La “Stele di Rosetta” di Okinawa: la chiave per decifrare il segreto di Mu

Secondo quanto scrive il colonnello Churchward nel suo libro “Mu: il continente perduto”, le tracce della “Madreterra“, come lui la definisce, si possono trovare sparse in tutte le isole della Micronesia sotto forma di siti archeologici. Churchward basa tutta la sua teoria sulle tavolette Naacal (oggi perdute) e sulle tavolette di pietra rinvenute da William Niven (anch’esse perdute). Ma esiste anche un altro importante reperto, definito la “stele di Rosetta” di Okinawa: la chiave per decifrare il segreto di Mu.

La stele di Rosetta

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Fonte: www.globalresearch.ca

La stele di Rosetta è uno dei reperti archeologici più universalmente conosciuti. La sua importanza si lega al fatto che fu determinante per la comprensione della civiltà dell’Antico Egitto. La stele venne rinvenuta nel 1799 e reca una medesima iscrizione in tre linguaggi diversi: geroglifico, demotico (una delle ultime fasi della scrittura egizia) e greco antico. Grazie a questa sua peculiarità, offrì la possibilità di comprendere i geroglifici e quindi di decifrare tutte le iscrizioni rinvenute in templi e tombe.

Comprendere la lingua parlata da un popolo – antico o moderno – è fondamentale per capirne il pensiero, lo stile di vita. Ancora di più questo è vero se si parla di genti che non esistono più: anche se i reperti materiali sono parimenti molto importanti, una testimonianza scritta è di valore incalcolabile. Ecco dunque perché la stele di Rosetta, che oggi si trova esposta al British Museum, resta uno degli oggetti più famosi di sempre a livello archeologico.

Purtroppo però, quando parliamo dei continenti ritenuti “mitici” – Atlantide e Mu – non si può esibire alcun documento scritto. Il tempo che ci separa dalla loro ultima distruzione (oltre 12.000 anni) rende impossibile che le iscrizioni abbiano potuto arrivare fino a noi. In verità, questa affermazione non è del tutto corretta. Per quel che riguarda Mu, colui che ne teorizzò l’esistenza in modo più forte – il colonnello James Churchward – disse di aver basato tutta la sua conoscenza su delle tavolette di pietra rinvenute in un tempio indiano.

Le tavolette Naacal – insieme alle tavolette di Niven – sono dunque il resoconto della genesi e della fine di Mu. Perché ancora oggi dunque dubitiamo che Mu sia esistita? Perché purtroppo tutte queste preziose tavolette sono andate perdute. Ma ce ne sono altre che invece esistono ancora, e si trovano presso il Museo di Okinawa.

La stele di Rosetta di Okinawa

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Fonte: Flickr

Lo stupefacente ritrovamento avvenne in tempi non troppo remoti: dobbiamo risalire a circa 60 anni fa. Era il 1932, quindi tra le due Guerre Mondiali, quando lungo le coste occidentali dell’isola di Okinawa vennero trovate una decina di tavolette di pietra. La cosa curiosa è che tali tavolette erano completamente ricoperte di incisioni che somigliano in modo impressionante ai simboli riportati da Churchward nei suoi scritti su Mu.

Colui che ha studiato in modo più approfondito questi reperti è il professor Masaaki Kimura, che insegna presso l’Università di Ryukyus a Okinawa. Il professore è anche uno degli archeologi subacquei che ha effettuato diverse immersioni nel sito di Yonaguni, dove è stata rinvenuta un’enorme piramide sommersa. Sostiene che a Yunaguni esistono tante iscrizioni, simili a quelle della tavoletta di Okinawa.

Secondo le tesi ufficiali, i kanji, ovvero il peculiare segno grafico usato dai giapponesi per scrivere la loro lingua, furono importanti in Giappone dalla Cina nel V secolo dopo Cristo. Però petroglifi come la stele di Rosetta di Okinawa sono numerosi, e di sicuro antecedenti a questa data. Gettano quindi un dubbio circa l’inizio della lingua scritta in questo angolo di Oceano Pacifico. Però sono solo classificati come OOPArts (oggetti a cui non si sa dare una collocazione storico-temporale).

