Fuente Magna, la Stele di Rosetta delle Americhe

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Negli anni cinquanta in Bolivia venne alla luce, o per meglio dire venne a conoscenza della comunità scientifica, un artefatto che ancora oggi suscita accese discussioni. Parliamo del Vaso di Fuente Magna, che alcuni appellano semplicemente Fuente Magna, come se fosse il suo nome proprio. Si tratta di un largo recipiente in ceramica, di quelli che venivano offerti nell’ambito dei sacrifici agli dei, ricoperto di bassorilievi e incisioni. Le incisioni più notevoli sono delle scritte in cuneiforme, che hanno tutta l’aria di essere sumero. Peccato però che i Sumeri e gli abitanti delle Ande siano separati da migliaia di chilometri di distanza, e che secondo gli storici non ebbero mai alcun contatto nell’antichità.

Il ritrovamento e le prime scoperte su Fuente Magna

catino di Fuente Magna
Fonte: hiddenincatours.com

All’incirca sul finire degli anni Cinquanta, un agricoltore stava lavorando la terra quando dissotterrò un largo vaso in argilla. L’agricoltore lavorava le terre della famiglia Manjon, della tenuta chiamata Chùa. Immediatamente il ritrovamento suscitò il vivo interesse di studiosi e archeologi, in quanto appariva evidente che si trattava di un oggetto molto antico. Il ritrovamento era avvenuto non lontano dalla capitale della Bolivia La Paz, lungo le sponde del lago Titicaca. Impossibile dare una datazione precisa di quel largo contenitore. L’aspetto più notevole, come anticipato, erano le iscrizioni che correvano all’interno del recipiente.

Appariva subito chiaro che si trattava di scrittura cuneiforme. Il primo che cercò di decifrarla ma senza successo, fu Max Portugal Zamora, un archeologo boliviano che disse che quei caratteri dovevano essere antichi di almeno 5000 anni. Dopo essere stato affidato per qualche tempo alla municipalità di La Paz, il vaso Fuente Magna fu poi ospitato presso il Museo de los Metales Preciosos. Lì rimase per circa 40 anni quando di nuovo la comunità scientifica si interessò del reperto. Due ricercatori boliviani, Bernardo Biados e Freddy Arce Helguero, ripresero ad indagare e incontrarono un uomo del posto di nome Maximiliano, che all’epoca aveva circa 92 anni. Maximiliano riconobbe subito il recipiente.

Lo chiamò il suo “catino per i maiali” e disse che lo aveva usato proprio per dare da mangiare ai suoi animali in passato. Fu a questo punto che entrò in scena un famoso epigrafista, il dottor Clyde Ahmed Winters, esperto di iscrizioni antiche. A suo parere le incisioni sul Fuente Magna erano simili a quelle usate dai berberi della Libia 5000 anni prima, assimilabili anche al proto sumero e ad altre scritture antiche come il proto dravidico (usato in India), il proto elamita (usato in Iran) e il proto mande (usato in alcune zone dell’Africa). In conclusione, era un linguaggio che doveva essere stato usato in luoghi ben distanti dalla Bolivia migliaia di anni prima. A quei tempi non avrebbero dovuto esserci contatti tra civiltà tanto lontane.

Cosa c’è scritto sul vaso di Fuente Magna

Fonte: Museo de los Metales Preciosos/Facebook

Il dottor Winters tentò di decifrare il vaso e ci riuscì: quello che ne tirò fuori è un’iscrizione che fa capire come il catino venisse usato per fare offerte sacrificali alla dea Nia, forse al suo oracolo. Ecco cosa c’è scritto sul Fuente Magna secondo quella traduzione.

Avvicina nel futuro colui che è benedetto dalla protezione della grande Nia. [La divina Nia] decide la purezza, la gioia, il carattere. (Questo oracolo del popolo è favorevole per decidere la purezza e il carattere [per tutti coloro che li cercano]. [Usa questo talismano (il vaso di Fuente Magna)] per diffondere, o indovino, il tuo annuncio al tempio. Il giusto tempio, benedici (questo) tempio, benedici (questo) tempio. Il capo fa un giuramento per ristabilire la purezza, un oracolo favorevole per decidere il carattere. [O, capo del culto], accendi una luce unica per [tutti] noi che desideriamo una nobile esistenza.

