I misteriosi monoliti di Baalbek

Per la storia ufficiale il sito di Baalbek è soprattutto una preziosa testimonianza dell‘architettura romana. In questa località libanese, infatti, l’Impero Romano costruì diversi templi alle sue principali divinità. I Romani però si insediarono su un luogo che era abitato già da molto, molto tempo. E nemmeno la loro presenza può spiegare l’origine dei misteriosi monoliti di Baalbek.

Un tumulo sacro fin dall’antichità

Baalbek
Fonte: http://scarabeokheper.altervista.org

Baalbek si trova in Libano, nella piana di Beqā, non distante dalla capitale Beirut. Come sito archeologico è conosciuto fin dal XVIII secolo e nel 1984 è stato dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità. La sua storia ufficiale comincia nel 3000 avanti Cristo circa. Si pensa infatti che il primo insediamento sia stato eseguito ad opera dei Cananei, vale a dire del popolo sumero.

Il nome della località viene dal fatto che i Sumeri veneravano il dio Baal, termine che per loro voleva dire “Sole”. Il culto di Baal infatti si sovrappose a quello di Osiride per gli egiziani e di Giove per i Romani. Nel 334 a.C. la città fu conquistata da Alessandro Magno e poi dai Tolomei, che la chiamarono “Heliopolis“, nome che sarà mantenuto anche dai Romani.

L’aquila di Roma approdò in Libano con Giulio Cesare nel 47 a.C. Vennero così eretti quattro templi: uno in onore di Giove, un secondo per Bacco e un terzo per Venere. Infine fu fatto costruire un luogo sacro al dio Mercurio. Il tutto si trova a 1200 metri sul livello del mare. Per quanto le costruzioni romane stupiscano e lascino affascinati, non sono però queste il vero fulcro di interesse del sito di Baalbek.

Un tumulo di origine sconosciuta

Baalbek
Fonte: http://www.megaliths.org

Anche se non abbiamo la capacità di risalire troppo indietro nel tempo, ciò che è certo è che il tumulo su cui sorge Baalbek doveva avere una valenza sacra fin da tempi molto più antichi della civiltà sumera. Perché? Perché tutte le costruzioni della città, ivi comprese quelle romane, poggiano su un basamento che appare costruito dai giganti stessi. E non è escluso che sia così.

Ciò su cui poggia Baalbek è una piattaforma che si estende per circa 465 mila metri quadri, composta da tre colossali blocchi di pietra. Ognuno di essi misura 5 metri di altezza, 20 di lunghezza e 3,6 di profondità. Il loro peso singolo si aggira intorno alle 800 tonnellate. Sotto a queste tre grandi pietre c’è un ulteriore basamento fatto di blocchi più piccoli: ognuno pesa comunque 350 tonnellate. Non è stata usata malta nè nessun legante per tenere insieme le pietre. Combaciano in modo perfetto.

I tre grandi monoliti di Baalbek

Baalbek
Fonte: www.realmofhistory.com

Sono stati ritrovati, in anni recenti, tre ulteriori blocchi non posizionati. Il primo è detto “Hajjar El-Hibla” (la pietra della partoriente). Misura 22 metri di lunghezza e pesa 1000 tonnellate. Si trova accanto alla cava di calcare da cui fu ricavata ed è curiosamente inclinata. La cava dista dal sito un chilometro.

Il secondo fu ritrovato negli anni Novanta ed è ancora più pesante del primo. Il terzo, il più impressionante, è venuto alla luce nel 2014 ed è detto “pietra di Janeen“. Lungo 20 metri, pesante quasi 2000 tonnellate per 6 metri di larghezza, si considera il più grande monolite scoperto ad oggi. Anch’esso è perfettamente squadrato, come tutti gli altri, e non rozzamente sbozzato come le pietre del sito di Stonehenge.

Chi ha creato questi monoliti?

Baalbek
Fonte: www.smithsonianmag.com

Come sappiamo non è possibile datare con esattezza la pietra. Si può però dire con una certa sicurezza che chi ipotizza che questo basamento sia stato eretto dai romani afferma qualcosa di quantomeno discutibile. Nemmeno il grande Impero Romano possedeva una forza lavoro tale da permettergli di lavorare e spostare blocchi di simili dimensioni. Inoltre sappiamo bene che non ha mai costruito opere megalitiche.

Ingegneri e architetti hanno dato varie spiegazioni, tirando fuori la solita storia del gran numero di uomini e animali che tirano con l’ausilio di rulli scorrevoli. Francamente questa è una spiegazione che non convince nemmeno un po’. La verità è che né noi uomini moderni, né alcuna civiltà del passato da noi conosciuta, possediamo la tecnologia e le conoscenze necessarie per spostare e assemblare pietre di tali dimensioni.

Una possibilità che ovviamente l’archeologia ufficiale non contempla è che Baalbek sia stata costruita in tempi molto, molto antichi, dai giganti. Questa parte del mondo possiede varie leggende a proposito di una razza di giganti che vi abitava in epoche preistoriche. Anche la Bibbia è ricca di tali riferimenti in epoca antidiluviana.

Quel che è certo è che il plateau su cui sorge Baalbek è stata opera di una civiltà culturalmente e tecnicamente molto avanzata, che era in possesso di mezzi e strumenti che nemmeno noi uomini del XXI secolo riusciamo ad immaginare e che sicuramente non abbiamo.

La pietra d’angolo

Baalbek
Fonte: pijamasurf.com

Baalbek ricorda a molti il sito di Gobleki Tepe: anche qui sono stati trovati monoliti non collocati, come abbandonati in modo inspiegabile. Qualcuno ipotizza che non si sia trattato di un lavoro incompiuto ma di un atto volontario. Una o più pietre venivano lasciate accanto alla “cava madre” per indicare ai posteri da dove provenivano quelle usate per costruire diversi siti sparsi per il mondo a cui non sappiamo trovare una completa e razionale spiegazione.

Si racconta anche di ritrovamenti effettuati nelle vicinanze, in Siria, di tombe di giganti. Naturalmente sono notizie non verificabili, anche complice il fatto che questa zona è oggetto di continue e sanguinose guerre che rendono difficoltoso e pericoloso ogni tipo di spedizione.

Più di ogni altra costruzione “umana” Baalbek ci fa ipotizzare la necessità di retrodatare l’inizio della storia dell’Umanità. Oppure ci costringe ad ipotizzare dei predecessori, più o meno umani, capaci di fare cose che oggi ci appaiono straordinarie. L’aspetto più affascinante però è che loro sembrano sempre aver cercato il modo di comunicare con noi, con quelli che sarebbero venuti tanto dopo. Siamo noi, spesso, a non voler ascoltare.

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