Il professo Kimura invece ha elaborato una teoria ben precisa, che si rifà alle teorie di Churchward. Ritiene che la piramide di Yonaguni, così come i resti archeologici che si possono trovare sparsi in tutta la Micronesia (primo fra tutti l’incredibile villaggio di Phon-pei), siano le testimonianze di una civiltà molto antica, il cui reame è finito sotto le acque oceaniche. Anche se non lo chiama Mu, di certo è a Mu che pensa.

Quei segni antichi su corpi moderni

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simboli rinvenuti a Yonaguni – Fonte: Wikimedia

C’è un’altra cosa curiosa da osservare. Molti dei simboli delle tavolette di Okinawa sono usati come tatuaggi dalla gente che vive in queste zone, specie dalle donne. Come se fossero il retaggio di un passato che non può più parlare, ma che resta presente ad una memoria antica. Churchward dimostra come molti dei simboli tribali della gente di Polinesia e Micronesia assomiglino a quelli presenti sulle tavolette Naacal (che, essendo perdute, vengono smentite dalla scienza ufficiale).

Il problema maggiore circa l’esistenza di Mu, però, è geologico. In molti sostengono che sia improponibile ipotizzare l’esistenza di un megacontinente al centro del Pacifico. Ma il professor Kimura ha eseguito delle immersioni in sottomarino fino ad oltre 1800 metri di profondità, esaminando la cintura vulcanica di Tokara, che si trova nella parte nord di Okinawa.

Qui non solo l’attività vulcanica potrebbe spiegare il collasso di una placca continentale, ma soprattutto sono stati asportati dei campioni di calcare. Questo tipo di calcare solitamente si trova in superficie: ergo, un tempo si trovava all’asciutto e solo in un secondo momento è sprofondato in mare. Oltre a questo, il professore dice di aver ritrovato anche le ossa di mammiferi: quindi non di pesci ma di animali che respirano e vivono sulla terraferma.

Come se non bastasse, a circa 500 chilometri di distanza tra Okinawa e Yonaguni, sono stati rinvenuti altri manufatti umani. Si tratta di strade pavimentate con tanto di incroci. Insomma, mettendo insieme i frammenti, vale a dire le rovine sparse qua e là sopra e sotto il Pacifico, sembra davvero di rinvenire i resti di quella che un tempo doveva essere un’unica organizzazione umana. Questo è ciò che sostiene il professor Kimura in una lunga intervista rilasciata al Morien Institute.

La Madreterra Mu

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Petroglifi a Pitcairn’s Island – Fonte: National Geographic

Rileggendo “Mu: il continente perduto”, è chiaro che molte delle deduzioni tratte da James Churchward non siano più sostenibili oggi. L’archeologia e la scienza hanno fatto molte altre scoperte dopo i suoi studi, ed altre conclusioni da lui tratte sono decisamente figlie dei suoi tempi. Ma una cosa è certa: ciò che già allora, con i suoi viaggi, egli aveva intuito, oggi è ben visibile grazie ai satelliti.

Sulle isole di Palau, Nan-Madol, Tongatapu, Pitcairn, Lelu, Rapa Iti, Malden, sulle Marianne e su moltissimi altri atolli ci sono resti molto antichi che nessuno ha mai davvero studiato fino in fondo. Forse perché li si considera di poco interesse, in quanto appartenenti a civiltà per noi “primitive”, “selvagge”. L’altra ipotesi – assai più sconvolgente – è che quei resti raccontino la storia di una delle più antiche civilizzazioni del pianeta Terra.

Al di là di quali siano le proprie ferme convinzioni, di certo vale la pena di approfondire. E le pietre di Okinawa, incise con quei simboli che ci appaiono stranamente familiari, potrebbero essere la chiave di volta che possa aprire questo vaso di Pandora. Ma l’Umanità è davvero pronta a scatenare quello che si cela al suo interno?

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