La Festa del Raccolto e il Mito di John Barleycorn

Vi è stata una Stagione dell’Uomo in cui si celebrava il passare dei Giorni e delle Ore attraverso i Ritmi della Madre Terra. Questo era il Tempo di Sibilla e degli Antichi Celti, che proprio in questi giorni, intorno al 1 agosto, festeggiavano una delle giornate più importanti dell’anno per il loro calendario: Lughnasadh.

Lughnasadh (leggi “Lunassah“) era dedicata al dio Lugh, che era re, mago e guerriero. Secondo alcuni il Lughnasadh celebrava la morte di sua madre Tailtiu ed era stata da lui stesso voluta: Tailtiu era la dea della Terra fertile, che aveva donato il suo corpo per sfamare il suo popolo. Secondo altri, invece, (Robert Graves, ad esempio) ad essere ricordata era la morte dello stesso dio Lugh.



La festa della Morte per celebrare la Vita

Più tardi il significato del Lughnasadh venne banalizzato in una semplice “festa per il raccolto” e prese il nome di Lammas. In effetti si teneva in concomitanza con il momento in cui l’Uomo poteva godere infine dei frutti della Terra, che era stata fecondata a Beltane. Il suo senso primordiale, quello che aveva per i Celti, era però molto più profondo.

A Lughnasadh le donne si incontravano per tramandare gli antichi rituali del passaggio dalla vita infantile a quella adulta; si tenevano fiere e banchetti e si cantava la Morte per celebrare la Vita. Vi era infatti in quel popolo, che viveva in armonia con gli elementi naturali, la consapevolezza che Fine e Inizio sono parte di una Ruota. Non solo l’una succede all’altro: l’una non può esserci senza l’altro ed è anzi necessaria all’altro.

Il Chicco di Grano

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Nasce in questi anni lontani da noi una mitologia particolare che vive ancora oggi nelle ballate popolari riferite a John Barleycorn. Il nome di questo personaggio è già significativo: “barley” in inglese vuol dire orzo e “corn” chicco. La sua storia è quella di qualcuno che deve morire per poter un giorno risorgere e dare origine a nuova vita.

In senso figurato la ballata di John Barleycorn racconta della realizzazione di due bevande molto amate nei Paesi anglosassoni, la birra e il whisky. In senso ancora più lato, è la storia antica, ma sempre attuale, del chicco che muore nella Terra per poter poi dare origine a Vita nuova.



I Traffic e John Barleycorn

Naturalmente la ballata di John Barleycorn è legata ad un mondo contadino che purtroppo va scomparendo, tanto nel nostro Paese che nei Paesi anglosassoni. Ma a dimostrare di quanto queste mitologie primigenie facciano parte del nostro modo di essere, un gruppo rock inglese, i “Traffic”, negli anni Settanta raggiunse il successo con un album intitolato “John Barleycorn Must Die” (“John Barleycorn deve morire”). Nell’album è contenuta una canzone omonima: il titolo non è solo una citazione, ma il brano racconta proprio la vicenda del “chicco di orzo” John Barleycorn.

Si narra una storia quasi splatter, con tre uomini che adottano le peggiori macabre pratiche per uccidere e seppellire il povero John. Ma poi, la vicenda si conclude così

And little Sir John and the nut brown bowl proved the strongest man at last
The huntsman he can’t hunt the fox nor so loudly to blow his horn
And the tinker he can’t mend kettle or pots without a little barleycorn

“e il piccolo sir John con la sua botte di noce dimostrò che era l’uomo più forte dopo tutto
il cacciatore non può suonare il suo corno così forte per cacciare la volpe
e lo stagnaio non può riparare un bricco o una pentola senza un piccolo  grano d’orzo”

Il Valore del Sacrificio per perpetuare la Vita

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L’aspetto che prevale nell’antica immagine del chicco che morendo porta frutto (ti ricorda niente? Anche il Vangelo si basa su questo presupposto) è quindi l’idea che chi, in apparenza, è il più debole, il “perdente”, è colui che alla lunga vince. Solo chi accetta di perdere la sua vita può creare qualcosa di nuovo e di bello, e gli altri dipendono da lui e dal suo potere innominabile ma evidente.

Difficile continuare a capire questa simbologia complessa, e anche un po’ oscura, per chi ha perduto la consuetudine con la Vita dei Campi, con i semplici e naturali ritmi del Mondo Naturale. Eppure vi è una consolazione profonda nelle note moderne ma senza tempo della ballata dei “Traffic”. Vi è l’idea secondo la quale la Vita può ferirci e mortificarci in tanti modi, ma che alla fine, se gettiamo il nostro seme e se cade in Terra fertile, possiamo dare vita a qualcosa di duraturo e immortale.

Perché l’immortalità non è vivere per sempre: nessuno di noi può e desiderarlo è sciocco e contro natura. L’immortalità è lasciare un poco di noi stessi a chi verrà dopo di noi; l’immortalità è sapere che noi continueremo a vivere nelle Stelle e nella Terra, nell’Erba e negli Alberi, in ogni cosa che ci circonda. Perché oggi stesso siamo parte di quel Tutto, e la nostra consapevolezza ondeggia in ogni singola spiga di grano che vedi su quei campi distesi al Sole.

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