La festa di Imbolc e la saggezza dei Tuatha dé Danann

C’è un luogo davvero magico nella già magica Irlanda, e si tratta della collina di Tara. La collina di Tara si trova nella contea di Meath ed è un sito archeologico molto importante e terribilmente denso di stratificazioni culturali. Al suo centro ancora oggi si erge la pietra del Destino che, secondo la tradizione, urlava tanto ad farsi sentire in tutto il Paese quando veniva eletto un nuovo re.

La pietra del Destino ha anche un’altra particolarità. Essa faceva parte di un complesso monumentale, un tempio il quale era allineato con il sorgere del sole in due particolari festività celtiche: Samhain e Imbolc. Imbolc cade oggi, 1 Febbraio, ed è la festa che celebra il ritorno della luce, diventata per i cristiani la Candelora.

Imbolc e la dea Brigit

Tuatha dé Danann
Fonte: santificarnos.com

Anche se l’inverno ancora non è finito e il gelo e il freddo dureranno ancora, ad Imbolc è già possibile vedere la natura che inizia a risvegliarsi grazie al fatto che le ore di luce sono decisamente aumentate. Per questo i Celti celebravano questa data con una festa che celebrava la luce, con l’accensione di candele bianche.

Inoltre le famiglie si riunivano, accendendo grandi fuochi, facendo pane fresco e compiendo dei riti di purificazione della casa attraverso l’acqua. Una leggenda diceva che se la Cailleach, una divinità legata all’inverno, fosse rimasta in casa per via del brutto tempo, l’inverno sarebbe durato ancora poco: finchè essa non avesse esaurito le sue scorte di legna da ardere.

Se, al contrario, il tempo fosse stato buono e la Cailleach fosse uscita a raccogliere legna, il freddo sarebbe durato un po’ ancora a lungo. Non ricorda un po’ la leggenda dei “giorni della merla”?

La divinità che proteggeva il giorno di Imbolc è Brigit. Brigit non è altro che una delle numerose incarnazioni della Grande Dea, la Madre Terra. Essa infatti era portatrice di fuoco, proteggeva i fabbri ma anche i poeti. Figlia del Dio Dagda, i suoi simboli erano lo specchio, la ruota dell’arcolaio e la coppa.

Il simbolismo della coppa in quanto grembo materno portatore di vita è quello che darà vita ad una leggenda cristiana molto conosciuta, quella del Sacro Graal, il calice che contenne il sangue di Cristo e che si lega in modo indissolubile alle vicende del ciclo arturiano.

Il calice e i Tuatha dé Danann

Tuatha dé Danann
Fonte: www.jimfitzpatrick.com

La simbologia del calice si lega ad altri personaggi che rivestono un ruolo di primo piano nelle tradizioni irlandesi, i Tuatha dé Danann. Secondo diverse narrazioni, ma soprattutto secondo il Lebor Gabála Érenn (“Libro delle invasioni d’Irlanda”), essi erano coloro che colonizzarono il Paese in tempi molto antichi. Sul loro conto si raccontano cose favolose.

Pare che giunsero all’improvviso, apparendo da una nube di fumo, proprio sulla collina di Tara che era il loro luogo sacro. Secondo altre fonti invece giunsero per mare, e bruciarono le loro navi per non avere la tentazione di tornare indietro, al suolo natìo. Il fumo degli incendi era il fumo “magico” da cui erano comparsi.

I Tuatha dé Danann, secondo l’etimologia più diffusa del loro nome, era i figlia di Danu, altro nome, come Brigit, che veniva dato alla Grande Dea, Madre di Ogni Cosa. Erano alti, erano dei giganti. Avevano la pelle chiara e i capelli rossicci, ed erano versati in ogni genere di arte e mestiere. Pacifici, aggraziati, saggi e buoni, governarono a lungo l’Irlanda.

Solo quando giunsero i Celti essi decisero di andarsene, pacificamente. Sparirono così come erano arrivati. Secondo la tradizione essi andarono a soggiornare nel Tìr na nÓg o Sidhe, un mondo parallelo, una dimensione alternativa che si trova ad un altro piano di esistenza.

Prima di andarsene lasciarono quattro doni per gli Uomini che li avrebbero sostituiti nel regno d’Irlanda: la pietra del Destino, che ancora si trova a Tara; la spada del Destino; la lancia del Destino e la coppa del Destino.

Potenti manufatti che l’Uomo non ha mai smesso di cercare

Tuatha de Danann
la collina di Tara, fonte: www.theirishrose.com

Anche per chi non ha molto dimestichezza con le antiche leggende, appare chiaro che questi quattro oggetti, che appartengono a racconti che risalgono a molti millenni fa, all’epoca in cui la Bibbia colloca il Diluvio Universale, non hanno mai smesso di far parte della storia dell’Uomo, cambiando nome e volto e retaggio.

I Tuatha dé Danann non hanno solo creato l’Irlanda, mettendo le basi della cultura celtica, ma hanno in un certo senso dato vita a tutta l’Europa moderna, che ha un profondo retaggio celtico, che è più evidente persino di quello romano o greco, specie nei Paesi del Nord. A chi dice che sia un popolo del tutto inventato, va ricordato che potrebbero coincidere con la “civiltà dei megaliti” che ha eretto Stonehenge.

I Tuatha dé Danann venivano dal mare e bruciarono le loro navi: forse non perché non volevano tornare a casa, ma non potevano più farlo. La loro madre patria era andata distrutta e alcuni di loro fuggirono. C’è chi arrivò fino all’estremo Egitto, chi si diresse a Nord e approdò in Irlanda.

È possibile cioè che anche i racconti mitici sui Tuatha dé Danann attingano al medesimo, lontano ricordo, dell’inabissamento di Atlantide, come dimostrerebbe la scoperta che sul fondo dell’Oceano, a Nord dell’Irlanda, si trovano alture, laghi e fiumi non erosi dal lavoro del mare, come se non fossero stati sommersi piano piano ma a seguito di un cataclisma subitaneo e improvviso.

La festa di Imbolc

Con Imbolc i Celti celebravano una festa legata alla loro natura di popolo di agricoltori e pastori, ma forse celebravano una memoria ancora più antica, quella lasciata dai Tuatha dé Danann che avevano un profondo legame con i movimenti cosmici del Sole e dei Pianeti.

La luce che oggi otteniamo con l’accensione di una candela non è solo quella naturale, che dipana le tenebre di un lungo inverno. Potrebbe essere anche quella che può cacciare le tenebre dell’ignoranza e della dimenticanza. Una luce che ci faccia ricordare chi siamo, da dove veniamo, e che i potenti manufatti del passato sono celati in attesa che noi rammentiamo il modo corretto in cui usarli.

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