Al Masudi e come le piramidi vennero costruite

C’è una domanda che ricorre spesso quando ci interroghiamo circa il modo in cui alcune costruzioni antiche vennero erette. Tanto nelle Americhe, che in Egitto, che in altri siti che risalgono a millenni fa come Gobleki Tepe, si nota un’estrema precisione nel taglio delle pietre. Pietre che sono quasi sempre molto grandi, di pietra molto dura, e molto molto pesanti. Ogni spiegazione data dalla scienza ufficiale sembra poco soddisfacente. Sentiamo allora qual è la versione di Al Masudi su come le piramidi vennero costruite.

Chi era Al Masudi

Al Masudi
Fonte: subscribe.ru

Al Masudi è la traslitterazione corrente, ma non del tutto esatta, del nome dello storico e geografo Abu al-Hasan Ali al-Mas’udi, che alcuni definiscono anche l’Erodoto arabo. Visse nel X secolo e viaggiò moltissimo, per tutta la sua vita. Aveva conoscenze molto approfondite nelle scienze e nelle arti, e ci ha lasciato un compendio molto vasto, che si compone di ben 30 libri, in cui fa il preciso resoconto dei suoi vagabondaggi.

L’opera è stata tradotta con il nome di “Le notizie del tempo” (Akhbār al-zamān) e si può ben definire una vera e proprie enciclopedia in cui è contenuto gran parte dello scibile umano accessibile al tempo e ad un solo uomo. Sono parecchie le storie che Al Masudi ha raccolto in giro per il mondo e che ha poi messo nero su bianco. Questa opera voluminosa non è l’unica che ci ha lasciato, per quanto in modo solo parziale. Ricordiamo anche il “Libro di mezzo” e le “Praterie d’oro”.

Tra i molti luoghi che Al Masudi visitò c’è anche l’Egitto, terra misteriosa allora come oggi. Dall’Egitto lo storico riporta una storia curiosa, per lo più dimenticata dall’archeologia. In un brano, la cui fonte esatta però non siamo riusciti a reperire, narra il modo in cui i costruttori egizi riuscivano a spostare le pietre pesantissime che servivano per erigere le piramidi e altri monumenti.

La procedura descritta ha dell’incredibile. Al Masudi parla di un “bastone di metallo” con cui le pietre venivano colpite. Prima, dei “papiri magici” venivano posizionati sotto le pietre. Queste si sollevavano in aria, avanzavano per un po’ lungo un corridoio formato da altre aste metalliche. Poi si posavano, si ripeteva la procedura, e così via. Non c’è che dire. sembra davvero la descrizione di un incantesimo.

Geroglifici di potere

Al Masudi
Fonte: www.ancient.eu

Ci sono due spiegazioni per il brano che abbiamo appena riportato. La prima è che sia falsamente attribuito ad Al Masudi. La seconda è che Al Masudi, da bravo reporter, si limiti a trascrivere qualcosa che gli è stato raccontato ma che non ha visto con i suoi occhi. Naturalmente nessun archeologo crede a questa descrizione, che parla chiaramente della levitazione delle pietre. Però, prima di liquidare tutta la faccenda, ci sono altri fatti da considerare.

Il modo in cui gli antichi egizi (ma anche gli Inca, o i costruttori di Stonehenge) riuscivano a sollevare pietre pesanti svariate tonnellate resta ancora un mistero. Ci sono spiegazioni ufficiali, ma sempre molto deboli. C’è poi l’enigma degli strumenti usati per effettuare tali spostamenti. Che fine hanno fatto? Non sono mai stati ritrovati. Non ci sono nemmeno resoconti o cronache che raccontano la costruzione degli imponenti monumenti d’Egitto.

Ci sono però i geroglifici, che come sappiamo sono stati interpretati a partire dalla decifrazione della stele di Rosetta. Non possiamo però presumere di aver dato proprio a tutto la corretta interpretazione. Come giustamente si osserva, troppi secoli ci separano dagli egizi, e soprattutto il nostro cervello funziona in modo parecchio diverso dal loro. Niente di più facile che finire per fraintendere qualcosa che noi non abbiamo più le necessarie conoscenze per interpretare.

Ci sono tre simboli sacri, o perlomeno così interpretati dall’egittologia. parliamo dell’ankh, dello djed (o zed) e del was. Il was è un bastone che si trova spesso in mano alle divinità o ai faraoni e alle loro regine. Viene descritto come una sorta di lungo scettro che finisce a “forchetta”. Di solito è ritratto insieme agli altri due simboli che abbiamo elencato. E se quei tre segni non fossero solo icone di potere e regalità, ma la raffigurazione degli strumenti usati per costruire le piramidi?

Gli Egizi e la levitazione

Al Masudi

Non è la prima volta che qualcuno avanza timidamente l’ipotesi che la levitazione potesse essere la soluzione agli enigmi che ci presentano le antiche costruzioni. Pietre squadrate, del peso di svariate tonnellate, potevano essere sollevate con la forza del pensiero, o in altro modo. Senza dover ipotizzare poteri medianici, si può pensare al magnetismo, o alle onde sonore.

Se prendiamo per buono il racconto di Al Masudi, o chi per lui, potremmo pensare che fosse la speciale risonanza tra quei bastoni metallici a permette alle pietre di sollevarsi senza sforzo e di muoversi come su un nastro o un cuscino d’aria. Di recente, molti ingegneri del suono hanno certificato la presenza di particolari risonanze negli edifici antichi, piramidi comprese. Non è dunque così audace pensare che forse in Egitto vi fosse una conoscenza tale del modo di propagarsi delle onde sonore tale da consentire azioni persino per noi inimmaginabili, quasi “magiche”.

C’è un’iscrizione che sembrerebbe questa ipotesi, presente in un’opera custodita nel Metropolitan Museum of Art di New York. Nell’iscrizione, che si trova tra le statue di Iside e Wepwawet, ognuna delle quali ha in mano un was, si vedono due simboli a forma di forchetta legati da una serie di sottili fili, che potrebbero rappresentare le vibrazioni che si propagano da uno strumento all’altro. Questa è una possibile interpretazione “altra” di geroglifici che altrimenti vengono letti in ben altra maniera.

Interpretazione che viene rigettata perché considerata “fantastica”, in quanto presupporrebbe per i nostri progenitori conoscenze del modo in cui funziona la materia che noi moderni stiamo appena cominciando ad approcciare. Il nostro concetto di “progresso” ci vieta di ipotizzare che forse non ci siamo “evoluti”, ma siamo “involuti” al punto da non riuscire più a capire come siano state costruite le piramidi.

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