Testimonianze del continente perduto: Tongatapu e Haʻamonga ʻa Maui

Nel quarto capitolo del libro di James Churchward “Mu: il continente perduto” il colonnello enumera quelle che – a suo parere – sono le vestigia del continente madre che si potevano ammirare ancora ai suoi tempi (e che possiamo ammirare ancora oggi). Comincia parlando di documenti e testimonianze americane per poi giungere nell’Oceano Pacifico, dove su parecchie isole si trovano monumenti davvero interessanti. Ecco alcune testimonianze del continente perduto: Tongatapu e Haʻamonga ʻa Maui.

Tongatapu

Tongatapu
Fonte: Wikipedia

Nel suo libro, Churchward chiama l’isola Tonga-Tabu, secondo la denominazione dell’epoca. Tongatapu fa parte del Regno di Tonga, di cui rappresenta l’isola più grande, tanto che – durante la Seconda Guerra Mondiale – fu usata come base dai soldati americani. Inoltre Tongatapu è anche una delle isole più popolose, nonché una di quelle su cui si trova il maggior numero di resti archeologici della Polinesia.

Sono proprio questi resti quelli che interessano il colonnello Churchward, il quale, ovviamente, gli dà un’interpretazione molto diversa rispetto all’archeologia ufficiale. Secondo gli storiografi, le isole polinesiane furono abitate anticamente dalla civiltà Lapita. In seguito, su Tongatapu si instaurò l’Impero Tu’i Tonga. La capitale dell’Impero si chiamava Mu’a.

Non è però l’assonanza tra questa città – dove oggi si trovano molti siti sepolcrali, quelli in cui furono posti a riposare i resti degli imperatori – con la terra madre Mu a destare l’interesse di Churchward. Tra le antiche piramidi e le ceramiche Lapita, vi è un monumento che più degli altri desta interesse per via delle analogie che evoca con altri siti simili nel resto del mondo, primo fra tutti il celeberrimo Stonehenge.

Nella parte settentrionale dell’isola, vicino al villaggio di Niutoua, si trova un trilite di dimensioni imponenti. Il suo nome nella lingua del posto è Haʻamonga ʻa Maui ed è costruito con tre grandi lastre di pietra calcarea corallina. La maggior parte dell’isola è infatti costituita di corallo. Alto oltre cinque metri, lungo quasi sei, è costituito da massi che pesano ognuno circa 30 o 40 tonnellate. Ecco la sua storia.

Haʻamonga ʻa Maui

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Fonte: tripfreakz.com

Il nome del trilite significa “fardello di Maui” e si riferisce alla leggenda con cui la gente del posto spiega la sua costruzione. Maui era una creatura semidivina, che caricò sulla sua canoa le grandi pietre per portarle fino a Tongatapu ed erigere questo enorme portale. Nessun essere umano, infatti, avrebbe potuto farsi carico di un peso così straordinario.

Questo è il racconto leggendario. Secondo gli storici Haʻamonga ʻa Maui venne eretto all’incirca nel 1200 dall’Imperatore Tuʻitatui, affinché fungesse da portale di accesso al complesso di Heketa. Ci sono però anche pareri differenti. Ad esempio, nel 1967 il sovrano di Tonga Taufaʻahau Tupou IV  sostenne la teoria di una valenza astronomica del trilite.

Secondo lui, infatti, la “V” che si trova incisa sull’architrave serviva come segno di riconoscimento per identificare i solstizi e gli equinozi, quindi gli spostamenti del Sole nel cielo. Questa idea è stata successivamente rigettata con veemenza. Ma la somiglianza di questa costruzione con i triliti che si trovano a Stonehenge salta all’occhio anche dei profani.

Va detto che però vi è una differenza sostanziale: mentre a Stonehenge le pietre sono solo appoggiate le une sulle altre, qui l’architrave superiore è incastrato nei due pilastri verticali sui quali si trovano due scanalature incise. Per il resto, trovare questa stessa architettura a tanta distanza sul globo lascia davvero esterrefatti, tanto più che – teoricamente – le isole polinesiane e quelle britanniche non avrebbero avuto contatti se non in tempi molto recenti.

