Yule, o dell’origine germanica del Natale

Per noi popoli occidentali di tradizione cristiana il 25 Dicembre cade la festività del Natale. Il giorno di Natale si ricorda la nascita di Gesù Cristo da Maria, una donna mortale che divenne la madre del Figlio di Dio. La scelta di questa data non ha alcun fondamento storico ma deriva da un’altra festa che si celebrava nel medesimo periodo. Parliamo di Yule, o dell’origine germanica del Natale.

Un tempo il mondo era buio

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Fonte: www.makaniya.org

Capire come nasce Yule per noi oggi è davvero difficile. Siamo abituati a vedere le nostre città vestirsi a festa nel periodo natalizio: le luminarie vengono appese per le strade, le vetrine dei negozi sono piene di luci, grandi alberi vengono allestiti nelle piazze. In mezzo a tante luci, come ricordarsi del fatto che in realtà stiamo attraversando uno dei momenti in assoluto più bui dell’anno?

Nel Nord Europa, un tempo, dicembre e gennaio erano i mesi più oscuri e tenebrosi. Questo non solo per ovvie condizioni climatiche, ma anche perché, come sappiamo, solo dal giorno del solstizio d’inverno (21 o 22 dicembre) le ore di luce cominciano a farsi più lunghe. Fino a quel momento, in un mondo in cui non c’era l’elettricità, il buio era davvero profondo e penetrava fino in fondo al cuore.

Ecco quindi il motivo per cui si festeggiava con tanto ardore il momento in cui il sole ricominciava a “salire”; era la fine dell’oscurità, il ritorno della vita. Yule non era la festa di un solo giorno, ma un intero periodo chiamato Yuletide che si svolgeva a cavallo tra il 22 dicembre e il 2 gennaio. Accomunava un po’ tutte le popolazioni nordiche, dalla remota Islanda fino alle terre dei Celti in Bretagna.

Si dibatte ancora molto circa l’etimologia del termine, che deriverebbe dal norreno e dal germanico. I più sono concordi nel dire che la radice del termine Yule stia ad indicare la ruota. Infatti gli antichi consideravano l’anno una ruota: il solstizio era il momento in cui essa ricominciava a salire, dopo la sua lunga discesa.

Yule e Modranhit, la notte delle madri

Fonte: Wikipedia Autore: Walter Crane

Yule, a differenza del Natale, non aveva solo risvolti gioiosi e festosi. Come sempre accadeva un tempo, la vita veniva celebrata nel suo equilibrio, quindi nel corretto bilanciarsi di luce e oscurità. Per le popolazioni germaniche durante questi giorni le anime dei defunti camminavano sulla terra, e altri spiriti inquieti si aggiravano nell’oscurità.

Ma nel cuore della notte più profonda una luce veniva accesa. Era la rinascita della vita, simboleggiata proprio dal nuovo anno che nasceva nel grembo della Madre Terra fecondata a Samhain. Ecco perché il Natale ha trovato un terreno fertile in Yule: anche con il Natale si celebra una vita che nasce nel grembo di una donna, Maria.

Secondo un rituale celtico, accadeva che nel buio la donna aspettasse. Era l’uomo che veniva da lei recando una fiaccola, una luce accesa, che poi veniva usata per accendere i grandi fuochi che finalmente dissipavano le tenebre notturne. Quello che per noi è l’inizio dell’inverno, in realtà, per queste popolazioni (che vivevano in contatto molto più stretto con la natura) era già l’inizio della rinascita.

Il nesso molto forte che si instaura tra la notte del solstizio, il suo buio profondo paragonato a quello del ventre materno, probabilmente richiama ad un’altra festività chiamata Modranhit e che era celebrata dai pagani anglosassoni. Ne parla nell’VIII secolo nei suoi scritti il venerabile Beda: era una festività il cui nome vuol dire “la notte delle madri” e si riferisce ad un ancestrale culto tutto femminile in cui si compivano rituali e sacrifici.

La Caccia Selvaggia

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Fonte: Pinterest

C’è un altro mito germanico che si ricollega a Yuletide e alla credenza secondo la quale in queste notti oscure demoni e spiriti vaganti popolassero la terra. Si tratta della caccia selvaggia che si svolge, secondo la tradizione, nelle dodici notti che seguono il solstizio d’inverno. Tale racconto folkloristico si trova in tutte le civiltà del Nord Europa, con alcune varianti da Paese a Paese. A condurre la caccia è sempre una divinità maschile.

Secondo il racconto oggigiorno tramandato, il dio guida una masnada di creature infernali che dilagano nell’oscurità portando morte e disastri a chi li incontra. Solo qualora, al passaggio della caccia, si avvertisse una musica che suona, essa sarebbe foriera di buone notizie. In realtà, probabilmente in origine la caccia selvaggia era un mito completamente positivo.

Secondo Jacob Grimm, noto come favolista ma che era soprattutto uno studioso di folklore germanico, la caccia era una parata di divinità nella sua concezione primordiale. In seguito è stato il cristianesimo a trasformarlo in qualcosa di “diabolico”, così come un altro simbolo tipico di Yuletide (ancora oggi usato in Scandinavia) ovvero il caprone.

Il caprone era l’animale che trainava il carro del dio Thor: era usanza dei popoli germanici costruire a Yule un caprone impagliato chiamato julbock. In seguito il caprone divenne invece la raffigurazione del demonio, quello con cui le streghe stringevano il loro sacrilego patto. In realtà, tutto si riconduceva alle celebrazioni del mezzo inverno, prologo al ritorno della luce nel mondo.

Il ciocco, Re Agrifoglio e Re Quercia

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Fonte: stairnaheireann.net

Sono numerose le tradizioni nordiche che si legano a Yuletide, questo lungo periodo che non possiamo definire di “festeggiamenti” ma piuttosto di celebrazioni. Ci sono piante che vengono considerate “sacre” per questo periodo dell’anno, come l’Agrifoglio e la Quercia, L’Agrifoglio simboleggia il vecchio anno che se ne va, la Quercia è invece quello nuovo che nasce: la simbologia è celtica e raffigura il ciclo della vita. Al solstizio d’estate, infatti, sarà la Quercia a lasciare spazio all’Agrifoglio.

Sempre nordica è l’usanza di bruciare un ceppo di quercia o frassino nel caminetto: il cosiddetto yulelog. Questi era un succedaneo dei grandi falò accesi nei campi. In casa, inoltre, si stendeva in terra della paglia dove potevano riposare gli spiriti, chiamata Julstroh. Naturalmente nelle celebrazioni per Yule non potevano mancare delle grandi bevute, così come si racconta nel componimento poetico “Haraldskvaedi“, composto da quelli che erano gli aedi norvegesi, chiamati skalden, nel 900 dopo Cristo.

Molti secoli ci separano dall’origine di Yule, festa oggi rinverdita dal neopaganesimo ma a lungo dimenticata perché vestita con abiti nuovi. Per il cristianesimo era molto più facile farsi accettare assumendo forme già note alla gente, ma il Natale ha tolto qualcosa a ciò che era Yule. Soprattutto il suo legame profondo con i cicli vitali del Pianeta e quindi di noi uomini, che ci viviamo sopra.

Oltre gli orpelli e le luci, però, nel buio delle dodici notti di Yule si aggirano ancora spiriti antichi che raccontano sempre le stesse storie. Un fuoco nel camino, un ramo di vischio sopra la porta, un bicchiere caldo di vino speziato in mano: e all’improvviso ciò che era, che è che sempre sarà viene ancora celebrato, con altri nomi ma stessa sostanza.

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