La mia traduzione libera è tratta dalla versione inglese pubblicata su “Ancient Origins”. Potrebbe sembrare non avere molto senso, ma in definitiva appare come un’invocazione religiosa alla dea Nia, che propiziava la prosperità. In effetti, tra le figure antropomorfe presenti sul vaso Fuente Magna vi è anche quella di una donna con braccia e gambe spalancate, iconografia tipica di questa divinità. Il riferimento a tale divinità appare già di per sé molto interessante. Infatti Nia è il termine usato nella scrittura lineare A per indicare la dea Neith, il quale è il nome greco per una divinità egizia, Nt o Neit, Anat in lingua semita. Questa dea era molto popolare tra le genti della Libia e del centro Africa, che poi la portarono nelle loro migrazioni verso Mesopotamia, Valle dell’Indo e Creta.

C’è anche un’altra traduzione dell’iscrizione presente sul Fuente Magna, attribuita ad Alberto Marini.

Offri una libagione d’acqua e cerca virtù. Questo è un grande talismano, questo luogo della gente è un sito in cui si manifesta il potere della dea Nia. L’anima. Incenso per fare correttamente una libagione purificata. Prendi questa libagione purificata. Il bene divino è in questa vicinanza alla manifestazione del potere della dea

Questa traduzione è anch’essa stata fatta da me liberamente sulla base dei versi riportati sul sito “Ancient Code”.

La Stele di Rosetta delle Americhe

Fonte: Museo de los Metales Preciosos/Facebook

Ecco il motivo per cui il vaso di Fuente Magna è stato definito la “Stele di Rosetta” delle Americhe. Esso dimostrerebbe, qualora le interpretazioni sopra riportate fossero corrette, che ci fu un contatto tra le popolazioni della Bolivia e i Sumeri. Questo contatto viene invece decisamente negato dalla storiografia ufficiale. Eppure è noto che i Sumeri sono stati grandi navigatori. Il ricercatore Yuri Leveratto ha posto l’interrogativo mostrando quanto stupefacente sia questo reperto. “Come è possibile che un’iscrizione in proto sumero si trovi su un recipiente trovato vicino al lago Titicaca, a 3.800 metri sul livello del mare, migliaia di chilometri distante da dove i Sumeri sono vissuti?”

Il fatto è talmente straordinario che in molti, semplicemente, si rifiutano di crederci. Ci sono molti punti oscuri nella storia di questo vaso, che alcuni riportano essere in pietra e altri (come scritto in questo articolo) in ceramica. Non è ben chiaro chi e quando lo abbia riparato, né dove si trovasse la fattoria in cui venne originariamente rinvenuto. Per molti si tratta di un fake, ma questo sembra escluso. Per altri le iscrizioni non sono cuneiforme, ma un tipo di scrittura usato dalle popolazioni della cultura Tiwanaku. Secondo Bernardo Biados, si può ipotizzare che i Sumeri visitarono la Bolivia intorno al 2500 avanti Cristo, visto che si erano spinti fino al Sud Africa. Perché non anche fino al Sud America?

Poi ci sono anche altre teorie. Secondo Zecharia Sitchin i Sumeri ebbero contatti con una razza aliena chiamata Anunnaki, il che spiegherebbe come la loro scrittura avesse potuto viaggiare tanto lontano. Una spiegazione del tutto soddisfacente circa la natura di questo misterioso OOPArt continua ad oggi a sfuggire. A noi resta da avanzare un’ultima ipotesi: quella di Atlantide, dell’unica civiltà che avrebbe diffuso i suoi germi di qua e di là dell’Oceano. Forse anche con una scrittura molto simile, con divinità molto simili, prima e dopo la diaspora seguita alla fine del continente che più non è, ma la cui voce continua a riecheggiare anche nel vecchio, antichissimo vaso di Fuente Magna.

Fonti:

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