C’era una volta Mu

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Fonte: Wikimedia Commons

Secondo Churchward, invece, le cose stanno ben diversamente. Il portale di pietra di Haʻamonga ʻa Maui non è affatto una vestigia cerimoniale di tempi recenti, vecchia appena di 800 anni. Secondo lui il reperto è molto, molto più antico, e non è altro che uno dei rari resti del continente Mu, che sprofondò nell’Oceano (sempre secondo Churchward) 12.000 anni fa.

Quando Mu si inabissò, non lasciò che pochissimi lacerti di terra abitabile, dove i superstiti sopravvissero ma regredirono ad un livello primordiale. Parte di quelle che erano state le costruzioni di questo grande impero restarono in piedi: tra esse vi era questo portale, il cui scopo potrebbe essere astronomico, ma anche di altra natura, tale da sfuggire alla nostra comprensione.

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Fonte: jonestravel.com.to

Nell’antica capitale Mu’a si trovano circa 28 langi, ovvero le tombe reali, che sono state costruite con forma piramidale. Anche questa è solo una coincidenza? Le piramidi sono recenti (la più antica dovrebbe essere contemporanea del trilite) e questo dovrebbe bastare a smentire Churchward. Ma sta di fatto che anch’esse sono costruite su basi fatte di lastre di corallo.

Il corallo può essere datato, ma le datazioni correnti si riferiscono più che altro ai resti di manufatti che sono stati ritrovati in questi siti. In una parola, nessuno esclude il fatto che Haʻamonga ʻa Maui possa essere molto più antico e che – così come accade per i siti Inca – che possa essere stato usato dagli abitanti dell’Impero Tu’i Tonga, ma non costruito da loro.

Una connessione remota, ma duratura

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Fonte: www.ghosthuntingtheories.com

I moderni archeologi negano che vi possa essere una qualunque connessione tra Haʻamonga ʻa Maui e Stonehenge e che è assolutamente “ridicolo” volerla trovare ad ogni costo. Quello che invece emerge con chiarezza agli occhi di un osservatore che non abbia pregiudizi è che c’è davvero un filo rosso che attraversa tutto il globo, da un’Oceano all’altro, da un continente all’altro.

Ammesso che il trilite non avesse altro che uno scopo cerimoniale, per condurre al trono del sovrano, potrebbe essere che la sua peculiare forma sia stata ricalcata su una tradizione più antica. Forse gli abitanti delle isole polinesiane conservano – anche nei loro miti – una memoria antica di una terra che un tempo era, ed ora non è più. Una terra la cui gente aveva colonizzato ogni angolo del globo, ed era molto più evoluta di loro, e forse anche di noi.

Secondo alcuni ricercatori, anche Mu’a potrebbe essere molto più antica di quanto non si pensi. Lo testimonia l’enorme canale del porto lagunare, che oggi sarebbe inutilizzabile in quanto quando è stato costruito l’isola era leggermente più bassa sul livello del mare di quanto non sia ora: ergo, devono essere passate molte migliaia di anni. Probabilmente il porto era già dismesso ai tempi delle prime colonizzazione europee, ma anticamente doveva aver ospitato navi capaci di attraversare l’Oceano.

Davvero è esistita un’unica, grande civiltà che ha dato origine a tutto quello che esiste oggi, e che ha posto le basi di tutto ciò che siamo oggi? Indizi di questa verità si trovano disseminati nei luoghi più impensati, quelli dove mai andremmo a cercare. Sono indizi che possono essere letti in molti modi, mancando un quadro generale. Ma quel quadro, per qualcuno, esiste: e si chiamava Mu, la Madre Terra di cui, senza saperlo, sentiamo terribilmente la nostalgia.

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