La strada che porta in mare: il mistero di Malden Island

Nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico esiste una piccolissima isola che si chiama Malden Island. La sua superficie è di appena 39 chilometri quadri; appartiene alla Repubblica del Kiribati insieme alle Line Islands, di cui fa parte. Potresti pensare che un frammento di terra sperduto e disabitato non sia meritevole di una seconda menzione, se non fosse per il fatto che sull’isola si trovano molti interessanti siti archeologici che potrebbero avere una lettura ben diversa da quella che la scienza ufficiale fornisce per spiegare la loro esistenza.

Malden Island

Malden Island
Fonte: Google Earth

Malden Island è nota oggi per quattro motivi. Il primo sono le sue bellezze naturalistiche, in quanto è area protetta per alcune specie di uccelli. Il secondo è la riserva di guano, materiale altamente fertilizzante, che è stata ampiamente sfruttata in passato. Il terzo è il fatto che l’isola fu usata dai britannici per la sperimentazione della bomba H, con l’esecuzione di vari test nucleari. Il quarto, sono i suoi siti archeologici.

Morfologicamente, si può notare che l’isola si trova sotto il livello del mare, e che la sua parte orientale è occupata in buona parte da una laguna di acqua salata. Non vi è acqua dolce sull’isola, che ha una forma triangolare. Pare che Malden Island sia stata avvistata per la prima volta nel 1825 dal capitano Samuel Bunker a brodo della baleniera Alexander di Nantucket. Di lì a poco l’isola fu avvistata anche dalla HMS Blonde comandata dal capitano Lord Byron (cugino del famoso poeta).

Mentre Bunker non era riuscito ad avvicinarsi abbastanza da esplorare l’isola, Lord Byron ci riuscì e risulta che il primo ad avvistare l’isola, e poi a metterci piede sopra, sia stato il tenente Charles Robert Malden, da cui la denominazione attuale. In quell’occasione vi fu anche una prima esplorazione naturalistica. Già allora furono notate le rovine che costellavano l’intero territorio, per quanto ristretto.

Le rovine di Malden Island

Malden Island
Fonte: Ancient Origins

Già ad un’osservazione superficiale non è possibile non istituire un’analogia tra le rovine di Malden Island e quelle di Pohnpei e Nan Madol, per quanto queste ultime siano di gran lunga più imponenti. Nan Madol si trova a 5500 chilometri da Malden Island. Eppure la spiegazione che è stata data ai resti di un’antica civiltà che emergono con chiarezza dal terreno appare piuttosto semplicistica, e assai poco soddisfacente.

La versione ad oggi accettata è quella dell’eminente antropologo Kenneth Emory del Bishop Museum di Honolulu. Nel 1924 Emory disse che Malden Island doveva essere stata abitata, non più di qualche secolo prima, da un piccolo nucleo di polinesiani. All’epoca Emory non era che un giovane studioso ansioso di farsi strada nel mondo accademico. La teoria che voleva portare avanti, e che di lì ai successivi decenni gli avrebbero portato notorietà e fama, diceva che la cultura polinesiana aveva avuto origine da Tonga e Samoa per poi diffondersi verso ovest.

Ipotizzare che su Malden Island ci fosse stata una popolazione ancora più antica avrebbe smontato del tutto il suo castello teorico. Eppure, come dicevamo, la lettura di Emory non convince fino in fondo, e oggi c’è chi invece presuppone una realtà ben diversa. Solo che è estremamente difficile da dimostrare perché l’isola è davvero inaccessibile, giungervi è molto costoso, e nessuno sembra interessato a finanziare degli studi archeologici circa la sua storia remota.

Quella strada che finisce in mare

Malden Island
Fonte: tangatawhenua16.wixsite.com

Sono 21 i siti archeologici complessivi di Malden Island. Essi comprendono tombe, sepolture e abitazioni, con tanto di pozzi oggi asciutti. Ma l’opera umana più imponente riguarda le strade lastricate: ce ne sono diverse, fatte con lastre in basalto, che si diffondono come un vero e proprio reticolo su tutta l’isola. Queste strade corrono lungo le coste e poi finiscono dentro il mare, tra i flutti del Pacifico. Sono simili a quelle di Nan Madol, come detto, ma anche alla strada dell’isola di Rataronga.

La domanda che ci si pone è perché una civiltà piccolissima, composta da poche centinaia di polinesiani, si sia data il disturbo di costruire templi, strade e luoghi di sepoltura. Soprattutto, perché avrebbe dovuto costruire strade che finivano il mezzo al mare? Ci sono così studiosi che avanzano un’altra teoria, la stessa che si sostiene per spiegare le incredibili rovine di Nan Madol.

Sembra maggiormente plausibile che ci sia stata, molte migliaia di anni fa, quando il livello dei mari globali era assai più basso di ora, una grande civilizzazione che abitò tutto il Pacifico. Essa viveva su una terraferma che oggi più non è, di cui non restano che pochi frammenti (le isole). Quel vasto continente era attraversato da strade: quelle che oggi finiscono sul fondo dell’oceano e sembrano apparentemente prive di senso logico.

The Riddle of the Pacific

Malden Island
Fonte: Pinterest

Nel 1924 John Macmillan Brown, studioso scozzese e neozelandese, scrisse un libro che si intitola “The Riddle of the Pacific”, ovvero, “L’enigma del Pacifico”. Cosa c’è di misterioso in una mare, che per sua definizione, è “pacifico”? Brown nel testo parla soprattutto dell’Isola di Pasqua, ma non manca di citare anche Malden Island, di cui dice

le sue grandi piramidi -tempio sono la reliquia di un’epoca passata, quando facevano ancora parte di un “impero scomparso”, un luogo in cui le persone provenivano da fertili arcipelaghi […] che successivamente affondarono, finendo sul fondo del mare.

Questo “impero scomparso” potrebbe essere la leggendaria Mu, orgogliosa terra che un tempo dominava questa parte del globo e che poi finì erosa in tanti piccoli isolotti. Può sembrare assurdo, ma una volta di più quello che ci impedisce di prendere in considerazione tale ipotesi è solo l’impossibilità di uscire fuori dai canoni mentali che ci sono stati imposti. Perché una volta che lasciamo che lo sguardo vaghi liberamente, scopriamo che c’è tanto di più oltre quello che vorremmo già scritto, e che resta ancora da scrivere.

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