minatori scoprirono che la caverna, restata inaccessibile per chissà quanto tempo agli uomini, era stata abitata dai pipistrelli. Così era diventata una riserva preziosa di guano di pipistrello, che era un fertilizzante molto usato all’epoca e anche di grande valore, oltre che una componente della polvere da sparo.

La speculazione ebbe così la meglio sull’interesse storiografico e la caverna di Lovelock venne scavata in profondità per prelevare tonnellate del ricco materiale. In tutto questo si prestò ben poca attenzione a preservare l’ambiente per altri studi. Nel frattempo, però, vennero rinvenuti parecchi reperti che dimostravano come quel luogo fosse stato abitato fin da tempi antichissimi. Il primo, vero scavo archeologico della caverna avvenne nel 1912, dopo che Hart e Pug avevano contattato Alfred Kroeber, fondatore del dipartimento di Antropologia dell’Università della California, presumibilmente per vendergli alcuni dei manufatti rinvenuti.

Gli scavi si susseguirono anche negli anni successivi, e furono portati alla luce molti oggetti, la maggior parte dei quali è oggi esposto presso l’Humboldt Museum di Winnemucca, in Nevada. Tra i reperti più notevoli, due papere-esca realizzate proprio con la tule. Ma i ritrovamenti più interessanti sembrano essere spariti nel nulla. I primi scavi infatti avevano portato al ritrovamento di due mummie con capelli rossi, un uomo e una donna, alti ben più di due metri. In seguito furono rinvenute altre mummie, tutte però di altezza normale. Per certo, è stato trovato un sandalo lungo 38 centimetri, anch’esso fatto di fibre di tule.

I giganti di Lovelock Cave

giganti di Lovelock
Fonte: greaterancestors.com

Nei decenni successivi ai fatti che abbiamo narrato, la storia dei giganti fu smentita con decisione. Adrienne Mayor nel suo libro “Legends of the First Americans” spiega tutta la faccenda come una montatura. Secondo lei i primi che hanno scavato le caverne di Lovelock avevano mostrato le mummie al pubblico per dare risonanza alla scoperta, spacciandole per quelle di giganti e fomentando questa credenza. I capelli rossi, l’altra vera anomalia dei Si-Te-Cah, sarebbero spiegabili come il deperimento dei pigmenti scuri dei capelli per effetto del tempo e di altri fattori naturali. Insomma, nessun gigante abitò la caverna di Lovelock.

Come testimonianza del fatto che questi giganti siano esistiti restano solo le parole di James Hart, uno dei primi minatori che scavarono la grotta. Lui infatti parlò del corpo di un uomo, alto due metri, con capelli rossi. I sandali di dimensioni spropositate sono tutto ciò, però, che resta di lui. Se resta il dubbio se fossero giganti o meno, sembra però certo che i Si-Te-Cah dei Paiute non sono una leggenda ma siano realmente esistiti. Nella zona attorno al lago Lahontan sono stati trovati resti che testimonierebbero la deprecabile pratica del cannibalismo.

Nel 1931 due articoli pubblicati sul Nevada Review-Miner parlavano di altrettanti ritrovamenti di scheletri dalle dimensioni anomale rinvenuti sul fondo del lago Humboldt, ormai asciutto. Uno misurava addirittura 3 metri, ed era avvolto in una sostanza simile a gomma che ricordava quella usata dagli egizi per imbalsamare le loro mummie. In anni più recenti, nel 2013, i Bigfoot Investigators MK Davis e Don Monroe hanno fotografato l’impronta gigante di una mano dentro la caverna di Lovelock. L’impronta, in seguito, è stata misteriosamente cancellata da sconosciuti vandali. Monroe ha anche mostrato le foto di un teschio, che si trovava a sua detta nei sotterranei del museo Humboldt. Il museo nega di avere mai posseduto quello, o altri teschi.

Un sito di grande importanza

Lovelock Cave
Fonte: www.gear-gear.com

Nel 1984 la caverna di Lovelock, che misura 45 metri di lunghezza e circa 10 di larghezza, è stata inserita nel National Register of Historic Places. La sua eccezionalità deriva dal fatto che per via delle sue particolari condizioni climatiche e ambientali, ha permesso la conservazione pressoché perfetta di materiale organico e inorganico vecchio di migliaia di anni. Si calcola che alcune delle sepolture più antiche possano risalire anche a 9000 anni fa. Tra i reperti, c’è anche un manufatto che secondo gli studiosi potrebbe essere un calendario.

La storia dei giganti di Lovelock Cave, ufficialmente, è solo una leggenda che parla di un popolo primitivo, probabilmente esistito, ma che non aveva alcun carattere di eccezionalità. Restano quelle testimonianze che parlano di ritrovamenti che invece proverebbero il contrario, ma che con il tempo sono andati perduti, o magari sono stati occultati. Insomma, se la storia e la scienza si dicono certe, noi continuiamo a coltivare il ragionevole dubbio che dietro i racconti possa sempre celarsi una verità, per quanto scomoda.

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